Mary Shelley, la mente di Frankenstein: una donna capace di rinascere

Il 1° febbraio del 1851 moriva la scrittrice Mary Shelley e noi la ricordiamo insieme alla sua opera più famosa, Frankenstein, una storia dolorosamente intrecciata a quella dell’autrice.

Una pioggia forte che batte sui vetri delle finestre della Maison Chapuis a Ginevra. Il calore della compagnia di amici come John William Polidori, Claire Clairmont e Lord Byron. E un’idea: inventare storie. È in questo contesto – la piovosa estate del 1816 – che nasce in Mary Shelley la prima ispirazione che la porterà, tempo dopo, a scrivere il suo romanzo più criticato e scandaloso: Frankenstein. Inizialmente Shelley non firma il romanzo, consapevole dei pregiudizi sulle donne scrittrici. Uno scenario molto diverso da quello attuale, dove sono proprio le donne a vendere di più. Quando i lettori inglesi vengono a sapere il “sesso del libro”, lo scandalo cresce oltre ogni previsione: una donna non può scrivere qualcosa di così anomalo.

Mary Shelley: quel legame tra vita e morte diventato pubblico

Figlia di Mary Wollstonecraft, una pioniera del femminismo morta pochi giorni dopo averla data alla luce, Mary Shelley ha ricevuto in eredità valori politici e umanitari messi in ombra soltanto dagli eventi drammatici che hanno caratterizzato la sua esistenza. La morte resterà attaccata alla vita della scrittrice inglese, che perderà una figlia (anche stavolta, pochi giorni dopo l’atto vitale del parto) e poi il marito Percy Shelley.

Vita e morte si rincorrono nella vita privata come nel capolavoro letterario di Shelley. Il professor Frankenstein infonde la vita a un mostro senza nome: un essere talmente carismatico nella sua umanità, messa in dubbio più volte dai “comuni mortali”, da diventare in breve tempo il personaggio più amato (e odiato) del romanzo e uno dei più popolari nella cultura di massa e nella cinematografia.

Mary Shelley: la scrittura come gesto di resilienza

È proprio in quell’atto di creazione della vita da parte del professor Frankenstein che Mary Shelley si prende la sua rivincita sulla morte che l’aveva circondata fin dai primi giorni della sua esistenza e che l’avrebbe accompagnata per sempre. Una creazione, quella del mostro, che può essere interpretata come una rinascita: si racconta infatti che l’autrice avesse visitato, durante la stesura del romanzo, il Castello di Frankenstein in Germania; il luogo dove, secondo una leggenda, l’alchimista Johann Konrad Dippel era riuscito a creare un elisir dell’immortalità attraverso la macerazione delle ossa dei morti.

Il vero castello di Frankenstein, il Burg Frankenstein, a Darmstadt in Germania

Con Frankenstein, Mary Shelley non ha solo rivoluzionato la letteratura gotica. L’eredità più preziosa che ha lasciato a tutti noi è una grande prova di resilienza: il modo in cui ha esorcizzato la morte e il dolore nel corso degli anni attraverso la scrittura. Ed è in quest’opera terrena che Mary Shelley ha trovato l’immortalità. Proprio come era nell’intento del visionario e tormentato scienziato Victor Frankenstein.

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