10 motivi per cui chiudo il blog – edit: lo passo a Claudio

Sinceramente è l’ultima delle liste che pensavo di fare per la fine di quest’anno – di merda – eppure mi ritrovo a scriverla lo stesso perché sento che è giusto così. Il mio percorso di studi a Bologna sta volgendo al termine, e come ogni viaggio che si rispetti anche l’avventura con questo blog è arrivata al punto di non ritorno. Ciò non significa che farò come l’ultima volta e cancellerò tutto (se c’è una cosa che ho imparato è che è inutile insabbiare le cose per fingere che non sia mai successo niente, perché prima o poi ti servirà ricordarti che è successo), ma solo che non pubblicherò più in maniera “regolare” se non qualunque cosa che mi verrà da scrivere di getto. Sono stanco, talmente stanco che non mi va nemmeno di scrivere un addio melodrammatico pieno di pathos. Vorrei chiudere questo capitolo e basta. Ringraziare tutt, dalle mie collaboratrici e i miei collaboratori a chiunque sia mai finito tra le pagine di questo blog talmente sconclusionato da aver perfino un senso, dopotutto. Forse.
Quindi con questo articolo per il momento vi saluto, vi auguro buon anno nuovo e chissà, speriamo di ritrovarci, prima o poi. Magari su sentieri diversi.

10. Non ho più la motivazione. Sembra banale, scontato, eppure se neanche tu sei più convint di quello che fai è inutile andare avanti. La motivazione, la spinta, l’ispirazione non si comprano al supermercato: o ci sono o non ci sono. Non che sia la prima volta che mi prenderei una pausa, ma sento che anche se lo facessi, anche se la chiamassi “pausa”, questa volta non finirebbe più. Quindi tanto vale essere chiari.

9. Non ha senso essere così generici. L’ultima volta che ho provato a rimodellare il blog ho tentato di dargli una forma più specifica, ma non ci sono riuscito. Il bello del brutto dell’agglomerato globalizzato è che se è vero che ci sono tante cose di tutto, è pur vero che in questo modo le micro-tribù, le categorie sociali più piccole, si riempiono prima, riuscendo così anche a espandersi. Purtroppo settorializzarmi non mi è riuscito e finire per parlare un po’ di tutto – arte, cinema, libri, manzi – significa anche parlare un po’ di niente. La vera identità di questo blog è sempre stata il fatto che fosse la mia casa e basta, non un luogo x dove pubblicare articoli – anche, ma in secondo luogo.

8. I blog sono una cosa vecchia. Ormai i blog sono diventati vlog: in un mondo che si muove al passo di Instagram e Tik Tok, metterci la faccia è la prerogativa per farsi sentire, e quell come me che non si sentono a proprio agio davanti a un qualsiasi mezzo di ripresa – voglio stare dietro, non davanti – vengono neutralizzati dal narcisismo della personalità contemporanea. I blog andavano nei primi anni 2000 e fino agli anni ’10: come i giornali, la parola scritta sembra destinata a scompare di fronte all’inarrestabile avanzata dell’immagine e della propaganda dell’Io, soprattutto in funzione del prossimo punto.

7. Non legge più nessuno. Non è vero: le statistiche parlano di un leggero aumento delle persone che leggono, ma qua non si sta parlando di leggere almeno un libro all’anno. Non legge più nessuno significa che anche le testate giornalistiche più grandi faticano a pagare i propri dipendenti. Si parla di letture di qualità, di articoli scritti e approfonditi che richiedono tempo di ricerca e analisi asfaltati dalle ultime notizie sul Grande Fratello Vip o dalle foto dei manzi. Cosa da sempre nota, per carità, però lo sconforto di vivere in una società a cui basta leggere i titoli clickbait per lasciare un commento indignato sotto un post di Facebook o che non sa reggere il peso di tre proposizioni subordinate non è mai abbastanza.

6. Da soli è difficile mandare avanti la baracca. Non voglio far sentire in colpa assolutamente nessuno che abbia contribuito fino adesso alla vita del blog (probabilmente è una decisione che avrei preso comunque). Però è vero: ho fatto fatica a stare dietro a una pubblicazione regolare sia quando si trattava di un articolo al giorno sia quando si trattava di tre volte a settimana. Il problema è sempre lo stesso: creare un team, una squadra, una redazione, non serve solo a tappare i buchi, ma a formare un ecosistema in cui ci si supporta reciprocamente, soprattutto quando non vengono stimoli dall’esterno. Sono e sarò sempre grato a tutte le persone che mi hanno accompagnato in questo lungo e tortuoso viaggio e che faranno sempre parte del “chi siamo”, e in realtà non voglio far altro che ringraziarle.

5. Non avrei il giusto tempo da dedicargli. Vivere, si sa, è brutto e fa schifo, specie quando devi contare pure il tempo per mangiare in un mondo che corre e va velocissimo e non si fa scrupoli a lasciarti indietro facendoti sentire peraltro in colpa. È uno dei grandi problemi di oggi, soprattutto se a subirne le conseguenze psicologiche (si chiama FOMO) sono le persone più sensibili e insicure che poi devono pagare anni di psicoterapia per colpa di un manipolo di stronzi che ha deciso che se a 25 anni non sei già laureato due volte con un lavoro e un partner e progetti per il futuro non sei nessuno e non lo sarai mai se non ti sbrighi perché in ogni momento della tua vita qualunque cosa tu stia facendo starai comunque perdendo tempo. Pure che si tratti di avere un blog.

4. Preferisco accollarmi a realtà più grandi. Se pure vogliamo continuare a combattere l’analfabe(s)tismo funzionale e disfunzionale con blog e siti di informazione che tentano continuamente di constrastare il populismo più ignorante che fa colazione con Facebook e le fake news, tanto vale unirsi alla voce di redazioni che contano qualcosa, seppure poco, sicuramente più di quanto conta un blog come questo letto da una media di 140 persone al giorno (che anche se può sembrare abbastanza, non lo è). Questo per dire che non abbandono definitivamente la mia “carriera” da “critico” dei costumi e delle nefandezze della società e del cinema; semplicemente preferisco farlo dove so che posso essere ascoltato.

3. Preferisco dedicare il tempo della scrittura ad altro. Come il punto precedente, preferisco investire il tempo che dedico alla scrittura dilettandomi o in blog/siti più seri del mio, oppure scrivendo quello che mi è sempre piaciuto e che negli ultimi anni ho trascurato: la narrativa. Durante gli anni dell’università mi sono dato soprattutto alla critica cinematografica e alla saggistica accademica, scoprendo mondi interessanti che non sono mai riusciti però a soddisfarmi del tutto. Ho intenzione in futuro di autopubblicare una raccolta a tema queer studies di tutti i saggi che ho collezionato da studente universitario, ma penso che sarà la conclusione del mio percorso accademico. Nasco come scrittore, le storie mi sono sempre piaciute, ma solo se raccontate, non spiegate. Non mi piace pretendere di illuminare le persone. Non mi sento all’altezza. Voglio limitarmi a raccontare il mio mondo e quello che vivo attraverso le favole, i miti, come facevano i cantastorie nel Medioevo o i genitori prima che si fottessero il cervello con gli smartphone. Il marketing travestito da storytelling non fa per me.

2. Ho in mente nuovi progetti. Che non sono legati al mondo della scrittura. Almeno, non solo. Si tratta di abbracciare finalmente quel fuoco che ho sempre avuto dentro che oltre a raccontare storie vuole farlo con l’ausilio delle immagini – non immagini fini a se stesse. Quest’estate ho comprato per la prima volta una macchina fotografica e ho iniziato a studiare come fare le foto e i video e come editarli per apprendere le basi del montaggio. Poi sono tornato a Bologna e ho mollato tutto perché devo scrivere la tesi e altre cose noiose. Ma ho intenzione di riprendere a studiare perché fare il regista e lavorare con il cinema è sempre stata l’unica certezza che abbia avuto, dopo la scrittura. Ma quella dopotutto è sempre stato il compromesso per esprimermi quando mi mancavano i mezzi. Che poi è continuato perché mi piace. Ma è comunque un compromesso.

1. Le cose brutte accadono (alle brave persone)

C’è una cosa che mi ripeto e ripeto a tutt quando qualcun sta attraversando un momento difficile della sua vita ed è: “il lato positivo della fine è che così come finiscono le cose belle finiscono anche quelle brutte”. La fine, la morte, non risparmia niente e nessuno. E io sono un sostenitore della comfort zone tanto quanto lo sono della magia che accade fuori da essa: a volte bisogna cambiare, reinventarsi, fare le rivoluzioni non solo in piazza, ma anche e soprattutto dentro noi stess, perché solo così ci si avvicina ancora di più a quel senso delle cose. Se vedi il mondo sempre dalla solita finestra finirai per credere che quel buco sul muro sia un quadro, al massimo un quadro animato: la verità è che tu stai vivendo in quel quadro. Sei solo uno schizzo di un artista che è inciampato sui colori. Mentre potresti essere la mano che dipinge. Non il quadro, non lo schizzo. Perciò quando sento che tutto quello che poteva darmi qualcosa me l’ha dato tendo a muovermi oltre, ad allontanarmi, a trasferirmi; così come me ne sto andando da Bologna, è giunto il momento che lasci questa casa – metaforicamente e non – che è stata un rifugio, un amore, un amante, un figlio, una palestra, un’isola, uno sgabuzzino, un centro commerciale, un buco di culo dove sentirmi me stesso scrivendo delle cose più serie e delle cose più frivole (soprattutto), senza cercare di rincorrere uno scopo specifico che non fosse l’espressione di me stesso e il bisogno di dire la mia parte della verità.
Ho aperto questo blog tanti anni fa, in un momento in cui mi sembrava che il mondo mi crollasse addosso e dio ce l’avesse con me. Non avevo niente da perdere. Sprofondavo e basta. All’epoca ero una giovane matricola appena approdata a Bologna con i dilatatori finti che nascondeva il suo provincialismo fingendo di essere la nuova Carrie Bradshaw dei froci, quella che diceva le cose come stanno davvero, senza peli sulla lingua. Come Ash all’inizio di ogni gioco ho scelto il mio starter – il mio computer – e sono arrivato in questa nuova città che mi sembrava così bella, così grande, così magica, e che adesso mi sembra così triste, così piccola, così reale. Forse sono io che sono cresciuto. O forse è il mondo che fa un po’ più schifo di prima. Fatto sta che in tutto questo tempo sono cambiate un casino di cose, e credetemi se vi dico che cinque anni fa mi sembrano letteralmente una vita fa. Io sono un’altra persona rispetto a quel ragazzino che provava a tutti i costi a darsi un tono andando controcorrente, facendo il rebellino e guardando storto chiunque incrociasse con lo sguardo. Ma c’è una cosa che non è mai cambiata e non cambierà mai: la sfiga. Le cose brutte succedono, sì, e succedono soprattutto alle brave persone, e continueranno sempre a succedere. Ma la verità è che non ci sono né cose brutte né brave persone: solo cose e persone, ognuna con una storia diversa, ognuna con qualcosa da dire che nel momento in cui perderà un orecchino penserà di essere al centro di un complotto internazionale, la trama di un giallo italiano, e nel momento in cui troverà cinque euro per terra penserà subito a ringraziare dio perché qualcuno gli ha voluto bene, perché il destino oggi gli sorride. Sì, è proprio una giornata fortunata. Quello che ho capito io invece è che tutto accade per caso, che come non ci sono cose brutte e brave persone non c’è nemmeno la trama di un film che non ha scritto nessuno: ci siamo solo noi con le nostre scelte. Noi con le nostre azioni. E se anche pensare di essere un po’ al centro del mondo può far bene ogni tanto, perché ci sentiamo la terra sotto i piedi, allo stesso tempo dobbiamo cercare di ricordarci chi siamo veramente, non chi dobbiamo essere. Se un giorno calpesterò una merda sarà solo perché qualcun altro ci ha cagato prima di me. Quando ho aperto questo blog i problemi che mi ritrovavo ad affrontare quotidianamente mi sembravano enormi, insuperabili; eppure non sapevo che il meglio – peggio – doveva ancora venire. Ma come ho detto prima, la verità è che non c’è un meglio o un peggio. Non c’è veramente un cazzo di niente, se proprio lo volete sapere. Questo è quello che mi ha insegnato la pandemia, il DAMS, cinque anni che forse poi sono sei di vita universitaria fuori sede, le settimane a tema della Lidl e un blog che mi ha sottratto sempre troppo tempo e a cui non ne ho dedicato mai abbastanza.
E adesso vorrei che questo buco di culo diventasse di tutt*, senza chiuderlo assecondando istinti auto-distruttivi infantili ma lasciando entrare chiunque voglia, che sia per sfogliare le foto dei manzi della rubrica WANTED o per leggersi qualche classifica decisamente più interessante di questa. Questo, comunque, ripeto, non significa che non pubblicherò più, anzi, sto già pensando a un altro articolo che scriverò a momento debito, ovvero quando me ne andrò definitivamente da Bologna e avrò bisogno di coronare e omaggiare il mio vissuto in questa città attraverso le pagine di questo spazio.
Ma per adesso vi saluto e vi ringrazio.

Filippo

3 pensieri riguardo “10 motivi per cui chiudo il blog – edit: lo passo a Claudio

  1. Spero cambierai idea e continuerai a scrivere. Il mondo blog è vero è molto cambiato dai primi anni 2000 o giù di lì da quando è nato. Ma è pur sempre un modo per esprimere opinioni, avere pensieri articolati e non i semplici ” mi piace “di altri social.

    Io ti ho scoperto stasera per caso, questo mondo è talmente vasto che è difficile poterci conoscere tutti! Però si fa tutti parte di una comunità. Dietro le nostre parole, ci sono persone , tristi, allegre, arrabbiate. Tutte con una storia alle spalle, non sempre bella, come spesso accade nella vita. Però abbiamo la fortuna di poterci esprimere scrivendo. Le parole sono importantissime. E se riusciamo a tirare fuori quello che abbiamo dentro,ci farà stare meglio di una seduta psicologica!

    Allora io ci sarò e quando avrai voglia di scrivere, leggerò le tue parole. Complimenti per i tuoi studi a Bologna.

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  2. In realtà non tutti i blog sono superati e letti soltanto da un numero ristrettissimo di persone. Se sei in grado di produrre dei contenuti validi, riuscirai a trovare un tuo pubblico anche usando un mezzo meno “trendy” rispetto a Instagram e TikTok.
    Anche il tempo è un falso problema: per non perdere i tuoi lettori basta aggiornare il blog una volta al mese, e nell’arco di 30 giorni mezz’ora per scrivere un post si trova tranquillamente.
    Le altre motivazioni mi sembrano ancora più deboli rispetto a quelle che ho appena confutato.
    Ti sto scrivendo tutto questo non per fare polemica e per irritarti, ma al contrario per convincerti a ripensarci.

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