Io preferivo non iniziare

Come iniziare qualcosa che non si vuole iniziare? Qualcosa che non si ha il coraggio di iniziare e che, allo stesso tempo, divampa con una forza brutale dentro di sé per la necessità di essere iniziato? Forse bisogna solo iniziare, da qualche parte. Come quando torni dalle vacanze estive e trovi la casa polverosa, che se sbatti sui cuscini del divano vedi rinfrangere i pulviscoli negli spiragli di sole che filtrano dalle tapparelle chiuse.
Devi solo iniziare, da qualche parte. Metti la musica, quella buona, però, ché se ti capita di sbagliare allora puoi dire addio al sogno di cominciare la nuova stagione.
Devi solo iniziare, da qualche parte. Prima però fai la pipì, poi magari provi il nuovo rossetto che hai comprato in offerta al negozio in stazione, mentre temporeggiavi per non tornare a casa e iniziare.
Devi solo iniziare, da qualche parte. Poi finisce che non inizi mai e ti ritrovi sulla soglia dell’età adulta con un sacco di polvere accumulata senza neanche più il pensiero di iniziare.

Che cosa sono queste mani? Questi occhi? Queste orecchie? Se hanno smesso di toccare, di vedere, di sentire. Avevo 26 anni quando mi hanno diagnosticato la depressione. Che ridere. Io accumulo un sacco di cose, ma sono bravissima ad accumulare numeri. I miei preferiti sono i medici. C’è un numero che ho custodito e continuo a custodire nella cover del mio cellulare; è scritto su un foglietto di carta verde, un post-it, alla vecchia maniera. Non ho neanche avuto il coraggio di salvarlo in rubrica; avrebbe reso tutto più reale, mi dicevo, e quindi mi crogiolavo nel sogno che un giorno avrei aperto quella cover e avrei fatto i conti con l’amara costatazione di aver perso il numero di telefono dello psichiatra che mi ha consigliato la mia dottoressa. Invece lui, quel numero di telefono e tutto quello che per me rappresenta, è sempre lì schiacciato tra un sistema operativo che ormai racchiude un milione di vite possibili e una cover verde sbiadito (anche lei) fatta di silicone e plastica.

Perdonate queste memorie un po’ sconclusionate, forse irreali, forse fiabesche, ma ho il bisogno di scriverle a qualcuno che forse non esisterà mai. E mi crogiolo nella speranza che possano aiutare gli altri a iniziare qualcosa che io non riesco a fare, o che forse sto già facendo. Non so fare niente nella vita, ma tipo proprio niente. So parlare e basta. Questa non è una vera e propria dote perché chi più chi meno tutti abbiamo la capacità di comunicare con l’esterno. Io però so mettere un sacco di parole in fila, in modo veloce e con una tonalità simile ad un attacco Pokémon. A quel punto il mio interlocutore solitamente rimane talmente perturbato che alla fine pensa che io sia intelligente. Poi ci metto talmente tanta passione dentro che i miei discorsi o anche i miei testi universitari sembrano stati partoriti dalla mente di una moderna Rossella O’Hara sull’orlo di una crisi d’identità. Per questo sto scrivendo adesso. Sono in piena fase depressiva, mica scema. Quindi utilizzo le parole come catarsi. È sempre stato così per me, da che ne ho memoria. Anche se non sono brava a fare niente nella vita, ma tipo proprio niente, ho sempre avuto un rapporto complicato con le persone reali. Non mi sono mai piaciute, quelle lì. Fanno male e quando lo fanno io cado a pezzi. Non come una persona normale: le mie ferite assomigliano vagamente ai danni post-apocalittici che potrebbero svilupparsi a seguito dello sgancio di una bomba nucleare. E non sto nemmeno esagerando.

Non credo in niente, o almeno non lo faccio più. Non per vittimismo o cose tipo “la vita mi ha delusa”, ma più del tipo “che cazzo me ne faccio?”. Credere in qualcosa è bello e se proprio dovessi trovare qualcosa in cui credere sarebbe il gelato pistacchio e fragola, insieme, sì, perché da soli non hanno assolutamente lo stesso sapore. Credo alle cose materiali perché sono figlia della mia generazione che generazioni più grandi di me hanno creato per rendermi schiava di un sistema consumistico per poi lamentarsene e perché credere a qualcosa che puoi toccare mi infonde un senso di sicurezza. Cioè tipo che esiste. Che ridere. Credo nella magia. Che ridere. Non posso credere di averlo scritto sul serio, ma lo penso e lo so che ho scritto che credo alle cose materiali. Innanzitutto io sono contraddittoria e quindi ho ragione per default e poi penso che la magia stia nei fatti che ancora non riusciamo a comprendere perché la scienza non ha ancora gli strumenti adatti a farlo, quindi ho ragione comunque. Quante cose magiche riuscirebbe a spiegare l’uomo del futuro se solo avesse il tempo materiale per studiarle? Beh, tanto non ce l’abbiamo perché il mondo sta implodendo, quindi tanto vale credere nella magia. Avete visto che ho ragione?  Che ridere. Il cinema per me è magia, voglio dire, sono laureato in questo settore, ho fatto una tesi sull’argomento, quindi magari sono di parte. Però le luci spente della sala, il silenzio che lascia spazio al mostrarsi delle storie, le emozioni di milioni di vite vissute in pochissime ore, la sicurezza della non ragione di averle vissute tutte; non è forse questa, magia? Uno studioso pensa che lo spettatore in sala rientri in una fase intrauterina, prenatale. Tu, spettatore, non sei niente! Tabula rasa. Non ci sono tasse da pagare, crisi economica, surriscaldamento globale, la tipa o il tipo non ti ha lasciato, quello stupro non è mai successo, nella tua infanzia non hai accumulato traumi. È tutto perfetto.

Mi piace pensare una cosa e la dirò in un piccolo frangente di questa lunga lettera narcisistica a me stessa. Mi piace pensare che in fondo ci sia un’universalità in queste parole malate, che ci sia un po’ di me in ognuno e di ognuno in me. Quindi oltre ad avere un sacco di casi clinici forse potremo supporre che non ne abbiamo nessuno perché la grande verità di questo enorme mondo di merda senza tempo è che nulla ha un senso. Quello che fa stare male me fa stare male miliardi di persone che sono come me. Siamo gemelli empatici di un’umanità sbagliata che ci chiama al fronte per prostrare le nostre vite sull’altare del sacrificio. Devoti agli altri senza margine di rimorso, errore, rimpianto. Accumunati dall’idea sbagliata di un bene superiore che pesa sulle nostre teste come la spada di Damocle, ma siamo noi ad esserci immolati a questa battaglia; siamo prigionieri di noi stessi. Non so se tutto questo abbia effettivamente un senso o uno scopo, ma so che devo trovarne uno per sopravvivere. Quindi se devo sceglierne uno voglio che sia la compensazione. Sarebbe bello se tutti iniziassimo a pensare di riempire i vuoti degli altri e che gli altri iniziassero a riempire i nostri. Penso a questa specie di baratto emotivo in cui questa circolarità non si fa mai mancanza ma occasione per stimolare gli altri a crescere e nel flusso cresciamo anche noi. Per quanto mi riguarda ho teorizzato la patologia empatica al quarto stadio, che in pratica vuol dire che non riesco a farmi i cazzi miei; in maniera empirica diciamo che potrebbe spiegarsi con un profondo senso di connessione con l’altro. E credetemi che è una maledizione. Io sento tutti, sempre. Vivo sulla mia pelle milioni di storie che mi raccontate e mi ferite, mi scorticate la pelle. Siete bellissimi quando accogliete con tutta quella dignità la vostra sofferenza. Poi ve ne andate via. Ho vissuto con voi quella sofferenza, non l’ho sentita con le orecchie e basta, io l’ho vissuta. E siete stati tutti più coraggiosi di me perché ne siete usciti in fondo, io invece rimango ancorata al vostro dolore anche dopo giorni, anche dopo anni. Ho imparato così tanto dai vostri sbagli. Che ridere.

Che miserabile bastarda questa esistenza, questa nullafacenza, questo compianto da donna morta. C’è un sacco di gente morta in giro, ma solo la gente morta può riconoscere altra gente morta. È tipo un sistema operativo incorporato con la depressione. Aiutate gli altri, aiutate voi stessi. Non fate come me.

Non so cosa è andato storto in tutta questa storia. Magari questa roba serve proprio a questo. Magari riuscirò a capirci qualcosa; è tutta questione di inizi alla fine.

2 pensieri riguardo “Io preferivo non iniziare

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