‘Suburra – La serie’: finalmente qualcosa di diverso da ‘Gli Occhi del Cuore’

Generalmente, quando si parla di serialità italiana, si tende a pensare che la maggior parte delle produzioni siano un po’ come Gli Occhi del cuore: disimpegnate, di scarsa qualità, arrangiate, insomma, “fatte un po’ alla cazzo di cane”. E si tratta di un’opinione neanche troppo sbagliata, soprattutto se si considera la programmazione media della tv generalista.            
Solo alcuni prodotti si salvano da questo scenario di mediocrità “un po’ troppo italiano” e, fra questi, c’è sicuramente Suburra – La serie.    
Prima serie italiana sbarcata su Netflix, Suburra (2017 – 2020) è stata concepita come il prequel degli eventi narrati nell’omonimo adattamento cinematografico del romanzo di De Cataldo e Bonini: la vicenda, infatti, narra dei traffici, degli intrecci e degli sviluppi personali di alcuni personaggi coinvolti nella malavita romana, sullo sfondo di una Capitale malfamata e corrotta.          
Proprio la resa dell’ambientazione risulta essere una delle caratteristiche più efficaci: contrariamente a molti prodotti “crime” italiani, infatti, come Il commissario Montalbano o Don Matteo (in cui la resa scenografica del set cittadino sembra rispondere più ai canoni di uno spot della ProLoco che a una serie criminale), la regia di Michele Placido ci restituisce l’immagine di una Roma buia, umida, torbida e tormentata, quasi con l’intento di rispecchiare le intenzioni e l’interiorità dei suoi personaggi. Tutto sembra essere avvolto in una fitta nebbia, dando agli spettatori la sensazione di trovarsi in una sorta di girone infernale, perché proprio come nel poema dantesco nessuno si salva e nulla è estraneo all’Inferno della corruzione; neanche il Vaticano.

All’interno di questa bolgia si muovono e agiscono personaggi appartenenti a diversi strati della società: la strada e la nobiltà, la politica e la Chiesa; tutti sembrano partecipare alla corsa per la conquista di Roma sotto lo sguardo attento e amministratore di Samurai. Di conseguenza, anche la narrazione sembra seguire l’andamento di questa corsa per il potere attraverso un ritmo veloce, incalzante e ricco di colpi di scena, in grado di rapire lo spettatore e di tenerlo incollato allo schermo.       
Inoltre, nonostante la storia abbia un occhio sostanzialmente corale, un focus particolare è dedicato ai tre protagonisti e alla loro evoluzione: diversamente dal libro e dal film, la serie assume quasi i tratti di un romanzo di formazione, descrivendo la trasformazione dei tre ragazzi da postadolescenti irrequieti a uomini “adulti e responsabili”. In tutti e tre i casi, il percorso di crescita deve affrontare il passaggio obbligato del conflitto con le proprie origini e la propria famiglia, dando però esiti diversi: se da una parte c’è Spadino che raggiunge una maturità estremamente sofferta solo affrancandosi dal fratello e dal contesto familiare, dall’altra parte c’è Lele che, al contrario, tende a seguire le orme paterne rispetto cui però soccombe, a causa di una vita criminale che non riesce più a nascondere. Infine, fra Spadino e Lele, c’è Aureliano, la cui crescita individuale assume un tratto distintivo rispetto alle altre due, accompagnata da un processo di accettazione di sé stesso e degli altri: perché solo quando si libera dei suoi pregiudizi e prende consapevolezza del proprio ruolo riesce a prendere anche il comando della propria famiglia.       
In realtà, il percorso personale di Aureliano andrebbe osservato anche da un altro punto di vista, soprattutto se messo in relazione al rapporto con Spadino. Si è discusso molto se, alla base delle intenzioni degli sceneggiatori, ci fosse la volontà di scrivere il rapporto fra i due basandolo sulla bromance o, alla luce dell’omosessualità di Spadino, di renderlo funzionale a una vera e propria strategia di queerbaiting (il che non sarebbe neanche troppo improbabile se si considera che Netflix abbonda di esempi di questo genere). Tuttavia, l’aspetto probabilmente più interessante consiste nel fatto che l’evoluzione dell’amicizia fra i due costituisce il discrimine principale fra le intenzioni della prima stagione e l’esito effettivo nella terza.  

Come detto prima, la serie alla nascita è stata concepita come una sorta di prequel degli eventi narrati nel film e nel libro: di conseguenza, se si considerano le dinamiche raccontate nell’adattamento cinematografico (nello specifico, la morte di Spadino per mano di Numero 8), l’aspettativa dello spettatore nella prima e nella seconda stagione è guidata dalla curiosità legittima di capire fino a che punto si deteriorerà il rapporto fra i due, e di vedere la progressiva trasformazione di Aureliano verso il Numero 8. Alla luce dell’hype mostrato dagli spettatori per i due personaggi e, sicuramente, anche a causa di alcune esigenze narrative, la terza stagione si distacca completamente dall’idea originaria della serie, facendo diventare Suburra un progetto totalmente indipendente rispetto al libro e al film. Tuttavia, anche se questa strategia è particolarmente intelligente, soprattutto in termini di coerenza testuale, la terza stagione si rivela, nel complesso, la meno efficace, a causa di buchi di sceneggiatura sparsi qua e là (ci sono personaggi introdotti nella prima o nella seconda stagione che scompaiono così, di punto in bianco, senza nessuna spiegazione) e qualche soluzione di scrittura e regia che sfida le leggi della fisica per andare verso il paranormale (nello specifico non si capisce come, durante l’ultimo episodio, Aureliano riesca a rimanere in piedi e a sostenere quasi una conversazione normale, pur avendo tre pallottole piantate nel petto).
Nonostante ciò, il valore artistico e il grado di godibilità per lo spettatore permangono a livelli molto alti, rendendolo uno dei prodotti italiani migliori in circolazione al momento.

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