‘Vivarium’: ennesima denuncia? #BADTHINGSHALLOWEEN

Se siete stufi di mostri, alieni, catastrofi e siete alla ricerca di qualcosa di più filosofico-angosciante sulla scia di Black Mirror (ma quando torna con altri episodi validi?), ecco a voi Vivarium, di Lorcan Finnegan.
Giusto tre attori, tra cui Jesse Eisenberg e Imogen Poots interpretano Tom e Gemma, una giovane coppia in cerca di casa (giovani ed estremamente normali, potremmo essere noi). Vengono invitati a considerare un’opzione in un complesso residenziale suburbano chiamato Yonder, accompagnati da Martin, agente immobiliare in camicia bianca a maniche corte e cravatta nera, carnagione chiara e capelli lisci. Un volto così inquietante da poter essere un invitato a qualche festa dell’Overlook Hotel. Quando Gemma chiede dove sia Yonder, risponde: “Abbastanza vicino. E abbastanza lontano. Alla giusta distanza.” E qui abbiamo detto tutto.

Entrano in un ampio tratto di terra con case identiche, tutte dipinte di un verde sbiadito, tranquillo e nauseante allo stesso tempo. Gli interni di ogni casa sono altrettanto blandi, conformisti. Così come ai due protagonisti, anche a noi dovrebbe dare i brividi. Quindi, terminata la visita, cercano, comprensibilmente, di scappare. Presto scoprono di essere intrappolati in un labirinto: dal tetto di una delle case non si intravede la fine.
E come Tom scopre presto, bruciare una di queste case (nella speranza, tra le altre cose, di segnalare al mondo esterno aiuto) non li porta da nessuna parte. Essendo gli unici personaggi per moltissime sequenze, è un bene che siano una coppia attraente e interessante. La loro ansia si trasforma in apatia finché qualcosa non modifica la loro permanenza infinita: l’arrivo di un bambino. Decisamente inquietante.

Da qui in poi, purtroppo, la qualità del film cala inesorabilmente. E mi è parso inutile ogni tentativo di voler risollevare il sentimento di ansia costruito così bene nella prima mezz’ora. Anche perché l’idea non è di certo nuova – non so se abbiate mai visto la serie The Prisoner o quel (bellissimo) episodio de Ai confini della realtà con il bambino di Peaksville. It’s good life.
Il titolo Vivarium fa riferimento a un contenitore per l’osservazione di piccoli animali in una ricreazione artificale del loro ambiente naturale che fornisce un segnale fin dalla copertina. Basti pensare che Tom e Gemma si trovano in un simulacro color pastello dell’inferno suburbano, mentre crescono un bambino mostruoso. Chi ci sta analizzando in quello che dovrebbe essere il nostro ambiente naturale? È davvero questa la natura dell’uomo?

Un plauso alle ambientazioni: sono i dettagli che riconosciamo che fanno sembrare immediato l’inimmaginabile. Yonder sembra meno un set di The Truman Show che una versione infernale dei paesaggi naturali dei Teletubbies, come le nuvole (brividi).
Se il focus della sceneggiatura è la graduale disintegrazione della nostra coppia centrale (un minuto sono giovani amanti spensierati, in attesa di una vita piena di possibilità, il successivo sono relitti terrorizzati ed esausti, tenuti in ostaggio dalle richieste stridule di un bambino alieno che imita ogni loro parola e gesto, vivendo in un mondo di sogno che nessuno dei due voleva, ognuno incolpando l’altro della propria situazione) diciamo che l’obiettivo è stato raggiunto al 50%.

Si poteva fare di più, non so cosa, ma di più. Anche perché non posso accettare che in questi ultimi anni davvero ci sia bisogno di film che denuncino la questione della “vita perfetta, padre madre, bimbo, cane, giardino villetta”. Basta, vi prego. Aspetto di essere contraddetto per interessanti discussioni a riguardo, e ovviamente sul film.

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