‘Taron e la pentola magica’: il capolavoro mancato (e mancante) #BADTHINGSHALLOWEEN

Provate a scrivere su un motore di ricerca “cartoni animati horror”: i risultati che usciranno saranno tutti poco soddisfacenti, specie per qualcuno come me che voleva trovare un cartone animato disegnato bene quanto un film dello Studio Ghibli e che spaventasse come L’Esorcista. Nulla.
Poi però, tra i titoli suggeriti da Google, ecco che puntalmente ritorna Taron e la pentola magica. Non siamo in molti ad avere la videocassetta di questo classico Dinsey, e forse non siamo in molti a parlarne perché non l’ha visto praticamente nessuno.
Eppure quando ero piccolo questo cartone animato mi piaceva moltissimo: ricordo ancora le battute a memoria e, non chiedetemi il motivo, ma ogni volta che arrivavo quasi alla fine del film mi veniva voglia di aiutare in casa, mettendomi a lavare i piatti. Era un connubio molto forte, almeno fino ai miei dieci anni.

Taron e la pentola magica è comunemente conosciuto in internet come il flop dei flop della Disney (dal punto di vista commerciale). Questo enorme fallimento in termini di profitto avvenne nel 1985. Il budget più alto di sempre (per i tempi) per gli incassi più bassi.
Basato sulla serie fantasy di Lloyd Alexander The Chronicles of Prydain, (le sto leggendo proprio mentre scrivo queste righe), il film nel suo weekend di apertura incassò solo 4 milioni di dollari al botteghino, e il suo lordo interno finale fu di poco più di 21 milioni. Pare inoltre che abbia segnato la fine del vecchio modo dello studio di realizzare film animati. Un nuovo regime, capitanato da Jeffrey Katzenberg e Michael Eisner, ha eliminato i budget robusti.

La storia è semplicissima: un aspirante guerriero, in realtà con ben poche possibilità, deve custodire un animale speciale lontano dalle grinfie del malvagio re Cornelius. Ma la storia è piena di conflitti, scene buie, cose che potevano spaventare i bambini di allora. Ma quei bambini sono cresciuti e oggi, da genitori, potrebbero tranquillamente mostrare questo cartone animato alla prossima generazione. La Disney all’epoca aveva opzionato la serie di Alexander in cinque volumi e per tutto quel decennio utilizzò il materiale per reclutare potenziali animatori per la compagnia. Era visto come un capolavoro in divenire che sarebbe vissuto per sempre come un classico dell’animazione.

Ora non voglio stare a raccontare tutti i retroscena: per quello ci sono molti articoli e video sul web che sono già ampiamente esaustivi. Vorrei concentrarmi invece sul film in sé, anche perché per quanto sia fondamentale il contesto di realizzazione e produzione, io continuo a ricordarmelo come degno di nota. Spesso ho scritto, o letto altrove, che la figura dell’antagonista è fondamentale per la riuscita di un film. E ne sono ancora convinto. In questo caso il cattivo, il re Cornelius, è sicuramente il disegno di un antagonista disney più inquietante di sempre. Nessuno ci potrebbe mai fare un peluche. E sembra che tutti i dettagli macabri del film siano stati confezionati proprio a partire da questo personaggio.

È molto semplice criticarlo, a partire da una questione puramente tecnica: i cartoni animati una volta erano costruiti con storyboard, non sceneggiature: sequenze visivamente accattivanti venivano cucite insieme da dialoghi scritti da singoli animatori. Tale procedura ha funzionato per le fiabe semplici, in cui una storia sottile è stata estesa su una serie di scene, ma ha fallito di fronte all’adattamento di una narrativa complicata come Le Cronache di Prydain e su tutto un mondo di riferimenti al folklore gallese e all’universo tolkieniano. Condensare questi elementi e storie descritte in cinque libri non è un’impresa facile quanto l’insuccesso della riuscita.

Eppure ci sono sequenze che funzionano: la cattura del maiale, gli episodi con i folletti e sopratutto le tre streghe – le scene migliori di tutto il film. Io, ancora oggi, resto fermamente convinto che il film fosse troppo in anticipo sui tempi. Se fosse stato ideato giusto una quindicina di anni più tardi sarebbe stato un capolavoro. Anche perché oltre a La Spada nella Roccia manca davvero una stella nel firmamento Disney che si concentri su questi elementi (così lontani all’epoca dagli esempi educativi e di intrattenimento offerti ai bambini).

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