‘Un lupo mannaro americano a Londra’ ad Halloween per tutt* perché sì #BADTHINGSHALLOWEEN

Esistono dei film per cui vale la pena spendere qualche parola solo per i primi venticinque minuti dai titoli di testa. Storie che partono a mille: ambientazione, colonna sonora, presentazione dei personaggi, introduzione del tema principale. Tutto funziona alla perfezione. Così tanto che spesso poi si scende di livello per tutto il resto del film – salvo magari qualche scena.
È il caso di Un lupo mannaro americano a Londra – assolutamente da evitare il secondo capitolo, bleah, pussavia, schifo.

Facciamo un piccolo passo indietro per ricostruire il contesto di realizzazione di questo film: gli anni 80 hanno sfornato un sacco di film su vampiri, mummie e simili, ma pochi hanno avuto successo. Ciò non vale per quelli sui licantropi. Il primo a raggiungere lo schermo è stato The Howling di Joe Dante, poi Wolfen di Michael Wadleigh. Ma è solo con il nostro buon John Landis che lo standard viene riscritto – e che ancora viene preso come punto di riferimento.

Il film si apre in una splendida e selvaggia campagna dell’Inghilterra del Nord, dove due americani, David Kessler (David Naughton) e Jack Goodman (Griffin Dunne), sono in viaggio. Raggiungono un piccolo villaggio vicino all’imbrunire, hanno freddo e fame, così decidono di fermarsi al pub locale, un posto chiamato “The Slaughtered Lamb”. La loro accoglienza è gelida, con gli sguardi rabbiosi degli avventori e della barista. Dopo aver fatto troppe domande, gli viene detto sgarbatamente di andarsene, anche se, prima di partire, sono avvertiti di restare sulla strada e di non vagare nella brughiera – un avvertimento che ignorano, con loro grande dispiacere. Quando arriva, l’attacco è rapido e spietato: un’enorme creatura simile a un lupo balza fuori dall’ombra, uccidendo Jack e ferendo David prima che diversi cittadini, armati di pistole, lo sottomettano. In ospedale, a Londra, David conosce un’attraente infermiera di nome Alex Price (Jenny Agutter) e il Dr. Hirsch (John Woodvine). Nonostante una serie di incubi strazianti, David sembra progredire – fino a quando riceve una visita inquietante dal suo amico zombificato, Jack, che lo informa che è diventato uno dei morti viventi e che David, nella notte della prossima luna piena, si trasformerà in un lupo mannaro.

In termini di trama e struttura narrativa, non c’è niente di nuovo o sorprendente, anche se, come dicevo, tutto funziona estremamente bene. Ciò che rende questo film diverso è il suo riuscito connubio di commedia e horror. Le sequenze umoristiche sono abbastanza divertenti, mentre le scene raccapriccianti mantengono ancora oggi il potere di stupire. L’immedesimazione avviene molto facilmente con il protagonista, che speriamo riesca a trovare una via d’uscita da una situazione impossibile (da notare che se fosse stato meno umano si sarebbe trasformato in una caricatura e l’intero film si sarebbe trasformato nel tipo di farsa grottesca che è il secondo capitolo della serie).
Tra gli elementi da segnare: i dialoghi iniziali tra gli amici; la storia d’amore tra David e Alex; l’uso di brani relativi alla luna (“Blue Moon”, “Bad Moon Rising” e “Moondance”).

Con An American Werewolf in London, Landis non poteva permettersi di risparmiare sangue e viscere: le sequenze di trasformazione da sole sono abbastanza inquietanti da sconvolgere gli spettatori sensibili, anche se la prima non si verifica fino a un’ora dall’inizio del film di 97 minuti, rendendo i primi due terzi del film relativamente docili.
Quando ci provò Landis era reduce dai successi di Animal House e The Blues Brothers. Questo film non è da meno. Il successo e l’impatto fu tale da essere scelto come soggetto del video musicale più celebre e studiato della storia: Thriller di MJ. Lo zampino infatti è quello di Rick Baker, che ha reso memorabile nel film di cui parliamo la scena di trasformazione da umano a mostro. Baker aveva lavorato anche per The Howling e Wolfen, ma fu proprio con Un Lupo mannaro americano a Londra che ottenne l’Oscar.

Se siete interessati ai film di questo periodo, saprete bene che alcuni registi di film horror cercavano di aggiungere alla sceneggiatura una sottile linea di umorismo che alleggeriva il ritmo teso delle scene clou, forse come meccanismo di difesa per la psiche umana: ridere di qualcosa che ci spaventa aiuta. Ma questo equilibrio è raro da raggiungere, perché ovviamente si rischia da un lato di non spaventare, dall’altro di non far ridere.
Landis ci ha fatto, in definitiva, un bel regalino.

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