“Mele” greche per la memoria

Capita sempre più spesso negli ultimi anni che nella sezione “Orizzonti” del Festival di Venezia vengano presentati film interessanti da molteplici punti di vista. Per l’anno 2020 penso che quello che rimarrà tra i miei consigli del giovedì sera (ci sono film da vedere solo il giovedì) sia Mele di Christos Nikou, regista greco esordiente.

Partiamo da un piccola premessa: l’influenza di Yorgos Lanthimos è indubbia in questo lavoro, e forse lo rimarrà anche per i successivi – cosa che spero. Bisogna ricordare infatti che proprio Nikou era stato assistente alla regia durante le riprese di Dogtooth.
In ogni caso, questa storia riflette sulla memoria personale, sullo stato amnesico, attraverso un enigmatico racconto degli sforzi di un uomo di “riprogrammarsi” in una società affetta da una nuova piaga: la perdita dei ricordi e di ciò che siamo stati. Al posto del Covid, quindi, una gran dimenticanza generale, che colpisce senza contagio e senza sintomi. I toni sono impassibili, cupi, surreali, ma il racconto è delineato con grande semplicità, quasi come un romanzo russo di fine ‘800.

Il personaggio principale, un uomo di mezza età con barba, viene presentato per la prima volta mentre sbatte la testa contro un muro. Siede nel suo appartamento ascoltando la voce disincarnata di una registrazione audio che descrive in dettaglio il programma “Nuova Identità”, condotto dal Dipartimento di Memoria Disturbata dell’Ospedale Neurologico. Decide quindi di prendere un autobus, si addormenta e al suo risveglio non è più in grado di ricordare dove stava andando. Come lui, tanti suoi concittadini nei giorni precedenti. Accompagnato in ospedale, gli viene proposto di ricominciare una vita attraverso lo scatto di polaroid da inserire dentro a un album per ri-costruirsi ricordi di esperienze personali – la scelta della polaroid viene accentuata dal formato dell’immagine 4:3.

Il film è una meditazione sulla manipolazione della memoria, del ricordo e del passato personale di ogni individuo. L’elemento allegorico centrale di un ambiente distopico in cui l’esperienza standardizzata è offerta come rimedio per il malessere sociale ricorda specificamente un altro film di Lanthimos, The Lobster. Le origini e le specificità della pandemia diventano irrilevanti in una storia più intimamente focalizzata sulla condizione umana attraverso l’esistenza di un singolo individuo. A questa poi si aggiunge l’originalità della premessa, il tempismo inquietante del suo ironico radicamento in una pandemia che sta costantemente rimodellando la società e l’osservazione di come elaboriamo la perdita della memoria.

Non troppo velato e nemmeno troppo originale il riferimento al rapporto che abbiamo con i social: se pubblichi una foto, allora è un ricordo degno di essere ripescato in un futuro, che ci definisce attraverso i nostri profili virtuali. Non mi soffermerei nemmeno troppo su questo punto.
Il film comunque scorre abbastanza lentamente, ma il ritmo ha il suo scopo, quindi prendetevi il giusto tempo per capirlo e farvi delle domande, più che vederlo distrattamente con l’iPhone in mano. Alla fine vi chiederete: un mela al giorno toglie il medico di torno?
Vi stringo la mano. Ah no, non si può più. Nemmeno il gomito, e di certo non mi accarezzo il cuore. Un breve cenno del capo può bastare.

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