INTRODUCING: WILLOW

Willow Smith, in arte Willow, è stata una delle scoperte musicali più interessanti che mi siano mai capitate. Impossibile non conoscerla: figlia di Will Smith e Jada Pinkett Smith, e sorella minore di Jaden Smith, Willow ha debuttato nel mondo del cinema insieme a suo padre a soli 7 anni nel film Io sono leggenda, per poi inaugurare l’entrata nel mondo della musica nel 2010 con il singolo Whip My Hair, che divenne un vero e proprio tormentone.
Peccato che la sua intera discografia si distacchi completamente dal genere delle sue prime canzoni.

Pochi, infatti, sapranno che Willow ha continuato a fare musica dopo Whip My Hair, pubblicando vari singoli, quattro album (di cui l’ultimo in collaborazione con Tyler Cole) e tre EP. Ma questo non deve stupire: nonostante all’inizio fosse sotto contratto con la Roc Nation (l’etichetta discografica fondata da Jay-Z) e avesse in programma di fare uscire un album d’esordio dal titolo Knees and Elbows, Willow non riuscì più a replicare il successo del primo singolo, e i singoli successivi (21st Century Girl e Fireball) si trasformarono presto in fallimenti commerciali, sancendo la fine del tentativo della sua etichetta discografica di plasmarla lanciandola nel mercato come un qualsiasi altro prodotto studiato a tavolino.
Knees and Elbows non uscì mai, per fortuna, ma al suo posto nel 2015 Willow pubblicò il suo primo EP, 3, sempre con la stessa etichetta discografica, la Roc Nation, che curò anche l’uscita degli altri album. 3 è un EP molto conciso contenente solo tre canzoni, di cui una in collaborazione con l’artista SZA, in cui Willow abbandona le sonorità dance per abbracciare definitivamente l’RNB, inaugurando la sua rinascita musicale.
Ma sarà il suo primo album ufficiale, ARDIPITHECUS, pubblicato nel 2015, quasi interamente auto-prodotto, a segnare l’arrivo in piazza di una delle artiste più giovani e talentuose al mondo.

Wait a Minute! è secondo me una delle canzoni pop contemporanee più belle che abbia mai sentito. E anche una delle poche nell’album ad avere sonorità così commerciale, nonostante sia stata brutalmente lasciata a marcire senza nemmeno un video. ARDIPITHECUS, comunque, si mostra come un album pieno di sonorità e influenze differenti, che spaziano dall’alternative RNB al pop sperimentale, dal neo soul all’elettronica, affermando tutte le potenzialità di Willow sia come cantautrice che come produttrice. L’album, tuttavia, viene stroncato dalla critica, che lo definisce un ibrido musicale senza identità.
Così Willow ci riprova due anni dopo, rilasciando The 1st, di nuovo scritto e prodotto quasi interamente da lei. Questa volta la critica lo accoglie favorevolmente, dichiarando che finalmente Willow stava trovando la sua strada. Ed è vero: sebbene ARDIPITHECUS presenti molte sonorità interessanti e delle tracce dal potenziale notevole (Waves of Nature e Why Don’t You Cry su tutte), è palese come la giovinezza di una ragazza poco più che quindicenne che sta ancora cercando di capire chi è possa diventare una doppia arma. The 1st, invece, è un album sicuramente più deciso sulla propria identità, che contiene dei pezzi bellissimi come Boy e Israel e che continua a sperimentare con influenze musicali provenienti da tutte le parti del mondo, lasciando sempre più in disparte quella parte più pop della sua carriera.
WILLOW, pubblicato nel 2019, è l’ultimo album da solista uscito finora, senza considerare The Anxiety del 2020, di cui Willow ha scritto tutti i pezzi e prodotto tutte le basi.

Il disco appare subito come la continuazione di ARDIPITHECUS e The 1st, sperimentando con il sound e ponendosi sempre come un album difficile da ascoltare, forse addirittura più ostico rispetto ai precedenti, ma che se ripreso e ascoltato con attenzione può lasciare molto più di quello che uno pensa. Willow, ora pienamente maggiorenne, dimostra una consapevolezza artistica in grado di intimidire, grazie alle sue capacità di produttrice che superano quelle da cantautrice. Se alcuni testi potrebbero risultare banali, infatti, le sonorità di cui è composto il disco lo rendono incredibilmente unico e ricercato, sperimentando con i generi e richiamando un modo di cantare che ricorda quello di vecchie glorie del passato come Alanis Morissette e Tori Amos.
Quello che mi piace di più di Willow è che, nonostante la giovane età, non si lascia condizionare dalla musica mainstream e da quello che in generale funziona e va di moda, che può essere anche pop “anti-pop” come quello di Billie Eilish o FKA Twigs. Willow, nonostante le critiche, mi pare abbia un’idea molto chiara del tipo di musica che vuole fare: la sua. Willow scrive di quello che la circonda nel modo in cui lo fanno gli adolescenti, lasciandosi andare talvolta a riflessioni più profonde e soprattutto sperimentando a pieno, facendo a volte anche buchi nell’acqua, ma continuando a ricercare in modo quasi forzato ed estenuante un’identità nella musica che la porta ogni volta a scoprire mondi nuovi e cimentandosi in generi completamente diversi.
L’unica cosa che mi dispiace è che, giustamente, gliene frega talmente poco di fare soldi e pubblicizzarsi che dal 2015 ha praticamente smesso di fare video. Willow è figlia d’arte, è ricca, è famosa, è sicuramente partita da un contesto privilegiato che le ha permesso di fare sin dall’inizio quello che voleva, ma allo stesso tempo le ha consentito di gestire la sua musica e la sua arte come più le piace, senza scendere a compromessi con niente e nessuno.
Attrice, cantautrice e produttrice, Willow è molto attiva anche sulle questioni etiche e di diritti, diventando insieme ai suoi fratelli ambasciatrice del Progetto Zambi, che provvede a fornire assistenza ai bambini zambiani orfani di AIDS. Willow si è anche dichiarata bisessuale nel 2019, e dal 2018 partecipa talk show sul web insieme a sua madre a sua nonna, Red Table Talk, un “forum dove confrontare le prospettive di tre diverse generazioni su una varietà di temi” tra cui, per esempio, il poliamore, di cui Willow si è dichiarata sin da subito nota sostenitrice.

Insomma, una giovane ragazza che, nonostante la sua appartenenza a una delle famiglie afroamericane più ricche del mondo, non si è mai mostrata come la solita snob superficiale e viziata, anzi, interessandosi sempre di più a tematiche molto lontane dal suo mondo e abbracciando, soprattutto con la sua musica, una cultura mondiale basata sull’inclusione e sul rispetto altrui, di cui si fa portavoce insieme a tutti gli Smith.

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