Un seme di oscurità e risentimento

Caro lettore e cara lettrice,
non è la prima volta che scrivo un racconto simile. Ho provato a farlo su Facebook, per sfogarmi, per liberarmi, ma non c’è stata volta in cui io non abbia esitato, finendo per cancellare puntualmente tutto. Per timore, vergogna, per paura di essere giudicato, o semplicemente perché temevo di non essere considerato, o addirittura di sembrare bisognoso di attenzioni.
Questo è il risultato della violenza psicologica che una vittima di bullismo subisce, anche a distanza di anni dagli eventi. Anni turbolenti. Momenti in cui credi di non potercela fare. Momenti in cui sei totalmente vulnerabile. La mia autostima, la paura dell’abbandono, il volermi sentire a tutti i costi parte di qualcosa. Sono tutte cose scaturite da anni di episodi di bullismo.
Esserne vittima mi ha cambiato radicalmente. E adesso ho bisogno di scriverne.
Sono passati dieci anni da allora. È passato tanto tempo da quando un gruppo di coetanei iniziarono a scagliarsi contro di me: psicologicamente, fisicamente… abusando delle mie debolezze e distruggendo la mia autostima.

Questo racconto non nasce per scaturire compassione nel lettore. Nasce da un momento in cui ho deciso di dire basta ad anni di omertà durante i quali mi sono sempre sentito ridicolo a raccontare un episodio del genere. Voglio far capire quanto sia nocivo per la vittima e, tra le tante confessioni, tra i numerosi racconti che si leggono in rete, questo è il mio. Il racconto di un evento talmente logorante da portarmi dietro ancora i residui di quegli anni.
Ricordo tutto. Le umiliazioni pubbliche, le umiliazioni private. I tormenti quotidiani, i pianti, il dolore, la solitudine. Ricordo le espressioni, le risate, le urla, la freddezza. A casa non dicevo nulla: tornavo da scuola e mi isolavo nella mia camera, al computer, immergendomi in mondi fittizi per evadere da una realtà che non mi apparteneva. Volevo scappare, fuggire da quel contesto sempre più soffocante. Per tutto il giorno mi mancava l’aria. Mi ricordo di quelle volte in cui inzuppavo il cuscino di lacrime fino ad addormentarmi fra i tremori e il desiderio di vendetta; altre volte ci premevo la faccia contro desiderando di non svegliarmi più. Ma la mia capacità di respirare ancora mi faceva perdere le speranze.
Avevo voglia di urlare. Ma a ogni tentativo nessuno mi ascoltava. Perché si, provavo spesso a urlare, a farmi sentire, ma ogni volta peggioravo solo la situazione. Le professoresse non reagivano. Il preside non reagiva: quando trovai il coraggio di confessargli tutto con una lettera mi convocarono in ufficio assieme al mio carnefice. Al mio turno sembrava chiaro il suo intento di aiutarmi: finalmente qualcuno che aveva deciso di dare voce ai miei problemi. Durante il turno del bullo, però, in quell’ufficio sterile tanto quanto le mie speranze, ascoltai la conversazione e una frase mi gelò il sangue: “Evita questo atteggiamento, ma non è colpa tua se il ragazzo non si sa difendere”. In quel momento realizzai quanto fossi solo in tutto il cazzo di mondo. Non solo mi sentivo umiliato per essermi esposto, ma mi sentivo totalmente abbandonato. Lui, uscito dall’ufficio, mi passò davanti mostrandomi un ghigno di soddisfazione.
In classe tutto peggiorò. Le torture triplicarono. E iniziarono le minacce di percosse. Gli oggetti da disegno rotti. Le scritte sul banco. Le cartacce nello zaino. Le strattonate. Gli appostamenti a ricreazione. Non mi davano pace. Non mi davano tregua.
Io ricordo tutto. Ricordo ogni volto in quella classe. Nessuno reagiva: alcuni ridevano, altri giravano il capo dall’altra parte. Poi c’era la palestra. Tutto il mio terrore era catalizzato in quella stanzetta umida e maleodorante. Gli spogliatoi erano una fossa di leoni; tremavo in quei cinque minuti in cui dovevo rivestirmi, e ricordo che spesso andavo in bagno a cambiarmi perché capitava che alcuni di loro, una volta ignorati gli insulti, mi lanciassero scarpe e calzini. Ricevevo perfino molestie sessuali: alcuni mi mostravano il cazzo, e quando succedeva io mi giravo disgustato. Non facevo altro che vivere la mia sessualità con disprezzo. Potete immaginare la vita di un ragazzo gay in una situazione simile? Mi torturavano supponendo che io fossi gay. E io mentivo. Negavo tutte le volte. Più negavo e più non raggiungevo alcun risultato. Era frustrante. Non potevo fare altro. Il ciclo della giornata era questa.
Quante sigarette, quante lacrime ho versato. Molte volte prima di entrare a scuola andavo in un giardinetto poco conosciuto solo per fumare e piangere. Non avevo molti amici. E con quelli che avevo non parlavo di questi episodi. A volte sì, a volte no. Preferivo pensare ad altro. Continuavo a evadere da quel contesto passando il resto della giornata al computer. Non studiavo. Facevo di rado i compiti. Al quarto anno rischiai la bocciatura: avevo raggiunto ben 8 insufficienze nel periodo di marzo. Fu l’anno peggiore della mia vita…. l’anno che determinò definitivamente la mia forza. Fu l’anno in cui accadde un episodio, uno dei più umilianti della mia adolescenza.
A giugno si teneva una festicciola a scuola in cui ognuno avrebbe portato un dolce, e tutti potevano godere di una ricreazione prolungata per festeggiare la fine dell’anno scolastico. Per me quell’evento era decisamente evitabile; purtroppo, però, avevo bisogno di interrogazioni bonus per poter recuperare delle insufficienze. Così partecipai.
Quel giorno, i ragazzi, quei vigliacchi infami – li chiamavo i “bastardi” – organizzarono una bella sorpresa per me. Un po’ come Carrie, ma senza sangue di maiale. L’umiliazione consisteva nel farmi sparire lo zaino con il cibo che avevo portato per l’evento. In mezzo al cortile, tra circa cento studenti, i bastardi indicarono il cassonetto della spazzatura del cortile interno urlandomi contro in maniera ironica; all’interno c’era il mio zaino.
Tutti iniziarono a ridere. Il preside si allontanò facendo finta di niente. Io mi avvicinai, prendendo lo zaino. Ricordo il magone. Stritolai lo stomaco per non piangere davanti a tutti. Provai a stringere i pugni; stavo per esplodere in un pianto di disperazione. Presi le mie cose (la campanella stava per suonare) e con gli occhi gonfi aspettai il suono della libertà. Uscii dalla scuola e intrapresi la via di casa a piedi (la scuola si trovava a circa tre chilometri da casa). Camminavo veloce, su quella strada principale, e a un tratto scoppiai in un pianto senza precedenti. Avevo il cuore a pezzi. Avevo la mia autostima a pezzi. Volevo smettere di provare quelle sensazioni. Non volevo più provare nulla. Così andai dietro la chiesa della città, dove c’era una specie di strapiombo. E come se non fosse abbastanza passò uno scuolabus: mi videro, i bastardi. E in quei sei secondi, al loro passaggio, fecero un coretto infamatorio, pronunciando il mio nome completo a mo’ di presa in giro e associandolo alla mia omosessualità.
Quella fu l’ennesima goccia. Abbandonai lo zaino. Salii sulla ringhiera dello strapiombo e guardai di sotto. Mi vennero in mente subito le immagini del mio corpo maciullato dall’impatto. Pensai ai miei genitori. A mia sorella. Pensai addirittura al mio funerale, come sarebbe stato, chi avrebbe pianto la mia scomparsa. Tutto in pochissimi istanti. Non avevo più lacrime. Volevo piangere ma non riuscivo; guardavo il vuoto completamente spento. Non sentivo più alcuna emozione. Pensai al volto del ragazzo che mi torturava. Mi salì una rabbia cieca. Mi sentii strano: perché nel tentativo di farla finita mi ero incazzato? Poi capii: ero arrabbiato con me stesso. Totalmente. Quindi ripresi tutto e andai a casa. Da quel giorno decisi di affrontare l’ultimo anno delle superiori a testa alta, cercando di essere forte. I risultati di fine anno uscirono a fine agosto, dopo aver recuperato tutte le insufficienze. Uno di loro, il peggiore, venne bocciato. Le torture diminuirono. Ma dopo la scuola iniziarono gli effetti collaterali di queste esperienze. I primi anni dopo la scuola, infatti, tornare nella mia città mi faceva tornare quei tremori per il centro storico, con la paura di rincontrare quelle persone che mi avevano fatto tanto male.
Attualmente pronunciare il mio nome completo mi mette a disagio. Ho una costante sensazione di non essere abbastanza per qualsiasi cosa o persona. Mi butto giù facilmente quando ricevo feedback negativi. Tendo a essere permaloso e a ricordarmi facilmente qualsiasi critica. Ho un continuo bisogno di certezze. Se una persona a me vicina inizia a essere poco presente mi sento abbandonato.

Questi sono gli effetti che mi porto dietro come un’ombra.
Se alcuni tra i compagni di scuola protagonisti di queste umiliazioni stanno leggendo questo racconto, non vi dirò cazzate su quanto io ora sia forte o menate simili, perché io sono sempre stato forte. Quello che vi direi invece è che mi avete privato della mia dignità, della mia autostima, della mia fiducia negli altri. Mi avete portato via gli anni migliori che un adolescente possa vivere. Mi avete condotto a un passo dal vuoto. Io ricordo tutto. Ricordo le volte in cui volevo andarmene ma alla fine sono rimasto. Ricordo allo stesso modo tutti quelli che pensavano di andarsene e invece hanno deciso di lasciarci.
Ho voluto raccontarvi questo per farvi capire cosa subisce una persona vittima di bullismo e cosa deve affrontare dopo. E quelle ferite, per certi versi ormai arginate, sono solo il segno indelebile della sofferenza provata in passato. Quello che non sapete è quello che dovrà affrontare dopo: una concatenazione di effetti collaterali su cui lavorare duramente per estirpare una volta per tutte quel seme che tanti anni prima è stato piantato dentro di me.
Un seme di oscurità e risentimento.

Un pensiero riguardo “Un seme di oscurità e risentimento

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