(Con)vivere con l’ansia: come gli attacchi di panico mi hanno cambiato la vita (pt. 3/3)

Da quando ho avuto il primo attacco di panico ci ho messo tre mesi per riprendere un ascensore. Prima di quel momento lo facevo senza pensarci, mentre dopo ho iniziato a evitare tutti i posti stretti per paura che mi venisse un attacco di panico.
Il respiro è diventato un pensiero fisso, asfissiante, che mi avvicina e mi allontana dalla realtà. Quando non ci penso è come se non ci fosse, cioè come ho vissuto gli ultimi venticinque anni di vita e come ogni persona normale vive ogni giorno; ma quando ci penso, quando lo sento, inizia subito a salirmi l’ansia, come se dovessi farlo funzionare io, come se dipendesse dalla mia volontà, e ci fosse il rischio di perderlo.
Ogni volta che sento un dolore al cuore penso di stare per morire d’infarto. Ogni volta che faccio attività fisica penso che potrebbe venirmi un aneurisma e crepare all’improvviso. Ogni volta che mi fa male la testa penso che potrebbe venirmi un ictus.
Da quando ho avuto il primo attacco di panico funziona così: ogni cosa che faccio potrebbe essere l’ultima, perché l’ansia è un vestito che non mi tolgo mai, ma che sto imparando a conoscere. Come quelle mute da sub che da fuori sembrano strette e scomode ma che una volta indossate si adattano perfettamente al corpo.
Ecco, non vi preoccupate per me: sto solo facendo un’immersione.

(Prendere la metro quando sono andato a Roma con due miei amici è stato un altro incubo da cui speravo di svegliarmi presto. Sapevo che sarebbe stato impossibile muoversi in una città così grande senza prenderla; il problema era che non ero ancora nemmeno entrato in un ascensore.)
Scendo le scale. Mi sale l’ansia. Ogni gradino verso il basso è un battito accelerato del mio cuore, che inizia a pompare sangue facendomi credere di andare incontro al pericolo. Come se stessi per andare in una zona di guerra. Come se ad attendermi nella metro ci fosse stato un gruppo di terroristi pronto a far fuoco. Le scale non finiscono più. Sono sottoterra di non so quanti piani o metri, e non voglio saperlo. Non voglio pensarci: l’ultima volta che ero in una situazione del genere sono andato in iperventilazione. Non deve succedere di nuovo.
Ma l’ansia funziona a cortocircuito, un po’ come quando da piccolo, e a volte ancora adesso, mi trovo in una situazione in cui mi sento a disagio e divento rosso in faccia, e il pensiero di diventare rosso mi fa diventare ancora più rosso. L’ansia è questo: un cane che si morde la coda, che ogni tanto si stanca e si addormenta, ma che appena si sveglia si mette a correre in cerchio mordendosi la coda, e a volte addirittura se la stacca.
Vorrei sparare a quel cane.
Quando entro in metro inizio a sudare e in un attimo sono madido di sudore. Mi asciugo, parlo con il mio coinquilino, lo bombardo di domande, mi asciugo di nuovo, mi faccio una sigaretta, mi muovo sul sedile, guardo in alto, guardo in basso, guardo le persone, ma non guardo di fronte, no: di fronte a me ci sono i finestrini da cui si capisce che siamo sottoterra. Io non voglio capirlo: voglio dimenticarmi di tutto e fingere di stare bene. Ma non smetto di sudare. Penso che il mio coinquilino si sia accorto di tutto, penso che anche le altre persone nel vagano l’abbiano capito. Non smetto di muovermi o di parlare. Sono in preda all’ansia e non riesco a stare fermo.
Ci vogliono venti minuti per arrivare. Non so come fare senza che mi venga un attacco di panico. Sono divorato, consumato, investito dall’ansia, ma per fortuna non sfocia in un attacco di panico. Riesco a gestirla. La combatto. La accolgo.
La mia psicologa, quella del consultorio, una volta mi chiese perché avessi tanta paura della metro. Io le risposi che non si respira bene lì dentro, e che per questo avevo paura di stare male. Le mi chiese perché: che cosa pensavo che sarebbe successo?
Niente, le risposi io.
Niente.

È difficile essere razionali e convivere con una cosa come l’ansia, del tutto priva di razionalità. L’ansia è uno di quei repubblicani con il cappellino rosso con scritto Make America Great Again che grida con la bava alla bocca per farsi sentire, e tu non riesci a placarlo in alcun modo. Provi a parlarci, a ragionarci insieme, ma più gli spieghi che non c’è motivo di urlare più lui urla, e più provi a farlo smettere più lui urla.
Io non so come bisogna comportarsi con i repubblicani. Così come non so come bisogna comportarsi con l’ansia: provo a costruirci un dialogo, ma non sono sicuro che lei mi ascolti. A volte sembra di sì, altre di no. Dipende da come le gira.

Quando scendo dalla prima metro ne devo prendere un’altra. Di nuovo venti minuti. Non so come resisto, ma resisto. Scendo dalla seconda metro. Sono quaranta minuti che sono intrappolato sottoterra. Non ci voglio pensare.
Alla fine c’è un’altra sorpresa: l’unico modo per risalire in superficie è prendere l’ascensore. Non ci credo: che assurdo scherzo del destino del cazzo. Mi state prendendo per il culo?
I miei amici conoscono la situazione: mi dicono che mi aiuteranno, che non devo preoccuparmi, che ci penseranno loro. Gli dico che va bene. Entro. Mi rollo l’ennesima sigaretta per tenere occupate le mani e le sinapsi del cervello.
Quando esco dall’ascensore sento l’aria fresca sulla mia pelle e prendo un respiro talmente profondo da far provare un orgasmo ai miei polmoni: stanno godendo, sì, stanno godendo eccome. Pensavano di collassare, quei piccoli stronzi, contratti dalle fitte d’ansia; pensavano che li avrei lasciati esplodere.
Ma si sbagliavano.

Una delle cose più difficili che ho affrontato dopo gli attacchi di panico è stata la palestra. Capite: per uno paranoico a causa del suo stesso respiro, andare in quelle stanze minuscole con decine di persone e ammazzarsi di esercizio fisico fino ad avere il fiato corto non è il massimo. Ho rischiato di avere non so quanti attacchi di panico, lì dentro. Ogni volta che mi saliva l’ansia dovevo fermarmi e riprendere fiato. Il tapis-roulant è stato un figlio di puttana, perché correre per ovvie ragioni non è più la mia attività fisica preferita. Ma dovevo farlo. Dovevo resistere. Quantomeno, il pensiero che se mi fossi sentito male sarei potuto uscire quando volevo era confortante. E mi aggrappavo a quello. Oltre al Diazepam, alla valeriana in gocce e ai Fiori di Bach, che nascondevo sempre nella tasca piccola dello zaino.

Così la mia vita è cambiata da quando ho avuto gli attacchi di panico. E sta continuando a cambiare.
Ci sono cose che non faccio più. Altre che ho iniziato a fare. Ho dovuto adattarmi alle esigenze della mia nuova testa così preoccupata, così ossessionata dalla paura di non respirare. L’ho fatto per sopravvivere. Per stare meglio.
Per esempio, non riesco più a dormire se non lascio andare in sottofondo sul computer o sul cellulare un episodio di qualcosa: ho bisogno di sentire le voci di qualcuno per addormentarmi. Altrimenti, appena chiudo gli occhi, mi concentro sul respiro e mi sale l’ansia. E non dormo. E devo muovermi mille volte per di calmarmi.
Ho scoperto la medicina dei cartoni animati per bambini, e devo dire che funziona. Metto su una puntata e alla seconda sono già k.o. È l’unico metodo che ho per dormire. Su un cuscino ci sono io e sull’altro il mio computer. Non posso stare da solo.
Un’altra cosa che non faccio più è godermi un film in tranquillità: quella che prima era la mia forma preferita di passatempo, oltre che una passione, adesso, almeno all’inizio, è una specie di tortura. Ho capito che mi sale l’ansia quando mi sento bloccato in situazioni per tanto tempo; quando so che per un’ora o due devo restare fermo, immobile, e mi sento intrappolato nel tempo e nello spazio. Quando guardo un film, la sera, so che per tutta la sua durata dovrò stare seduto sul divano, prima di fare altro, e questo pensiero mi fa salire l’ansia. Un po’ come quando penso ai miei tatuaggi che rimarranno impressi sul mio corpo per sempre, o come quando mi sono rasato barba e baffi realizzando solo in seguito che avrei dovuto aspettare chissà quanto tempo per farli ricrescere; o come quando ho pensato a quanto debba essere brutto se una voce, una frase, una parola, rimanesse incastrata nella testa e non se ne volesse più andare, e in quello stesso istante non ho fatto altro che ripetermi nella mente una parola (“Aiuto!”) per cinque minuti perché l’auto-sabotaggio è una tentazione troppo forte.
Così, ogni volta che metto su un film, prendo un respiro profondo e cerco di tranquillizzarmi. Ma non ci riesco: mi muovo, mi muovo tutto il tempo, mi tocco i piedi, mi tocco il piercing, gioco con il dilatatore, con l’ombelico, controllo il cellulare, faccio micro-spostamenti sul divano per non dare a vedere che, anche se sembro tranquillo, dentro di me sto combattendo una battaglia estenuante con l’ansia.
È così da mesi, ormai, e mi chiedo per quanto ancora dovrà durare. Mi chiedo: se ogni sera è la stessa storia, se tutte le volte provo le stesse sensazioni per le stesse cose e alla fine non mi succede niente, neanche un attacco di panico, allora perché non la smetto con queste cazzate e torna tutto come prima? Perché non ci si abitua mai all’ansia? Perché anche se continuo sempre a vivere ogni volta penso che potrebbe essere l’ultima?

Ecco come gira la ruota. Dicono che passerà, che forse ci vorranno mesi, anni, ma che prima o poi se ne va. Fa così con tutti: prima si innamora di te e poi ti molla scappando tra le braccia del primo sconosciuto senza neanche lasciarti un bigliettino. Senza neanche salutarti.
Da quando ho avuto il mio primo attacco di panico la mia vita è cambiata. In meglio, in peggio, cosa importa? È cambiata e basta. E in un certo senso ho capito che è come se avessi vissuto i miei venticinque anni senza ansia in un lungo sogno, oppure vivendo a metà. Quel giorno, alla stazione di Bologna, è come se si fosse risvegliata una nuova coscienza in me, più vicina alla morte che alla vita, e che forse proprio per questo mi fa sentire più vivo di prima. Perché è una gran fatica, lo so, vagliare qualsiasi cosa che il destino mi offre per capire se possa fornire alla mia ansia un’occasione per mettersi in mostra e fare la sua sfilata di moda. Però allo stesso tempo mi tiene in vita. Mi sale l’ansia quando penso che mi manchi il respiro, ma quell’ansia è paradossalmente essa stessa il mio respiratore, senza cui non penso che riuscirei più a vivere: perché non mi ricordo più com’era la vita prima.
Gli attacchi di panico hanno segnato un vero e proprio prima e dopo, come penso succeda un po’ a tutti. Ti offrono un lungo periodo di riflessione in cui scrutare dentro te stesso e capire cos’è che non va, quale ingranaggio si è rotto, quale pezzo sostituire. Bisogna specchiarsi nella propria coscienza e trovare quelle parti di noi che non volevamo vedere, che pensavamo di poter abbandonare in un angolo remoto della nostra testa perché tanto non hanno bisogno di manutenzione. E invece no: bisogna farla, la manutenzione. Bisogna spolverare ogni singolo atomo della nostra coscienza e capire cosa ci tormenta. Qual è quello spirito cattivo che è cresciuto invisibile dentro di noi e che adesso non ci lascia più in pace. Che non ci lascia respirare.
In un certo senso, prima degli attacchi di panico mi sentivo un po’ invincibile. Non pensavo così tanto alla morte, alla fine di ogni cosa, alla paura di perdere tutto. Non pensavo che la mia testa si sarebbe potuta rivoltare contro prendendo il potere con un colpo di stato e iniziando una dittatura militare, in cui ogni centimetro di me stesso è impegnato a capire cosa fare, cosa pensare, dove andare, in ogni momento, in ogni luogo, in ogni spazio, con ogni persona. Eppure è successo.
Non l’ho scelto io. Non ho deciso io di soffrire d’ansia. Ma così come non ho scelto tante cose nella mia vita. A volte bisogna accettarle e basta. È inutile sforzarsi per cercare un senso, perché non è detto che ci sia. Perciò non ci resta che prenderla con filosofia, e tutto quello che viene. Nichilismo? Stoicismo? Rassegnazione? Forse l’uno, forse l’altro, forse tutti e tre.
Quello che so è che per adesso devo imparare a vivere così. Mi sento un po’ menomato mentalmente, ma d’altronde è quello che sono. Prima lo accetto, prima lo supero.
E se anche non lo superassi mai, non importa. Ormai è passato quasi un anno dal primo attacco di panico. E non è più difficile come all’inizio. Posso resistere, ancora. Non so fino a quando, ma per adesso posso farlo.
E poi, forse, chissà, quando non ce la farò più, magari l’ansia se ne andrà da sola, scappando tra le braccia di un altro cabron e spezzandomi il cuore. D’altronde sono convinto che ogni relazione ti lasci qualcosa; anche quelle tossiche, purtroppo. Oppure, forse, siamo solo noi che cerchiamo di sopravvivere tirando fuori il meglio dal peggio perché l’idea che ci succedano cose brutte che ci conducono in una spirale di dolore e autocommiserazione che può durare anni senza che alla fine ci aiuti a crescere, a capirci, magari è semplicemente troppo devastante e preferiamo così: pensare all’ansia come se fosse una persona, rivolgerci a lei come a un’amica un po’ stronza, imbastire tutto il viaggio alla ricerca della propria consapevolezza nel passato per trovare quell’ago nel pagliaio che ci ha punto quando eravamo troppo piccoli e fragili e che ci ha portati a perdere litri di sangue nel tempo e rischiare di morire per un’emorragia perché quando era il momento di curare quella ferita non l’abbiamo fatto e adesso ci sta scarnificando vivi.
Chi lo sa. So solo che si capisce tutto sempre troppo tardi.

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