(Con)vivere con l’ansia: come gli attacchi di panico mi hanno cambiato la vita (pt. 2/3)

Era da tanto che volevo scrivere di questo argomento, ma un po’ per pigrizia, un po’ per paura che rivivere questi ricordi potesse farmi tornare un attacco di panico, ho sempre rimandato. D’altronde, è iniziato tutto quando sono salito sulla Torre degli Asinelli per fare un sopralluogo per un racconto horror che stavo scrivendo ambientato a Bologna nel Medioevo, e mentre ero Venezia, rileggendolo alla ricerca di errori e refusi prima di consegnarlo per la pubblicazione, mi immedesimai talmente tanto che mi venne un attacco di panico. Da allora non l’ho più riletto: nemmeno quando mi è arrivata la copia in digitale dell’antologia, perché terrorizzato che potesse accadermi di nuovo.
Da allora vivo così: con la paura sottopelle che certi stimoli possano farmi perdere di nuovo il controllo. Perché mi basta vedere un film dove qualcuno ha l’affanno, o muore soffocato, o nuota sott’acqua, per sentire riaffiorare il formicolio sulla punta dei piedi. Immaginatevi come ho vissuto la quarantena sapendo che il sintomo principale del Covid-19 è la difficoltà a respirare. Probabilmente se lo avessi avuto sarei morto dalla paura prima.
E lo so che ho detto che bisogna imparare a convivere con la possibilità che l’ansia e gli attacchi ci accompagnino per tutta la vita, ma non è semplice. Soprattutto quando pensi di non aver ancora assimilato del tutto gli strumenti con cui gestirli.
Ma intanto si va avanti. Vivendo ogni cosa con la massima prudenza, come se camminassi costantemente su un terreno dove poco prima è scoppiata una guerra e devo stare attento a dove mettere i piedi per non far esplodere le mine.

Andare dalla psicologa mi è stato sicuramente utile, ma non penso di aver ancora trovato quella che fa per me. Con il consultorio ho chiuso perché costava troppo per durare solo mezz’ora a seduta; a quel punto potevo andare direttamente in uno studio privato, pagando il doppio. Almeno mi avrebbe tenuto un’ora.
Prima di arrivare al consultorio, però, mi sono informato su un servizio messo a disposizione dalla mia università, l’Alma Mater: il supporto psicologico gratuito per tutti gli studenti.
Quindi chiamo, vado alla sede di Psicologia, compilo i moduli di richiesta, e quando li consegno mi dicono che mi avrebbero richiamato dopo Natale (era settembre). Una buona notizia, considerando che al telefono mi avevano avvisato che il tempo di attesa era di sei mesi.
Comunque sia, a fine dicembre, un po’ a malincuore, dico alla psicologa del consultorio che non voglio prendere un altro appuntamento, perché non ho abbastanza soldi per permettermelo. A gennaio finalmente ricevo la chiamata del servizio dell’università, e verso la fine del mese comincio una serie di appuntamenti con una psicologa molto gentile: in pratica ho a disposizione quattro sedute con lei, a cadenza settimanale, finite le quali devo di nuovo aspettare due mesi per la chiamata di un’altra dottoressa che il mese successivo (maggio) mi chiamerà per partecipare alle sedute di terapia di gruppo via Skype, perché nel frattempo arrivano in Italia il Covid-19, la quarantena, il bollettino delle 18, la caccia ai runner, la fase 2.

Sono poche le persone che mi hanno visto piangere, e se non sono scappato lontano mentre succedeva significa che mi fidavo di loro: mi fidavo di mostrarmi debole ai loro occhi.
Una di queste è stata la psicologa del consultorio. Dopo qualche seduta sono entrato in confidenza, anche se non apprezzavo troppo il suo metodo (lunghi silenzi costellati da sguardi imbarazzati da parte mia finché non dicevo la prima cosa che mi passava per la testa. Inoltre si esprimeva poco, davvero poco, tanto che l’ultima volta che sono stato da lei le ho letteralmente chiesto, dopo sette sedute, cosa pensasse di me e della situazione che stavo vivendo, dato che fino a quel momento i feedback da parte sua erano stati molto timidi). In ogni caso, una volta abbiamo dovuto interrompere la seduta perché non riuscivo più a parlare, da quanto stavo soffocando per trattenere le lacrime.
Mi aveva solo chiesto che rapporto avessi con mio padre.

Io credo che gran parte di quello che siamo lo dobbiamo ai nostri genitori: alle loro cure, alle loro mancanze, alla guerra di trincea che abbiamo combattuto da adolescenti, chiusi tra le mura di casa. Tutti i loro errori ci hanno formato in modi che neanche riusciamo a comprendere, segnando profondamente alcune delle più grandi cicatrici che ci porteremo dietro per tutta la vita. Sono loro che dobbiamo ringraziare se ci sentiamo dei falliti; sono loro che dobbiamo ringraziare se sentiamo di sopperire sotto il peso delle aspettative; sono loro che dobbiamo ringraziare se a ventisei anni andiamo dalla psicologa per cercare di capire quale tra i loro mille sbagli ci ha devastato di più.
Ma sono anche loro che ci permettono di scoprire la persona che siamo. Perché da adolescenti li vediamo come nemici e li trattiamo come tali; e loro fanno lo stesso. L’unica differenza è che qualsiasi cosa succeda non avrà lo stesso impatto sulle nostre vite, perché noi siamo adolescenti, quando succede, nella fase in cui basta un sasso per distruggere i castelli di sogni e ambizioni che abbiamo creato.
Ma va bene così. Non è giusto, lo so, ma non c’è niente che possa cambiare di tutto questo.
La mia è una generazione difficile: dicono sia quella che soffre più di ansia. Non so con quali metodi e strumenti abbiano potuto constatare che i nostri coetanei durante la Prima Guerra Mondiale, o la Seconda, o gli anni di Piombo, o il Vietnam, o la dittatura comunista, o Chernobyl, avessero meno ansia. Ma una cosa, in effetti, è vera: noi siamo letteralmente nati nell’ansia.
Siamo nati nell’ansia di una generazione che ci ha preceduto che si è trovata in bilico tra due mondi: quello tradizionale, con le sue regole patriarcali e i suoi tabù; e quello moderno, tecnologico, quello della globalizzazione, che poi è lo stesso che ci ha portato alla quarantena perché una persona dall’altra parte del mondo si è mangiata un pipistrello. Ecco, noi siamo figli di quella generazione lì, una generazione che ha vissuto bene gli anni ’90 e che si è ritrovata improvvisamente a dover combattere con le fake news, il sushi e la teoria gender.
Il mondo ci ha messo secoli, millenni per cambiare, e l’uomo ce ne ha messi altrettanti per evolversi. Tutto accadeva in modo inesorabilmente lento: intere generazioni nella storia si sono succedute senza subire traumi eccessivi, dandosi il cambio e costruendo mattone dopo mattone le basi della società moderna in cui viviamo oggi. Poi siamo arrivati noi e tutto è cambiato nell’arco di qualche anno. Dieci, venti, trenta, quarant’anni fa il mondo era letteralmente un altro posto. E noi ci siamo dovuti adattare a tutti questi cambiamenti in pochissimo tempo, dimenticandoci chi eravamo per preoccuparci già di chi saremmo dovuti essere.
Sapete cosa penso? Penso che non eravamo pronti.
E adesso ne stiamo pagando le conseguenze.

La fase 2 della mia ansia è arrivata piuttosto presto, comunque. Sapevo di gente che ha combattuto con gli attacchi di panico per mesi, anni, e invece un mese dopo il primo non ne avevo più. Cominciavo a stare meglio. Certo, avevo ancora delle ricadute, delle notti insonne, in cui fino alle 4 non riuscivo a chiudere gli occhi, e mi mettevo al letto, e mi alzavo, e andavo in bagno, e mi fumavo una sigaretta, e mi facevo uno shottino di valeriana in gocce, e aprivo la finestra per respirare, e fissavo la boccetta di Diazepam sopra il comò per cercare di capire se ne valesse la pena. Sono state notti difficili, e più mi stressavo più era difficile mantenere il controllo in quei momenti.
Ma stava diventando sempre più facile scrollarsi di dosso le immagini e i ricordi di Venezia. Questo è stato sicuramente un altro aiuto fondamentale: il tempo. Bisogna darsi tempo. Non pensare che in qualche giorno tutto passerà. Perché a volte ci vogliono mesi per superare gli attacchi di panico, altre volte anni, altre ancora trenta giorni; ma alla fine se ne vanno, questo è sicuro, e lasceranno nella mente una specie di uovo, un parassita, che crescerà dentro di noi e a cui dovremmo imparare a voler bene, prendendoci cura di lui e cercando di tenerlo sempre sotto controllo: l’ansia.

Ricordo che finiti gli attacchi di panico mi saliva tutto un tratto: quando ero fuori, quando mi allontanavo troppo da casa, quando rimanevo solo. In quei momenti filavo dritto nel primo bar che trovavo chiedendo se avessero potuto darmi una busta di carta, perché qualcuno mi aveva consigliato di respirarci dentro, se mi sentivo che mi mancava l’aria.
Gli dicevo sempre che l’avrei pagata, ma loro me la davano gratis.

Tra il consultorio e la psicologa dell’università c’è stato anche il mio medico di Bologna, una dottoressa bravissima a cui ho fatto subito visita una volta tornato da Venezia, spiegandole il dolore che sentivo nel petto. Lei mi fece un controllo di routine, dicendomi che apparentemente stavo bene, e quando le raccontai che avevo iniziato a sentire quella difficoltà a respirare da quando avevo avuto il primo attacco di panico di Venezia mi fece una breve “visita” psicologica, facendomi qualche domanda personale. A quel punto mi consigliò di fare le analisi del sangue e una visita cardiologica, per escludere la possibilità che ci potesse essere qualche problema fisico.
Naturalmente l’ansia mi accompagnò in entrambe le occasioni, soprattutto perché per raggiungere le strutture ospedaliere dovevo prendere l’autobus: quel mezzo stretto e lungo mediamente affollato in cui perfino chi non soffre di attacchi di panico ha difficoltà a respirare.
Non dimenticherò mai il giorno in cui, per andare a trovare un’amica dall’altra parte di Bologna, presi un autobus insieme ai miei coinquilini che si fermò qualche metro dopo essere saliti. La motivazione era un corteo che si stava svolgendo più avanti ma che da dentro non riuscivamo a vedere, dato che c’era un altro autobus a occultarci la vista. Naturalmente l’autobus era abbastanza pieno, ma non era quello il problema: il problema era che a un certo punto un uomo poco lontano da me iniziò a urlare e a menare calci alla porta d’uscita dopo che aveva chiesto all’autista se avesse potuto aprire le porte per farci uscire, e lui gli aveva risposto di no. Fu come addormentarsi all’improvviso e ritrovarsi in un incubo, in cui l’attimo prima ero felice e sereno con i miei amici e quello dopo letteralmente divorato dal panico per aver realizzato di essere chiuso in un autobus in cui mancava l’aria con un pazzo che stava avendo un esaurimento nervoso senza sapere quando sarei potuto uscire.
Se fossi stato solo sono sicuro che mi sarebbe venuto un attacco di panico.

Morale della favola: dalle analisi del sangue e dall’esame cardiologico non emerse alcun dato significante: ero sano come un pesce, mi disse la mia dottoressa. E da quel momento mi resi conto che avevo raggiunto la cima della montagna: avevo escluso che le cause fossero fisiche (cosa di notevole importanza, visto che avevo iniziato ad avvertire l’ansia ogni volta che mi fermavo a pensare a tutti i tipi di malattie che esistono), quindi non rimaneva che concentrarsi su quelle mentali. Lo sapevo, ovviamente, ne ero abbastanza sicuro, eppure leggere quei dati e sentire le parole rassicuranti della dottoressa segnarono un’importante tappa verso la riconquista di una condizione migliore di salute mentale.
Non sapevo quando sarei stato bene, ma sapevo su cosa lavorare: era l’inizio di un lungo percorso che tuttora non ho ancora finito e che non so quando finirà.
Ma almeno ero sulla giusta strada.

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