‘Piccole Donne’: un femminismo troppo didascalico

Dopo aver debuttato sul grande schermo con Lady Bird (2017), la regista Greta Gerwig è tornata con la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Louisa May Alcott, Little Women.
La trama non ha bisogno di troppi approfondimenti: la regista, infatti, si rifa, oltre che a una longeva tradizione di adattamenti cinematografici del romanzo, anche a uno dei bildungsroman più famosi della letteratura occidentale. Ambientato nell’America di fine Ottocento, la trama segue la crescita comunitaria e, allo stesso tempo, personale di Meg, Jo, Beth e Amy March, attraverso l’avvicendarsi di piccoli drammi quotidiani e il tentativo di perseguire i propri sogni.          
Nonostante la presenza di un cast di prim’ordine in cui si riconferma il sodalizio con Timothée Chalamet e Saoirse Ronan (già sperimentato in Lady Bird), e una fotografia efficace e delicata (per quanto non originalissima), ho trovato il film decisamente fastidioso. Nello specifico, questo sentimento si è acuito in relazione a due aspetti.

Il primo riguarda sicuramente la regia, in particolare per quanto concerne la gestione del tempo narrativo. Durante tutto il film, infatti, Gerwig decide di non raccontare gli eventi attraverso una successione lineare, ma di saltare continuamente tra presente e passato, presupponendo una conoscenza almeno sommaria della trama da parte dello spettatore e poggiandosi su una diversificazione della fotografia a seconda della collocazione temporale dell’evento. Per quanto non infici più di tanto la comprensione della trama, questa scelta registica compromette, più che altro, l’evoluzione emozionale della storia, rendendo il film particolarmente lento e poco empatico.       
Ma l’aspetto più fastidioso si riscontra soprattutto nel modo in cui è trattata, a livello di sceneggiatura, la retorica femminista.      
Le buone intenzioni della regista/sceneggiatrice Greta Gerwig di farsi bandiera nella difesa del diritto delle donne di non essere stereotipate ad “angeli del focolare”, ma di poter essere artefici del proprio destino, è già ravvisabile nel già citato Lady Bird: anche in questo caso la protagonista cerca di emanciparsi dagli obblighi familiari e portare avanti un percorso di crescita libero e individuale. Pertanto, sia in Lady Bird che in Little Women, Gerwig porta sullo schermo la propria esperienza di cineasta ardentemente femminista, sovrapponendo in entrambi i casi la propria figura a quella della protagonista.  
La differenza, tuttavia, è sostanziale: in Lady Bird, autobiografismo e femminismo vengono sintetizzati in una critica sociale sinceramente godibile per lo spettatore, in cui l’emancipazione femminile si arricchisce e prende le forme di un conflitto generazionale fra due modi di concepire la femminilità e la famiglia.  

In Little Women, invece, la sovrapposizione fra la regista e l’indomita e ribelle Jo March diventa un limite per il femminismo, poiché nel tentativo di rimarcare questo legame Gerwig si concentra quasi esclusivamente sulla caratterizzazione della protagonista, relegando gli altri personaggi femminili a un ruolo perlopiù stereotipato (ad es., la zia zitella legata alle vecchie tradizioni, ma spiraglio di realizzazione per le ragazze grazie al suo denaro; la mamma povera, ma decisa e indipendente; o ancora la sorella malaticcia e timida che conquista solo per la sua dolcezza). Di conseguenza, quest’eccessiva semplificazione stona con un film che si propone di abbracciare una missione, quella femminista, che sfida proprio l’immobilismo sociale della donna.      
Questa tendenza all’appiattimento, inoltre, depotenzia notevolmente la carica intrinsecamente femminista dell’opera originale: oltre che nella vicenda narrata, uno dei maggiori punti di forza del romanzo sta proprio nella capacità della scrittrice di guardare in profondità le sue creature, di diversificarle e di valorizzarle proprio per le loro divergenze di obiettivi, sogni e caratteri in un contesto sociale e politico (la guerra di secessione americana), in cui la volontà delle donne era subordinata alla guerra che stavano combattendo i loro padri e mariti.           
Concludo dicendo che, in aggiunta a quanto detto finora, Greta Gerwig tenta di sopperire a tale mancanza attraverso una sceneggiatura estremamente aforistica e didascalica (come dimenticare la battuta madre della protagonista “Le donne hanno una mente, hanno un’anima non soltanto un cuore! Hanno ambizioni, hanno talenti e non soltanto la bellezza! Sono così stanca di sentir dire che l’amore è l’unica cosa per cui è fatta una donna, sono così stanca di questo!”) e una riflessione sul femminismo che risulta decisamente superficiale in quanto, invece di raccontare uno delle questioni cardine della società moderna rifacendosi e attualizzando un romanzo di fine Ottocento, ricade in un qualcosa che dà di già visto e già sentito milioni di volte.



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