‘Swallow’: ingoia e stai zitta

Ammetto di essere rimasta piacevolmente sorpresa quando, alla fine del film, ho scoperto che a scrivere e dirigere Swallow è stato Carlo Mirabella-Davis, non tanto per Mirabella-Davis in sé (che è alla sua opera prima e proprio per questo sono sicura che nel futuro ci regalerà piccole gioie) quanto perché è un uomo. Cercando di andare oltre sterili e inutili polemiche, infatti, è stato bello trovare un film fatto da un uomo che racconta con grande sensibilità alcune delle sfumature più profonde che caratterizzano il mondo femminile.
Ma occorre svincolarci sin da subito da questi terreni insidiosi, perché da che ne ho memoria non sono mai esistiti confini (meglio ancora, qualità) attribuibili solo a un genere o a un altro; eppure è indubbio che tutte le differenze che rileviamo nella nostra società capitalistica di stampo maschilista sono esclusivamente di tipo culturale. Da qui possono partire tutta una serie infinita di riflessioni che non cambierebbero la mia posizione: non esiste niente che un uomo possa fare che una donna non riuscirebbe a fare, e uguale il contrario. Quindi la merda che ci ritroviamo a mangiare tutti i giorni è solo il risultato di migliaia di anni di comportamenti assimilati e mai cambiati, talmente tanto radicati nei nostri schemi mentali che a volte le donne stesse si ritrovano a essere vittime e carnefici. Lo sono stata e lo sono anch’io, a volte, molte di più di quelle che mi piacerebbe ammettere. E per questo mi colpevolizzo andando ad alimentare una spirale pressoché infinita di paranoie e sensi di colpa. Ma ci ritorneremo.

Swallow è stato presentato in anteprima mondiale al Tribeca Film Festival, e ha vinto il premio della critica internazionale al Neuchâtel International Fantastic Film Festival (NIFFF) con una menzione speciale per la performance di Haley Bennett (e come dargli torto).

I wanted to make a film about someone who, like my grandmother, is very encased and ensconced in the gender expectations that the world she’s living in has put upon her to be an augmentation to the life of her husband, to be this happy expectant mother.

Le parole di Mirabella-Davis potrebbero bastarci per capire e meglio comprendere l’opera del regista. Ma partiamo dalla trama apparentemente semplice e (quasi) scontata: Hunter (Haley Bennett), alla stregua di una qualsiasi Cenerentola moderna, è diventata ricchissima sposando un uomo erede di un’azienda di famiglia. Dopo aver scoperto di essere rimasta incinta, sviluppa un disturbo alimentare (chiamato Pica, seguendo le direttive delle mie psicologhe di fiducia) che la porta a ingoiare oggetti di piccole e medie dimensioni. Ovviamente tutto ciò è solo la punta dell’iceberg di una narrazione che prende i suoi tempi per generarsi. Il ritmo lento del film, il ricorso ai primi piani per cogliere anche i minimi segnali di crollo, l’alternanza di colori freddi (anche quelli caldi) rimandano a una storia che vuole dirci molto di più. E infatti il Pica (e la storia di Hunter) diventa solamente un escamotage per raccontare una parabola che riguarda una donna (o tante, o tutte) e che parla di riappropriazione del proprio corpo, accettazione, rinascita, gender, aborto e di libertà di una persona di autodeterminarsi.

Per tutta la vita Hunter ha sempre ricoperto un ruolo che solo in apparenza sembrava controllare ma che, in realtà, era solo una marionetta alienata che riponeva i fili nelle mani degli altri. La protagonista è circondata da persone che non la meritano, eppure si radica nel profondo della sua psiche l’idea che sia lei a non meritarle. Passa l’infanzia con una madre “pazzoide di destra che rigetta l’aborto” e che si ritrova a dover crescere la figlia di uno stupro, senza che ne sia psicologicamente in grado. Si innamora stupidamente di uomo che le regala il mondo, una vita perfetta e le promette un amore che non è in grado di provare se non per se stesso. Accontenta i suoi suoceri, accetta i loro consigli e asseconda le loro pretese maschiliste e sessiste. Hunter non dice mai di no, come a non voler essere la spina nel fianco, quella cosa scomoda di cui liberarsi. Cerca di essere perfetta, all’altezza delle aspettative di quelli che la circondano. Ma a un certo punto non ce la fa più e l’idea di un bambino voluto da tutti, ma forse non così tanto da lei, la fa inesorabilmente crollare.

È una scena bellissima quella in cui, in un totale, vediamo l’ombra del marito lontano da lei, che parla al telefono per dare la notizia alla madre (e a noi) della gravidanza, mentre Hunter, sola sul divano con quelle guance perennemente arrossate, fissa il vuoto in un silenzioso grido di aiuto che nessuno riesce a sentire. Quando il marito e i suoi suoceri scopriranno il disturbo che potrebbe mettere a repentaglio la vita del bambino troveranno una serie di modalità per allontanarla e sorvegliarla. “Aiutaci ad aiutarti” le dicono, ma tutto ciò che vediamo sono modi di salvare l’erede della famiglia e sbarazzarsi di lei. E lei si colpevolizza per non riuscire a farne a meno, per non riuscire ad avere quella vita perfetta che il marito e il destino gli hanno messo sotto il naso, per non essere felice nei panni che sta vestendo. Poi il film prende un’altra piega, la tensione e la malattia lasciano il posto al dramma e ai traumi. Scopriamo altro su Hunter in pochissimo tempo (in verità) ma che dona un senso alla storia che abbiamo visto fino a quel momento.

Hunter è una comparsa della sua stessa vita, un personaggio ben studiato che nasconde, con malsano e preoccupante affetto, la reale intenzione di autodistruggersi, fino all’annientamento di sé. Il Pica è un raro disturbo alimentare che diventa più frequente nella gravidanza e che porta a ingerire oggetti selettivi e specifici. Hunter conserva con cura gli oggetti che ingerisce come fosse fiera di loro, li ripone su uno specchio che li riflette e riflette se stessa (e vi risparmio tutto il pippone sul significato che può avere un chiodo o una pallina di vetro o una batteria).

Swallow è un horror-thriller. Il regista sembra saper maneggiare bene i generi: la tensione è palpabile fin dalle prime battute. Mirabella-Davis ci racconta tanto mostrandoci poco, lasciando qua e là battute criptiche che alimentano una macchina dai contorni poco delineati che assumono caratteri mostruosi. Il regista riprende un modus operandi che ci ricorda quello di Wetlands, film tedesco del 2013 scritto da Charlotte Roche, che utilizza un disturbo, un disordine per attirare lo spettatore in una trappola (mi passi il termine?).
Sono film audaci che nascondono critiche importanti nei confronti di ognuno di noi a prescindere. Siamo tutti pezzi di una catena di montaggio che fagocita lo stesso sistema e per questo questi contenuti riguardano e toccano tutti indistintamente. Ed è per questa strategia che Swallow risulta un potente principio regolatore di una società allo sbando, che nasconde la polvere e l’orrore sotto una superficie apparentemente perfetta di stupidi, stupidissimi ruoli di genere e istituzioni normative. Possiamo svincolarci da tutto, possiamo far venire a galla altri infiniti scenari che parlano di inclusione e di accettazione delle debolezze. In uno mondo che ci vuole tutti invincibili è difficile ammettere le proprie fragilità, ed è in questo modo che si creano stereotipi su stereotipi che arrecano ulteriori danno a un sistema a un passo dal baratro. La cosa più frustrante è la consapevolezza di tutto ciò che sto dicendo, la consapevolezza di parlare di cose scontate, ma che non cambiano mai. E mi dicono di stare calma perché tanto stiamo andando nella direzione giusta, che tanto si parla sempre più spesso di femminismo, di inclusività, di accettazione, ma a me puzza tutto di cenere. Come se fosse qualcosa di potenzialmente già distrutto, come a volerci calmare, come a volerci dire che sta andando tutto bene mentre siamo imprigionati in una casa che sta andando a fuoco.

P.S: Dopo aver scritto l’articolo ho letto un’intervista su Variety in cui il regista dichiara che a vent’anni si è identificato come donna adottando il nome di Emma Goldman (un’anarchica femminista di inizio del secolo scorso), mentre oggi si identifica come uomo cisgender, anche se non ha mai abbandonato Emma e continua a definire se stesso all’interno di un viaggio continuo.
Poco importa ai fini di quello che volevo dire sul prodotto finale: il fulcro è sostenere un cinema che smetta di interpretare le donne e di rielaborarle in chiave barocca, ma di capirle davvero, per una volta e (forse) per sempre.

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