Scambio “epistolare” con la mia professoressa di filosofia del liceo (pt. 2)

Uno studente che studente non è più – 10/07/2013

F: Buonasera! Anche se ormai non sono più uno studente da qualche giorno, facciamo finta per un attimo che sia ancora con la testa china su qualche incomprensibile libro di testo. Ma prima di tutto: come sta? Tutto bene? Soddisfatta dei risultati della classe? Io, personalmente, sì: mi reputo tremendamente oggettivo, e ho sempre azzeccato quando si trattava di indovinare il voto preso a un’interrogazione o a un compito. Per questo esame, la previsione arrivava al 75, al massimo; ma stiamo parlando di un 75 al quale sarei potuto eventualmente giungere con tanta fortuna. Quindi può immaginare il mio benevolo stupore nel constatare che avrei fatto meglio ad abbandonare la mia carriera da cartomante: quel 78 è stato una bella sorpresa. D’altronde, non è che puntassi tanto alto. Anzi, onestamente non m’importava: per me l’importante era superare quest’ultimo ostacolo che mi separava da una vita tanto agognata, con cui spero finalmente di sposarmi a settembre. Non ne potevo più della scuola, glielo devo confessare: credo che a vent’anni sia piuttosto ridicolo stare ancora incastrati con le gambe sotto quei tavoli di legno. Più che altro, trovo ridicoli certi argomenti che fanno andare fuori di testa studenti di mezzo mondo (come le rocce… Dio, quanto odio quei sassi! Ma mi raccomando, che resti tra me, lei e la testa di milioni di ragazzi come me), ma questo è un altro discorso che sono stanco di affrontare, ormai. In ogni caso, ciò non m’impedisce di poter urlare ai quattro venti che sono libero, finalmente! Libero, sì. Libero perché per me la scuola è stata come una prigione. Non ho paura di ammetterlo. È quello che penso.
Per me la scuola è stata una prigione perché nonostante tutte le cose belle è stata soprattutto fonte di stress, ansia, agitazione, sfiducia, noia. Ma non si disperi subito, mi lasci spiegare. Credo fermamente nei sani principi che trasmette, nella crescita che supporta, nei rapporti che instaura… Credo anche che la gran parte dei ragazzi abusi delle critiche imputandole ogni male possibile, additandola come il Diavolo: no, non è vero. Non è così. Loro in realtà sono grati alla scuola. E anch’io lo sono, in effetti: ma per uno come me, uno un po’ particolare, diciamo, o come voi insegnanti avete simpaticamente definito “troppo spesso con la testa fra le nuvole”, la scuola è stata quasi più un dispiacere che un piacere. E sa cosa mi ferma dal dichiarare che è stato un totale fallimento? Persone come lei. Persone, anzitutto. Non professori. Perché siamo uomini, prima di essere scienziati. Così come voi siete persone, prima di essere professori. Ma anche questo è un altro discorso, e i ringraziamenti di solito si lasciano alla fine; cerco di reprimere la mia trasgressione e di tornare un attimo indietro. Quello che le volevo dire è semplicemente di non lasciarsi scoraggiare dalle mie parole, proprio perché sono parole mie e basta, uscite da una testa come la mia che, se permette, può essere mia e solo mia. Insomma, penso possa concordare con me nell’affermare che non sono il tipico studente medio. Perché il tipico studente medio odia la scuola, i professori, i libri, ma sotto sotto si sente eternamente grato a tutti loro; io non odio nessuno.
Con una testa come la mia, non mi sono trovato bene a scuola. Per svariati motivi, a dir la verità, ma poiché non ho intenzione di farla rimanere davanti allo schermo per ore e ore, le svelerò il più importante: perché mi ha sottratto tempo. Esatto. Perché laddove ero costretto per qualche scherzo del destino a studiare espressioni matematiche con cui non voglio – e non vorrò – avere niente a che fare, avrei voluto creare le mie storie, leggere, scrivere. Certo, dirà: c’è sempre tempo per fare queste cose. E invece no. Sebbene non mi reputi un artista, mi considero uno scrittore. Mi sento tale e non ho paura di dirlo. E come scrittore, mi sento in dovere di difendere la cosiddetta “vena creativa”. Mi creda, l’ispirazione è una delle cose più rare di questo mondo; e non averla potuta sfruttare come avrei voluto ha irrevocabilmente fatto sorgere un timido astio nei confronti del posto che dovevo frequentare ogni mattina e che mi teneva occupato anche il pomeriggio. A sedici anni ebbi il mio periodo d’ispirazione maggiore: scrissi una vasta gamma di poesie, racconti brevi, canzoni, cominciai una decina di romanzi diversi… Eppure non potevo dedicarmi alla scrittura come avrei voluto perché c’era la scuola, e questo, per un appassionato alla sua stessa passione come me, me l’ha fatta detestare un po’. Ma ripeto: è solo uno dei motivi. Il più rilevante. E siccome non voglio farle perdere troppo tempo, chiudo qui la parentesi; le dico solo che nessuno dei motivi riguarda lei. Devo scendere nello specifico, sì, perché mentirei se dicessi che nessuno riguarda i professori: ho avuto dei diverbi, con una professoressa in particolare, che mi hanno fatto venire voglia di rompermi il pugno su un muro. Ma anche questa è un’altra storia, una storia che preferirei lasciare alle spalle perché, davvero, non merita nemmeno di essere ripescata.
Vorrei solo fare un ultimo appunto: non c’entra niente la voglia di studiare che, comunque, lo ammetto, non è mai stata tanta. Perché anche se non ho intenzione di andare all’università, ho intenzione comunque di continuare a studiare: quello che m’interessa, per i fatti miei, quando ho tempo, senza voti, senza giudizi, senza restrizioni, senza censure, senza limiti. Per farle un esempio, ho voglia di ristudiare tutta la storia dall’inizio, gli autori italiani, i filosofi, la scienza… Ma a modo mio. Non perché qualcuno da qualche parte ha detto che quello deve essere studiato: perché ne sono incuriosito, perché voglio conoscerlo, perché voglio sapere. Soprattutto, perché non voglio essere ignorante. Ecco perché voglio continuare a studiare. Voglio essere una persona colta. Perché, se permette, di nuovo, non è sempre un pezzo di carta a fare la differenza tra una persona colta e una che non lo è, così come non fa la differenza tra uno stolto e uno intelligente.
Concludo dicendo che quantomeno, in questo mare di petrolio, posso dire di avere avuto la fortuna di avere lei: l’unico vero motivo per il quale tornerei volentieri tra i banchi. Per sentirla parlare. Non spiegare: parlare. Mi ha lasciato tanto, dentro. Di questo ne sono sicuro. Anzi, voglio ergermi a rappresentante di classe per l’ultima volta: lei è stata veramente l’unica professoressa che ci ha lasciato tanto. Un qualcosa di non ben definibile che supera le frontiere della scolasticità. E si fidi, non lo dico per ruffianeria: è verità che ogni volta che ci trovavamo a discutere dei professori, lei era l’unica che se ne usciva indenne. E non solo: dalla bocca di tutti fuoriuscivano solo e soltanto belle parole per lei, perché è stata davvero un pilastro fondamentale per la nostra classe. Questo, almeno, è ciò che effettivamente abbiamo sempre pensato tutti. Ma io faccio un passo avanti e le dico che per me è stata più di una professoressa: è stata una maestra. Quando mi chiedono chi sono le persone intorno a me che prendo come modelli, mi viene subito in mente lei. E glielo scrivo con la sincerità che scorre tra le mie dita, perché anche se avrei voluto dirle tutto questo a voce, so che sarebbe stato piuttosto complicato organizzare un altro incontro, anche perché questi giorni mi trovo davvero impegnato con altre cose. Quindi, purtroppo, per questa volta ci dobbiamo accontentare della posta elettronica. Ma ciò non toglie e non deve togliere comunque credibilità al mio pensiero: perché che glielo scriva o che glielo dica, per me non cambia niente. Lei è stata davvero l’unica professoressa che rimpiangerò e che mi aiuterà, quando mi ritroverò a ripensare al passato, e alla scuola, a rimirare a quel periodo con un pizzico di nostalgia negli occhi. È stata veramente una guida per me, e per questo vorrei dirle grazie.
Ora, invece, le chiedo scusa con un sorriso beffardo. Lo so, sono decisamente prolisso e le ho fatto perdere un sacco di tempo, ma non potevo fare altrimenti. Ci sono un sacco di cose che vorrei ancora dirle, questioni di cui vorrei ancora parlare con lei, e se me lo permetterà non indugerò a scriverle ogni tanto. Perché con lei mi sento a mio agio, come tra le braccia di un gigante: sicuro di non cadere. Mi faccia sapere.
Ah, e se posso, vorrei chiederle anche un’altra cosa: non si offende se la chiamo Paola, ora, e non professoressa, vero? Altrimenti la prossima volta che la vedo potrò sempre riferirmi a lei come Virgilio e svenire ai suoi piedi ogni qual volta succede.
A presto!
E buona serata.
Filippo

Un ragazzo più libero – 15/08/2013

F: Cara Paola,
le scrivo da ragazzo più libero perché da qualche tempo a questa parte ho avuto modo di confessare il mio terribile segreto a mia sorella. E ogni persona che apprende questo segreto mi rende un po’ più libero di prima; per questo mi prendo la serenità di scriverle quattro righe a tal proposito, confidando nella sua intelligenza, cultura e bontà d’animo; e anche perché volevo scriverle di nuovo qualcosa.
L’unico 10 che abbia mai preso in vita mia è stato in occasione di un compito in classe, un tema che dovevamo scrivere per la professoressa Baglioni. Tra le varie tracce, scelsi il tema sulla donna: bisognava parlare generalmente della figura della donna attraverso la storia, di come fosse stata abusata e usurpata, di come per tanto ella avesse rappresentato una minoranza soggetta a discriminazione. Ebbene, ricordo ancora i magnifici complimenti che la professoressa mi rivolse. Parlò di me elogiando una “spiccata sensibilità”, una “particolare delicatezza”, e naturalmente un buono stile di scrittura; quello fu uno dei giorni più belli della mia vita. Ma avrei tanto desiderato darle un perché, spiegarle perché, giacché, per me, c’è sempre un perché. Non esiste il “caso” inteso come coincidenza. No. Mai. Ma questa è solo una mia considerazione di cui mi servo ora che scrivo a lei: perché ero così “sensibile”? Perché avevo questo particolare tatto nel parlare di donne?
La risposta probabilmente le è già saltata in testa. Sono gay. Sì, esatto: gay. In questo momento, lo studente non-tanto-modello che ha avuto negli ultimi tre anni con la passione per la scrittura sta facendo coming out alla sua tanto amata e stimata professoressa di storia e filosofia. Perché? Perché così sono un “po’ più” libero di prima e perché contavo che dovesse sapere cosa davvero mi differenziasse dagli altri. Non fraintenda, sappia che sono arrivato alla completa accettazione di me stesso. Anzi, praticamente ne vado fiero: perché comunque rappresento una minoranza, come, appunto, quella delle donne, che nell’arco del tempo ha subito ingiurie, discriminazioni e una serie infinita di soprusi. Perciò ne vado fiero.
Ormai, lo sanno quasi tutti. Le mie migliori amiche Elena, Arianna, Veronica e Francesca, che lei conosce bene, lo sanno da circa due anni e mi hanno accolto ovviamente tutte a braccia aperte, trattandosi di ragazze comunque intelligenti che mi vogliono bene. Poi, presto o tardi, lo hanno scoperto anche il resto dei miei compagni di classe, poiché all’ultima cena di classe mi sono fatto accompagnare dal mio fidanzato Stefano, un ragazzo di Milano che ha la mia stessa età (ci siamo conosciuti su Internet, ma la nostra è una storia più romantica: a farla breve, lui leggeva le storie e i racconti che pubblicavo in un sito… e da lì, passo dopo passo, ci siamo scoperti, conosciuti e, sì, amati). In principio le reazioni sono state un po’ sconvolte, ma poi mi hanno accettato tutti di buon grado, nonostante ci sia ancora qualche omofobo fascista convinto che Mussolini dovrebbe risorgere al più presto dalla tomba (e forse lei sa di chi parlo). Comunque, per dirle che, nonostante le medie e i primi anni del liceo, ora ho acquisito una piena serenità di me stesso, di chi sono.
Per quanto riguarda la mia famiglia, invece, la storia è un po’ diversa. Ma se vorrà gliene parlerò in un’altra occasione. Per adesso mi dica, Paola: i pezzi del puzzle tornano tutti o è una sorpresa inaspettata ma, si spera, pur sempre ben accolta?

P: La mia personale conferma è stata il breve racconto che hai scritto per la scuola Holden. All’effetto sorpresa, lì si unisce anche una sostanziale accettazione di fondo e un sorridente e dolce distacco… A quel punto mi sono tranquillizzata. Di fronte a casi del genere, infatti, i miei timori riguardano unicamente come il ragazzo in questione possa vivere la sua scoperta. Purtroppo, un contesto sociale come il nostro, ancora tanto retrivo e “fascista”, può far soffrire, provocare traumi e disperazione. Penso al ragazzo quattordicenne che si è gettato dalla finestra… Ma tu sei al di là ormai di ogni possibile esito “nichilistico”, sei un giovane e non più un adolescente, sei maturo e consapevole. La speranza è che l’intera società possa maturare, che il tuo segreto non debba più essere definito, nemmeno da te stesso, “terribile”, ma semplicemente un vissuto privato che, omo o etero che sia, riguarda la sfera personale e solo per questo, a buon diritto, segreta. Ma la strada è ancora lunga, a partire dalle famiglie, come sembrerebbe anche nel tuo caso. Penso che delicatezza e sensibilità siano pregi della persona, indipendentemente dal sesso. Ho conosciuto ragazze e donne piuttosto volgari e aride, vuote e d’altro canto uomini delicatissimi, teneri… Ciascuno di noi è un universo, un tutto irriducibile alle singole determinazioni anagrafiche e fisiologiche. Ti scrivo dal mare, da Tarquinia, dove ho una casa di famiglia che per me è fonte più di fatica che di relax. Ma devo starci… Anche su di me, a volte, si fa sentire il peso delle convenzioni e degli status sociali.
A presto!
Paola

F: Per quanto mi riguarda, non c’è stata mai una scoperta; solo un’accettazione. Anch’io ho vissuto il mio periodo di negazione, rifiuto, offuscamento e depressione. Ma è passato, per fortuna. Ho sempre saputo di provare attrazione verso il mio stesso sesso, solo che da bambino naturalmente pensavo dovesse essere una maledizione, qualcosa da dover sempre tenere nascosto a tutti, qualcosa da soffocare; un peccato. Cresciuto in una famiglia di contadini, agricoltori e lavoratori tradizionalisti, può solo immaginare… Per fortuna che c’era Internet! Se non ci fosse stato questo strumento e non mi fosse stato messo tra le mani precocemente, non so se adesso sarei ancora qui.
Perché l’accettazione è comunque difficile. Non tutti riescono. E quelli che non ce la fanno, si tolgono la vita: sopraffatti dalle minacce degli amici, dei familiari, della società. Non sa quante volte, a scuola, o in giro per piazza, mi sono sentito dire (urlare, talvolta) “frocio”; e io ho sempre continuato per la mia strada senza dire una parola, a testa bassa. Perché troppo piccolo, troppo indifeso, troppo solo. E ogni volta, ogni singola volta, quel “frocio”, quella parola densa di cattiveria, di rabbia, di indignazione, di repulsione, di paura, mi ha fatto un male pazzesco. Ma adesso è tutto finito. Adesso sono cambiato: adesso sono cresciuto. E se qualcuno avesse mai la faccia tosta di dirmi un’altra volta cosa ne pensa della mia identità sessuale, beh, stavolta sarei tutto fuorché impassibile. Stavolta mi farei sentire. E di brutto, anche. Perché l’età del silenzio è finita.
Comunque, tutte queste brutte cose non hanno fatto altro che fortificarmi. Hanno indurito la mia anima, raffinato il mio carattere. Mi hanno reso ciò che sono oggi, e soprattutto orgoglioso di chi sono. Alla faccia di chi è troppo bigotto, chiuso, stupido, ignorante per capire che non c’è nulla di sbagliato nell’amare un’altra persona dello stesso sesso. Io ce l’ho fatta anche se ero solo, completamente solo nel mondo: circondato dalla mia famiglia, gente ignorante e rozza, e da amici che non vedevo l’ora di scrollarmi di dosso perché troppo immaturi.
Come le dicevo, con la mia famiglia è stato tutt’altro che facile. I miei genitori hanno sempre saputo di avere un figlio gay, perché a dodici anni mi sorpresero a chattare con uomini gay; ma quello che non gli perdonerò mai non è il fatto di aver continuato la loro esistenza ignorandomi, bensì di aver costruito nelle loro menti medievali castelli di sabbia dove il loro figliolo è fidanzato con tutte le belle ragazze che lo circondano.
Per farle qualche esempio, mio padre mi disse, quand’ero piccolo, che mi avrebbe portato a puttane e mi avrebbe “fatto vedere come si fa”. Mia madre, invece, recentemente, origliando qualche conversazione col mio fidanzato, è piombata in camera mia, piangendo, e chiedendomi cosa avesse fatto di male per non avere un figlio “normale”; questo prima di dirmi, singhiozzando, che mi avrebbe avuto sulla coscienza perché si sarebbe ammazzata. A causa mia. E, lei può immaginare, non sono decisamente le cose migliori che un figlio vorrebbe sentirsi dire da sua madre.
Ma, sa, quello che dicono i miei genitori ormai mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro. Davvero. Per quanto possa fare male, l’ho superato. L’ho già superato: tante e tante di quelle volte. Perciò che la pensassero come vogliono, che mi dicessero quello che vogliono, io continuerò sempre e per sempre a essere fiero di me stesso, della mia sessualità, dei miei gusti sessuali, delle mie perversioni, sì, proprio per gente come loro. Quantomeno, mia sorella ha detto che per lei non cambia nulla, che mi vuole bene lo stesso e che non c’è nulla di sbagliato nell’essere gay. Almeno una persona su cinque.
E questa è in breve la mia storia. Lo ammetto: se le scrivo, è perché ho bisogno di essere ascoltato. Almeno un po’. Almeno ogni tanto. E lei rappresenta per me un modello di vita, da seguire e da amare. Glielo dissi già, scherzando, tra una risata e un’altra, ma è sempre stato vero: magari avessi avuto lei come madre! La mia vita sarebbe stata migliore. Ma sono uno che si accontenta, alla fine. Anche averla avuta al di là di una cattedra per tre anni lo considero un grande onore.
A presto, Paola. E si goda la vacanza al mare, non lavori troppo. Ci sarà tempo per sudare quando avrà di nuovo a che fare con le pesti che l’aspettano a settembre, ahilei.
Un abbraccio.

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