‘La grande abbuffata’: la grande nausea

Questo marzo ce lo ricorderemo bene. Inutile specificarne la motivazione.
Per questo motivo ho riscoperto alcuni film incentrati sulla “reclusione”, pensando in particolar modo a uno in cui tale condizione è volontaria. E il primo titolo che mi è venuto in mente è stato La Grande abbuffata di Marco Ferreri, che dirige un cast degno di entrare in qualunque manuale di cinema.

Anno 1973. Un film così degradante che incontrò moltissimi pareri negativi. E forse per quell’anno lo era a sufficienza per far sì che la borghesia (vera bestia dentro al mirino della sceneggiatura) si voltasse dall’altra parte a causa di scene spinte e surreali.
Il film segue la storia di quattro uomini mentre ognuno di loro dice addio al lavoro e alla propria famiglia, rinchiudendosi in una grande villa appartenuta, a quanto si dice, a Nicolas Boileau. In questo indefinito periodo assumono un gruppo di prostitute e iniziano a fare ciò per il quale hanno deciso di ritirarsi dalla società contemporanea: scopare e mangiare fino alla morte.
Ma andiamo con ordine. Prima abbiamo Ugo (Ugo Tognazzi), uno dei migliori chef bloccato in un matrimonio senza amore; poi Philippe (Philippe Noiret), un magistrato che vive con i suoi genitori e ha una relazione sessuale inquietante con la sua ex tata; abbiamo un produttore televisivo divorziato di nome Michel (Michel Piccoli) annoiato dalla sua vita, e infine Marcello (Marcello Mastroianni – permettetemi di dire quanto questo uomo possa essere affascinante sempre e comunque), un pilota di aerei ossessionato dal sesso.

Tutti e quattro arrivano nella villa di famiglia vuota e in decomposizione di Philippe, che è stata completamente rifornita con una quantità eccessiva di ogni tipo di cibo immaginabile – dalla carne ai frutti di mare, dalle verdure ai dessert . Inoltre sono tutti d’accordo sul fatto che, dopo poco tempo da quando si sono rinchiusi, morire con il cibo e l’uno con l’altro sia troppo noioso, ed è per questo che decidono di assumere prostitute per unirsi a loro più tardi quella notte. Mentre stanno spingendo grandi quantità di cibo in bocca, un’insegnante di scuola di nome Andrea (Andréa Ferréol) bussa alla porta, chiedendo se può portare la sua classe nel cortile della villa per segnalare un particolare albero nel cortile sotto il quale si presumeva sedesse il poeta satirico francese Boileau. Il quartetto invita dentro lei e la sua classe di bambini, nutrendoli al loro tavolo. Philippe, che è abbastanza colpito da Andrea, la invita a tornare anche quella notte come ospite personale (piccolo aneddoto personale: ho sempre voluto rispondere all’invito come fa Andrea ai quattro, canticchiando – quando vedrete il film capirete. O forse no). Dalla notte inizia il vero degrado, quando procedono mangiando letteralmente fino alla morte.

Si tratta di una facile metafora: questi quattro uomini riflettono il disgusto di Ferreri nei confronti del capitalismo borghese moderno. Così egoisti e corrotti dall’eccesso che preferirebbero lasciarsi andare alla morte, invece di esercitare qualsiasi autocontrollo. Il fatto che siano tutti così disposti a morire per questo livello di indulgenza è ciò che rende accattivante la trama. Nessuna delle loro vite è particolarmente orribile; le loro sofferenze in quella villa sono tutte mostruose, spinte principalmente dalla noia e dall’ego.

Tutti terminano la loro esistenza in modo adeguatamente comico e patetico (spoiler): Marcello si congela a morte in una tempesta di neve mentre cerca disperatamente di sfuggire alla villa in una Bugatti che non si avvia; le viscere di Michel si rompono in modo spettacolare; Ugo muore sdraiato sulla schiena mentre viene alimentato forzatamente con il suo palazzo di paté; il diabetico Philippe muore mentre ingurgita un budino a forma di tette giganti. Quando ognuno di loro muore, il suo corpo viene spinto nella cella frigorifera per essere conservato in sicurezza. Muoiono mentre vivono, senza dignità.

Ora vorrei soffermarmi un attimo sul personaggio di Andrea, dolce, educato, ma colpevole di indulgenza per gli uomini. Sebbene un’ospite nella villa, e quindi in balia di ciò che le è ordinato e offerto, non ci mette molto a iniziare a usare questi quattro sciocchi per i propri piaceri. Andrea diventa l’incarnazione del complesso madonna-puttana, oscillando tra il ruolo matronale di custode generoso e quello di una forza prevalentemente sessuale. Per questo sostengo che sia l’unico motore della narrazione, dal momento che i dialoghi tra i quattro sono abbastanza deludenti. Ma sopratutto, perché diventa assassina tra uomini dediti al suicidio.

Il film ha vinto il Premio della critica internazionale a Cannes.
Nonostante ciò, ecco che emerge il mio essere bigotto novarese: è volgare. Si tratta di denuncia sociale, di satira, di humour nero, ma è pur sempre volgare. E questo può disturbare o interessare.
È necessario vederlo? Si. È necessario apprezzarlo? No. Almeno, non per forza. Il punto è che è disturbante in quanto trascina fuori le peggiori qualità dell’umanità e della società, le mescola con le nostre funzioni corporee più basse e considerate spiacevoli. Il paradosso è che c’è qualcosa di compiaciuto nel guardare tutti questi uomini benestanti comportarsi apertamente come i mostri che sono veramente. E ogni volta che il film diventa più disgustoso diventa più comico, al limite del demenziale.

Guardare quattro uomini di mezza età comportarsi come maiali è sconfortante, non edifica la mente ed è scoraggiante, soprattutto mentre afferrano carni umane e carni animali per soddisfare i loro bisogni fisici. Mentre questi uomini si abbandonano alla libertà dalle catene della società, dalla vergogna e dai limiti, l’aspetto satirico si restringe lentamente, mentre viene sostituito da un’atmosfera più celebrativa. Ed è questo il difetto. Si perde l’idea di una denuncia sulla borghesia, tanto imbastita nella prima mezz’ora del film. Ma va comunque visto, conosciuto e messo sotto esame, per capire cosa ci lascia o cosa voleva lasciarci questa narrazione.

Fatemi sapere,
Davide

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