'Il buco': la quarantena è servita

Sempre più spesso il genere distopico assume forme nuove per raccontare la società e la fantasia, rappresentando la realtà in modi soggettivi e proponendo scenari lontani dalla nostra quotidianità che ci interesseranno sempre. Gli esempi si sprecano.
E infatti eccone un altro, appena approdato su Netflix.
Ammetto che il mio giudizio può essere offuscato dai giorni di quarantena (che poi sono anni che mi preparo per questo periodo), ma Il buco di Galder Gaztelu-Urrutia l’ho trovato carino. E interessante, anche se scontato in alcune svolte di trama. Opinione personale.
Riguardo alla lotta di classe, recentemente abbiamo avuto un filmone: Parasite di Bong Joon-ho. La lotta di classe è quasi sempre stato uno sfondo per altri grandi storie, mentre adesso diventa il tema centrale. Storie che lo spettatore può capire facilmente, grazie a metafore chiare che rendono il pubblico empatico con il punto di vista del racconto.

Un film la cui trama può essere raccontata in pochissime parole: i detenuti di una prigione di centinaia di piani scavata nel terreno si aspettano che una grande tavola piena di cibo scenda attraverso un buco centrale al loro livello. Chi è al livello più basso mangerà gli scarti di quelli dei livelli superiori.
Questo è la descrizione generale. La narrazione si arricchisce continuamente di dettagli, attraverso gli incontri che fa il protagonista – con il quale il pubblico condivide il punto di vista e di scienza degli eventi – cercando di far capire come un sistema del genere si basi esclusivamente sul comportamento umano. Ed è questo a preoccupare.
Lo possiamo notare proprio in questi giorni, infatti, quanto il buon senso civico sia indispensabile a far girare gli ingranaggi della nostra società. Perché ci sono modi diversi di far recepire alle persone questo messaggio, e gli eventi di questa storia ne sono un esempio.

La cosa interessante del film è che mentre i misteri si svelano e il dilemma del protagonista si concentra su come uscire, sopravvivendo, c’è un’inevitabile decantazione di un sotto-testo sociale che è presente sia per lo spettatore che per i protagonisti stessi. La critica si è soffermata sull’“ovvio” – termine importante per questo film – riferendosi al tema politico trattato, in quanto molto semplice come metafora (cosa utile per godere poi al meglio delle sequenze narrative). Tuttavia, il modo di affrontare l’esperimento del regista che pone l’allegoria è pigro, quando si tratta di entrare nel gioco che propone. Il cinema satirico, per esempio, sfrutta l’indignazione per una situazione caricandola di ironia e cercando il consenso del pubblico, che quindi entra in empatia con le critiche sollevate.
Perché solo se la persona che guarda il film si considera anch’essa una “vittima” della situazione si sentirà scomoda sulla sua sedia.

Il buco un film tremendamente inquietante, ma è consapevole che il suo approccio semplice provoca una riflessione altrettanto consapevole. Il vero disturbo si ha per la mente e per la natura dell’umano. Quando la razionalità viene meno. È il cinema della nostra crisi, attuale e futura. E il film ci fa ragionare su come ci comporteremmo noi in una situazione del genere, senza considerare che in generale lo siamo già a livello globale.

Il film di Gaztelu-Urrutia non predica, ma espone domande e le dirige verticalmente, come tutti i piani che vediamo nel film. E quello che viene mostrato è l’essere miserabile dell’uomo, il suo aspetto più egocentrico e viziato. L’uomo, quindi, in questo caso è un animale, che agisce d’istinto solo dopo che, impazzendo, accetta le regole della giungla. E non esita a sovrastare chi sta sotto nel momento in cui le carte in gioco cambiano e si sale di livello. Non c’è un fondo meritocratico, ma solo il caso.

Credo anche, però, che il film voglia andare oltre, per permettere allo spettatore di usare la propria logica in modo travolgente sollevando ipotesi irrisolvibili e poter consentire ai personaggi di provare a trovare la chiave per spezzare una catena che non ha soluzione. L’enigma irrisolto in questo caso è la riuscita della narrazione. Una spiegazione data in assoluto sarebbe potuto essere un espediente rischioso, se non abbastanza convincente.

Ci sono dei riferimenti a molti altri film, che potrete scoprire, sopratutto quelli relativi ai momenti più violenti, selvaggi e amari, in cui tramite immagini e suoni conosciamo quello che potrebbe accadere, e quindi soffriamo con i personaggi. La provocazione e il disgusto non possono che essere una citazione, pulita e rispettosa di un altro film: La grande abbuffata.
In ogni caso, mettiamo su un post-it il nome di questo regista, Galder Gaztelu-Urrutia. Potrebbe regalarci altri lavori degni di nota.

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