Da vedere Otto Volte (e mezzo)

Chiunque voglia addentrarsi nell’analisi di uno dei film più preziosi della cinematografia italiana (ed europea) avendolo visto una volta solamente commette un errore gravissimo, rendendo inutile tale analisi.
Un film del genere va visto più di una volta. Almeno otto volte e mezzo.

Siamo nel 1963: Federico Fellini, insieme a Ennio Flaiano e a un cast tecnico e artistico eccezionale, realizza uno dei suoi capolavori: 8 1⁄2. Ogni elemento che si potrebbe prendere in analisi, dalla fotografia di Gianni di Venanzo alla sceneggiatura di Pinelli, Rondi (e gli stessi Flaiono e Fellini), dal montaggio di Leo Catozzo alla scenografia di Piero Gherardi, per non citare la colonna sonora del grandissimo Nino Rota, meriterebbe pagine e pagine: non solo di elogi, ma di accurata analisi.

Partiamo dalla trama per i vergini: Guido Anselmi è un regista cinematografico affermato e di successo, ma dall’inizio della narrazione capiamo che è alle prese con una crisi d’ispirazione che tiene in stato di stallo il suo prossimo film e rende ansioso il suo produttore. Recatosi presso una stazione termale romana in cui Guido consuma la propria afasia, lo raggiunge Carla, la sua amante. Ma lei non è l’unica donna della sua vita: alle terme arriva anche sua moglie Luisa, turbata dal logorio del loro matrimonio. C’è poi Claudia, bellissima attrice che Guido ha idealizzato come musa. E mentre la lavorazione del film continua a non ingranare, attorno a Guido gravita una varia umanità “cinematografica” che comprende critici, tecnici, cardinali, sensitivi, tutti coinvolti in dialoghi più o meno costruttivi.

Questa afasia viene interrotta da ricordi, alcuni dolci altri decisamente più angosciosi, che si manifestano nella mente del regista. La produzione decide di organizzare una conferenza stampa: il regista, in preda al panico, si rifugia sotto un tavolo ed estrae una pistola. Si sente uno sparo. All’alba i personaggi si ritrovano attorno a un’astronave costruita per il film in cantiere e, incalzati da Guido, danno vita a un girotondo a passo di marcetta.

Se la storia può apparire decisamente semplice, il discorso non lo è affatto, rendendo questo film un ottimo lavoro, studiato e stimato dagli addetti ai lavori, ma decisamente difficile per un pubblico medio-basso. Dal momento che quello che viene mostrato non è altro che il mettere in mostra la difficoltà di trovare un linguaggio cinematografico facendo si che il senso dell’arte contemporanea sia il vero oggetto indagato nel film.

Per analizzare dunque il discorso non si può prescindere dal porre all’attenzione ciò che il cast tecnico ha realizzato. Gianni Di Venanzo porta a un radicalismo sperimentale e a una liquida fluidità il dinamismo della macchina da presa, la modulazione di luminosità degli sfondi e dei contrasti di luce in primo piano, rendendolo un vero spettacolo per gli occhi e per la mente: ma è qualcosa che richiede attenzione e impegno. Non mi sembra di certo il genere di film da vedere con gli amici il sabato sera mangiando una pizza.

E partendo dai movimenti di camera, lo scenografo, Gherardi, mette al servizio delle inquadrature una sorprendete ed estenuante grafica di ambienti, interni ed esterni, e costumi, tutto in relazione al fatto che la pellicola fosse realizzata in bianco e nero. Nino Rota, uno dei compositori italiani più amati nel mondo, realizza ancora una volta (dopo aver lavorato per molti anni con il regista) brani in grado di armonizzare con tutti gli elementi felliniani.

Ma sicuramente uno dei punti di forza è la sceneggiatura, che si affida al plurilinguismo degli interpreti, oltre che a un invasivo flusso di coscienza, permettendo analisi di caratteri e atteggiamenti. Dal punto di vista tecnico, avendo visto altri film di Fellini, penso che 8 1/2 sa quello più “completo”, che offre più spunti, proprio per il fatto che si tratta di metacinema.

Si tratta di una composizione di elementi volti a descrivere il caos prima della creazione effettiva di un film, che termina in preda a una “malinconia” da circo, piena di virtuosismo tecnico. Il finale non è affatto consolatore: lo spettatore che si identifica con i drammi inscenati non deve pensare che tutto si risolva facilmente come accade nella maggior parte delle rappresentazioni. Lo scopo, invece, è quello di instaurare dubbi e farlo riflettere.

E il contesto in cui è stato realizzato? Era un periodo in cui in Italia non si faceva più la fame, e c’era il tempo per riflettere tra nuove libertà e vecchie restrizioni. Inoltre il cinema, a cavallo del 1960, stava vivendo in tutto il mondo il suo momento di massima libertà creativa, in cui molti schemi venivano superati o ribaltati.

Ma la domanda che mi pongo è questa: il film riflette e fa riflettere davvero? Riesce nel suo scopo, oppure va tenuta in considerazione l’opinione di Orson Welles su Fellini (“pericolosi segni di essere un artista superlativo con poco da dire”)? Dal mio punto di vista, nessun altro come lui ha saputo arrivare a tanto: un cinema che indaga in maniera profonda sul cinema. Proprio perché è riuscito a farci “vedere” queste indagini e non solo “ascoltarle”.

Ovviamente una parte fondamentale nella sua poetica è quello dell’autobiografismo. L’elemento “fellini” è presente, ma difficile capire quanto Guido sia effettivamente Federico. Tutti gli altri non sono che elementi reali o di fantasia, collegati da raccordi tecnici di movimento, sguardo e suono. Per di più ci vengono presentate anche altre forme di crisi, quella sentimentale e quella comunicativa.

E se invece tutto fosse volutamente senza senso? Se fosse tutto una grande opera dadaista che ha imbrogliato il mondo in un gioco di analisi e letture di simboli che in realtà non esistono? Mi pare poco probabile. Sono più propenso ad avvicinarmi a un’analisi psicanalitica del film, dal momento che l’elemento onirico è protagonista. E ognuno di noi, con il proprio percorso, può interpretare le immagini. Non esiste un’interpretazione corretta, ma solo soggettiva. Ed ecco che realtà, fantasia, sogno e ricordi assumono diversi significati.

Ma forse su un punto si può essere tutti d’accordo: il suicidio immaginato, che dunque appartiene al mondo della fantasia, non può assolutamente risolvere il problema reale. La fantasia non è un territorio in cui risolvere un problema reale.

Quello che ho percepito è un ritmo angosciante di caos opprimente: questa danza di personaggi, di ricordi e di parole invadono Guido e con lui lo spettatore. Viene quasi voglia di tapparsi le orecchie e prendere respiro. In quanto spettatore di una cultura occidentale non riesco a non ricercare un senso in ciò che mi viene proposto come arte. Sento e sentiamo il bisogno di dare una logica a tutto. E nel film qualcuno ci aiuta: Daumier. È la parte razionale, pone dubbi e domande assolutamente lecite. E se arrivassimo a un’identificazione tale con Guido da rifiutare questo polo razionale? Da porsi infastiditi a riguardo? Perché il concetto causa effetto viene meno, e non possiamo che farci trascinare. Anche perché l’elemento onirico nel film non è distinto dalla realtà tramite i il linguaggio cinematografico classico, come ad esempio un effetto di dissolvenza, o un qualche mezzo tecnico in grado di dire al pubblico: “quello che vedi adesso è un sogno”. E per di più sogno, realtà, ricordo e fantasia si uniscono proprio grazie a raccordi tecnici tali da richiedere un’impegno da parte dello spettatore. Ne è un esempio il raccordo di campo centrato sul gesto di Guido che si muove gli occhiali da sole, per capire che si è di nuovo nel mondo dei sogni.

Questa crisi, questo caos si legano al tema della libertà e della prigionia, fin dalla sequenza (quella del traffico), perfettamente realizzata per creare panico e claustrofobia. Il silenzio mortuale durante l’ingorgo. L’asfissia. L’impassibilità di tutti quanti sono a bordo delle altre auto, la percezione di una distanza angosciosa tra sé e gli altri. Per poi far percepire uno spazio aperto, ma che lega il protagonista in ogni caso, tramite la corda.

C’è chi ha anche cercato di interpretare il titolo, ma sono concorde con quei critici che pensano che il numero sta ad indicare semplicemente il fatto che fino a quel momento Fellini ha girato 8 film e 1⁄2 (contando come mezzi il film codiretto con Lattuada, Luci del varietà, e i due episodi: Un’agenzia matrimoniale e Le tentazioni del dottor Antonio per i film corali: L’amore in città e Boccaccio ’70).
Quindi mi ripeto: da vedere almeno otto volte. E mezzo.

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