Il Sacro Graal non esiste

Questo elaborato è stato scritto alla fine di un seminario sul Medioevo seguito durante la mia laurea al DAMS; in pratica bisognava scrivere sul tema che ci aveva colpito di più durante il corso, e io scelsi di parlare di fede. Il risultato è qualcosa di molto confuso con nozioni a caso e senza un vero nesso logico, ma ho pensato che ci fosse comunque un germe interessante e che magari qualcuno l’avrebbe potuto trovare utile. Quindi buona lettura.

Questa è stata la mia risposta quando abbiamo affrontato in classe il dibattito sul Sacro Graal.
La discussione è nata subito dopo la visione di Monty Python e il Sacro Graal, film commedia del 1975 interpretato e diretto dal gruppo inglese dei Monty Python. La storia ruota intorno a Re Artù e alla fantomatica missione assegnatagli da Dio di trovare il Sacro Graal, cioè il calice con cui Gesù celebrò l’Ultima Cena e in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione. Ma la ricerca della reliquia è solo un pretesto.
Il Sacro Graal, infatti, nasce come oggetto sacro in epoche remote prima del Medioevo per poi diventare, nel corso dei secoli, attraverso la rielaborazione di film, libri e racconti, un simbolo in grado di far avventurare anche gli uomini più scettici. Ma che cos’è veramente? Da dove nasce la leggenda? Perché ancora oggi nessuno l’ha trovato?
Queste sono le domande che ci siamo posti e a cui tuttora continuiamo a pensare. Nonostante alcuni storici abbiano provato a tracciare nel corso del tempo una storia del mito partendo dalle origini e giungendo alla conclusione che sia il frutto di una leggenda orale gotica, la questione del Sacro Graal merita secondo me di essere elevata a un livello superiore rispetto al pragmatismo storico.
Togliendo la componente mistica legata alla religione che accompagna il Graal sin dall’inizio (si pensa infatti che i primissimi racconti orali antecedenti il Medioevo da cui deriva fossero essi stessi di natura cristiana) non resterebbe che un semplice calice, una coppa. Ebbene, un calice, per definizione, è un bicchiere di forma caratteristica dal quale si beve qualcosa (raramente si tratta acqua; di solito si usano i calici per occasioni speciali), ingerendo quindi la sostanza. Infatti, quando si beve, si assimila il liquido che riempie il calice, facendolo diventare da quel momento parte di noi.
La domanda pertanto è la seguente: qual è quella sostanza non necessariamente liquida che tutti noi vorremo bere per averla con noi? Qual è quella cosa che spingerebbe un uomo a intraprendere un viaggio lungo, difficile, pericoloso e senza alte probabilità di riuscita? Perché se un uomo “si avventura” alla ricerca del Sacro Graal vuol dire che la reliquia non è stata ancora trovata da nessuno; ergo, non si ha ancora certezza che esista, ma difatti neanche il contrario. Eppure gli uomini si mettono in viaggio, da soli, in compagnia, rischiando la propria vita per cercare qualcosa che nessuno prima di loro è stato in grado di trovare.
Cosa spinge un uomo a fare tanto? Spesso, nelle storie di avventura, quando c’è un tesoro prezioso da cercare, alla fine si scopre che non è niente di materiale, ma solo il significato di qualcosa. Il Sacro Graal non sfugge a questo immaginario: esso può assumere nella nostra testa la forma della felicità, dei soldi, dell’amore, di un lavoro, della crescita, della soddisfazione. Può essere la fine, l’inizio, oppure il viaggio stesso. Si può tradurre nelle prove superate durante la ricerca, o nella ricerca di noi, della nostra vera natura. Può essere tutto e può essere niente; può variare forma, peso e aspetto in base al nostro modo di guardare le cose. Possiamo trovarlo, oppure continuare a vagare per tutto il resto della nostra vita finendo per dimenticarci il motivo per cui abbiamo deciso di intraprendere il viaggio.
Questo è il significato che assume al giorno d’oggi il Sacro Graal nella maggior parte delle rappresentazioni. Perché questo è l’unico significato che può far sopravvivere una leggenda cristiana nel corso del tempo, in una società sempre più materialista e profana che si allontana in modo spontaneo e progressivo dalla spiritualità, dalla religione, da Dio.
Per questo per me il Sacro Graal è la fede.
E per questo per me non esiste.

Nel Medioevo, la concezione di fede era molto diversa rispetto a oggi. Premesso che la religione governava la vita quotidiana (e dove non arrivava la Chiesa arrivava la magia), la fede non si viveva nel personale, ma nella comunità. Grazie a essa, l’uomo medievale riusciva a vincere la sua paura per le carestie, le epidemie e le guerre. Insomma, nella fede si rifugiava chi voleva un po’ di conforto (come l’uomo moderno – quello più legato alla tradizione, più cagionevole, più religioso e forse anche più sensibile – continua a fare oggi), ma non solo: la fede era legata indissolubilmente alla penitenza, perché nessuno era mai abbastanza privo di peccati da meritarsi l’Eucarestia, e nessuno si spingeva mai a ricercare la ragione o a formulare un pensiero proprio (men che meno traendone soddisfazione, perché al contrario dell’uomo moderno, l’uomo medievale preferiva crogiolarsi nella convinzione che se qualcun altro avesse già formulato quel pensiero allora significava che non era un “eretico”, e poteva continuare il suo cammino nella vita quotidiana). Ora et labora recitava lo spirito benedettino, cioè prega e lavora: se la preghiera per un fedele era il momento in cui poteva connettersi direttamente a Dio, il lavoro era quella parte della penitenza che bilanciava i rapporti tra fede e ragione. Nessuno poteva sottrarsi al lavoro, ma prima ancora che per una ragione di senso di dovere comune, per una ricerca di pace con se stessi. La penitenza era una prerogativa del fedele cristiano: attraverso la penitenza si raggiungeva quello stato fisico e mentale di povertà (e contemporaneamente ricchezza) d’animo che serviva per avvicinarsi a Dio, soprattutto in un periodo come quello dove la paura delle calamità e della fine del mondo era insita in tutti gli uomini. Nessuno poteva rischiare di morire e accedere al Paradiso senza essersi purificato in qualche modo, che poteva essere il digiuno, l’elemosina o il pellegrinaggio verso la terra promessa.
La penitenza riguardava quindi un viaggio dedito alla sofferenza, ai rischi e ai pericoli, proprio per poter pregare nei luoghi di Gesù dove erano presenti le tombe dei Santi e le loro reliquie. Una ricerca del Sacro Graal inconscia, o letterale, dove l’obiettivo del viaggio era chiaro e pratico, poiché la fede era il motore che alimentava gli animi delle persone.
Il Sacro Graal esisteva, allora, era vivo e vegeto nella maggior parte del popolo. L’uomo medievale non aveva bisogno di credere: la religione era un dogma. E la fede non si contrapponeva alla ragione: ne era parte assoluta. Nel suo nome – nel nome della religione – si sopportavano fatiche immense, si sacrificava il cibo, si facevano le crociate, si iniziava la professione monastica fatta di regole severe, sacrifici e privazioni.
Tutto questo per la fede, per la religione, per Dio. Ecco perché il calice da cui l’uomo di oggi vorrebbe bere era sempre pieno. Anzi, straripava.

Nel film La fontana della vergine del 1960, diretto da Ingmar Bergman, il senso di devozione alla religione (attraverso la figura della Madonna) è preponderante (un po’ come in tutti i film che rappresentano quel periodo storico, proprio perché il tema è imprescindibile da qualsiasi ritratto medievale – che si tratti di film, libri, saggi o serie-tv, anche se nell’esempio più eclatante e di successo del genere televisivo, cioè Il Trono di Spade, la religione lascia spazio ai giochi di potere, alla guerra e alla violenza).
La storia è ambientata in Svezia: il proprietario terriero Töre (interpretato dall’eccezionale Max von Sydow, già noto per aver interpretato il protagonista del film più famoso di Bergman – nonché il mio preferito, Il Settimo Sigillo, peraltro sempre ambientato nel Medioevo) manda sua figlia Karin a consegnare dei ceri alla Madonna durante un giorno di festa (solo le vergini possono adempiere a questa missione), accompagnata da una serva pagana. Durante il viaggio Karin si imbatte in un gruppo di briganti che, dopo essersi presi gioco di lei, la violentano e la uccidono. I malfattori la depredano anche della veste che offriranno poi a sua madre quando, per cercare rifugio, saranno costretti a passare la notte nella dimora della fanciulla. La vendetta del padre non tarderà ad arrivare.
Bergman dipinge un quadro realistico e fortemente critico dell’attaccamento alla religione. Sebbene le intenzioni dei briganti siano palesi, Karin, poiché religiosa, quindi vergine, quindi ingenua e innocente, non sembra curarsene, anzi, riserva ai pastori quelle particolari attenzioni che firmeranno poi la sua condanna a morte. L’ignoranza, la brutalità, il paganesimo squarciano così la purezza della religione, riportando la magia della fede a un pericoloso offuscamento dei sensi e della ragione.
Il film è pieno di significati contraddittori, così come il Medioevo stesso. O meglio: mette a confronto due facce della stessa medaglia, due mondi opposti, quello cristiano e quello pagano, che viaggiano su due rette parallele che non si incontrano mai, donando a entrambi un riflesso coerente e fedele ai princìpi della società.
Ci troviamo di nuovo di fronte a un bivio: incamminarsi nel duro viaggio della ricerca spirituale o crogiolarsi nel proprio scetticismo (permettendosi di oscillare magari tra ateismo, deismo e agnosticismo)? Insomma, si tratta di capire se criticare la devozione alla fede che a volte distorce la realtà o se al contrario aggrapparsi con tutte le forze alla speranza di una giustizia divina che prima o poi arriva per tutti.

Un altro film dove la religione assume un ruolo centrale è Il nome della rosa (diretto nel 1986 da Jean-Jacques Annaud), ambientato nel Medioevo, più precisamente nel 1327 in un’abbazia benedettina sperduta tra i monti del Nord-Italia. Il film è tratto dall’omonima opera di Umberto Eco, pubblicata nel 1980, che riscosse un notevole successo di critica e pubblico finendo per diventare un vero e proprio caso editoriale. Tra il film e il romanzo ci sono notevoli differenze, sia a livello contenutistico che tematico, che hanno portato il regista a definire il film un “palinsesto” del suo libro. Il risultato, comunque, è un affresco del Medioevo che si concentra soprattutto sugli aspetti tetri e oscuri legati alla religione, ma, come ha scritto lo stesso Eco nel trattato Dieci modi di sognare il medioevo, non sono gli unici che caratterizzano quello che forse è stato il periodo più complesso e cavilloso della storia.
Il Medioevo, infatti, è ricordato da tutti – almeno negli anni recenti – come il “periodo buio”. Umberto Eco, invece, semiologo, filosofo, accademico e autore di numerosi saggi di estetica medievale, ha delineato un panorama più vasto del periodo, soffermandosi sui molteplici punti di vista con cui si può analizzare. Nel testo, tratto dall’opera Sugli specchi e altri saggi, Eco afferma: “[…] Ma se si torna al Medioevo solo rabberciando, mai ricostruendolo nella sua interezza e autenticità (quale?), allora forse ogni sogno del Medioevo (dal 1492 ad oggi) non rappresenta il sogno del Medioevo ma il sogno di ‘un’ medioevo. Se ogni sogno del Medioevo è il sogno di un medioevo, di quale sogno e di quale medioevo parliamo?”.
Ecco allora che appaiono scorci diversi che permettono a ognuno di noi di prendere il meglio (o il peggio) del Medioevo, portandoci a ragionare sulle similitudini e sulle differenze con l’età contemporanea, ma anche sull’impatto che un periodo storico così remoto e allo stesso tempo vicino, sottovalutato e fortemente categorizzato, ha avuto sulla nostra società, sul nostro modo di pensare e di preoccuparci dei problemi che ci riguardano.
Il Medioevo nel nostro secolo rivive in vari modi: come pozzo mitologico da cui attingere per ricostruire personaggi contemporanei (Tasso); come nostalgia di un’epoca passata e finita (Ariosto); come dark age per definire le basi di tutte le storie (libri o film), soprattutto fantasy, che vogliono resuscitare i sentimenti primordiali dell’uomo attraverso le difficoltà e le ingiurie di un’epoca difficile (Bergman, Tolkien); come ambientazione romantica tipica ottocentesca; come ricettacolo di filosofia e filologia; come lotta sociale contro il dominio straniero (Scott); come strumento di spinta per la rinascita e la rivincita di una Nazione in cerca di identità (Carducci); come caleidoscopio vivente in grado di trascendere gli studi basati su una visione unica e omogenea del periodo; come culto di un sapere antico che riguarda il misticismo ebraico e arabo; come paura per quello che verrà.
Una paura che ancora oggi ci portiamo dietro e che ci attanaglia, nonostante i secoli che ci dividono da quello che più di tutti è stato l’incubo di un mondo che si affacciava a un nuovo millennio.

Come abbiamo già visto, il Medioevo è stato fonte di ispirazione per numerosi registi e scrittori, proprio perché esistono molteplici medioevi da cui attingere e ognuno può scegliere quello più idoneo per raccontare la propria storia.
Il Medioevo quindi ci accompagna ancora oggi non solo perché discendiamo direttamente da quella forma mentis, ma anche perché lo riviviamo continuamente attraverso opere dal valore inestimabile, che siano esse scritte o visive.
Passando da Enrico V (1989), Robin Hood (1973), Amleto (1991), Giovanna D’Arco (1999) o il più recente King Arthur (2017) di Guy Ritchie, il cinema ci ha regalato da sempre splendidi film che hanno contribuito a comporre l’immaginario collettivo odierno del Medioevo. Grazie all’ascesa ma soprattutto a un’attenzione (a causa di un turnover da capogiro) sempre maggiore per il cinema, possiamo non solo rivivere il Medioevo (come succede quando si legge un libro o un saggio), ma vederlo risplendere con i nostri occhi. I costumi, le scenografie e gli effetti speciali hanno raggiunto con il cinema contemporaneo un climax che non avrà mai fine ma sarà destinato a salire sempre di più, aiutandoci a ricostruire un’immagine più realistica possibile di qualsiasi epoca, inclusa quella medioevale.
Ci sono stati perfino film che non si sono limitati a riprodurre un quadro specifico, ma che hanno rimescolato le carte dei generi unendo passato e presente, storico e contemporaneo. Si tratta per esempio de I visitatori, del 1993 diretto da Jean-Marie Poiré. La storia è ambientata in Francia nel 1123 sotto la monarchia del re Luigi VI. Il protagonista, Goffredo de Montmirail, insieme al suo fido scudiero Jean Cojon, nel tentativo di tornare indietro nel tempo per salvare la vita di un uomo finiscono catapultati nella Francia del 1992. Questo porterà a una serie di episodi comici fatti di equivoci, ma anche fortemente critici della società moderna. Il castello di Goffredo, per esempio, si trasforma in un hotel di lusso, simbolo del consumismo che nella sua marcia inarrestabile non ha risparmiato neanche i luoghi più antichi. Il film, che verte sul genere della commedia, lascia spazio a una serie di gag che, oltre a essere parodistiche, ci mostrano la perplessità e la diffidenza che avrebbero due uomini del Medioevo se vedessero i mutamenti non sempre positivi che ha subito la società. Il pubblico è costretto a cambiare punto di vista per immedesimarsi nei personaggi e osservare il mondo con altri occhi, riuscendo a distaccarsi dall’età contemporanea e sviluppando quasi un legame affettivo e nostalgico con un periodo lontano anni luce.

E a proposito di rivisitazioni, non si può non citare il caso più emblematico nella storia del cinema e della televisione che ha fatto appassionare il mondo intero al Medioevo, o, per meglio dire, allo stampo medievale: Game of Thrones, conosciuto anche come Il Trono di Spade.
Nella famosissima e pluripremiata serie HBO, il Medioevo è il palcoscenico dove si svolgono tutte le vicende legate alla serie. Bisogna ammettere, però, che non tutti sono d’accordo nell’associare il Medioevo all’iconica serie: alcuni storici, infatti, di formazione più classica, si sono dimostrati restii nel prendere come modello di Medioevo l’esempio sopracitato. L’accusa è quella di non rappresentare il vero Medioevo, ma di averlo usato, anzi, sfruttato, come mero recipiente dove ambientare una storia basata sul potere. I promotori della serie, invece, hanno replicato dicendo che questa deve essere letta attraverso la nozione di “medievalismo”, cioè la rappresentazione e la percezione post-medievale dell’idea di Medioevo, non del Medioevo stesso. Sarebbe questo, a loro detta, l’approccio migliore verso una serie che, a prescindere dai dibattiti, resta una delle migliori che siano mai state realizzate.
L’autore della serie di libri da cui è tratta la serie, George R.R. Martin, ha ammesso più volte di essersi ispirato a fatti storici realmente accaduti. Le analogie, infatti, non sono così più difficili da trovare (come la Barriera, paragonata da lui stesso al vallo di Adriano). Rimane solo da chiedersi a quale tipo di medioevo si sia ispirato Martin, ma la risposta non è difficile: l’autore, così come il resto della società, è cresciuto con l’idea medievale presente in opere come Il Signore degli Anelli e La Spada nella Roccia, presentando quindi a sua volta un modello di medioevo cavalleresco fatto di spade, gloria e potere.
Ma questi non sono gli unici riferimenti su cui è basato Il Trono di Spade: l’operazione di Martin, infatti, è stata molto più complessa e ingegnosa. Egli si è fatto carico di un modello già esistente e familiare alla massa per poi distruggerlo in mille pezzi. Perché nel Medioevo di Martin non vincono sempre gli eroi. Anzi, quasi mai. Il Medioevo di Martin è crudo e realista, mostrando scene di uccisioni violente e barbariche; la supremazia degli ignobili e la sconfitta dei più deboli; la crudeltà e l’efferatezza dell’uomo in ogni sua forma, senza censura, in linea con l’etica del periodo.

Paradossalmente, l’unico tema accennato ma mai veramente affrontato in GoT (almeno nella serie) è proprio la religione, il cardine del Medioevo.
Questa spasmodica ricerca della fede, del Graal, di Dio, infatti, è una costante che, attraverso i secoli, nonostante abbia ridotto le dimensioni del suo potere, ci accompagna ancora oggi. È inevitabile: l’uomo non riesce a sfuggire all’idea di Dio, all’idea di un rifugio ancestrale dove trovare salvezza eterna. I pericoli, le tentazioni, le ossessioni e le paure dell’uomo sono troppe ma soprattutto troppo grandi per permettersi di viaggiare da soli nel cammino della vita. È così che nasce la fede: “la religione è l’oppio dei popoli”, diceva Marx. Una citazione tanto inflazionata quanto autentica. Ma dopotutto è questa la forza che esercita la religione: essa è in grado di attrarre a sé tutti quelli alla ricerca di una strada, di una speranza, di un senso. La religione è il porto sicuro dove attraccare sempre quando c’è una tempesta, o dove riposarsi in attesa che si calmino le acque. Allora perché, nonostante la mia piena convinzione che il Graal non esiste, sento il bisogno urgente di partire per andare a cercarlo?
Perché in un mondo dove il materialismo, il consumismo e il pragmatismo assumono sempre di più un ruolo chiave nella filosofia di vita quotidiana, cercare la fede può aiutare a ritrovare quel legame profondo e spirituale che solo il mondo delle idee, quello invisibile, riesce a dare.
Cercare il Graal non significa cercare Dio, perché il Graal è già Dio, ma un dio che esiste dentro ognuno di noi.
Partire per un’avventura, quindi, non significa altro che mettersi in contatto con quella parte di noi più difficile da capire; quella parte di noi aggrappata a un momento atavico che fingiamo di non vedere. Sono le prove, gli ostacoli, le difficoltà ad aiutarci a trovare noi stessi, e solo per questo bisogna partire. Che sia un tesoro, un’idea, un’illusione, una ricchezza o una risposta, il Graal continuerà ad affascinare generazioni e generazioni, proprio per le molteplici facce che ha.
Noi ci muoviamo alla ricerca del Graal ogni giorno senza accorgercene. Intraprendiamo migliaia di viaggi, continuando a perderlo solo per ritrovarlo. Non ci arrestiamo mai.
D’altronde, è sempre la solita storia: perché un viaggio cominci, un vecchio viaggio deve finire.

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