La redazione ha decretato: i 10 migliori film del 2019

Con questa classifica si chiude la settimana di anteprima del blog, che riaprirà ufficialmente a gennaio. La redazione di Bad Things Happen vi augura buone feste e buon anno nuovo, sperando che il 2020 faccia un po’ meno schifo del 2019. 
Nel frattempo, godetevi la lista definitiva del blog sui migliori film dell’anno, il risultato di un duro lavoro di incroci e punteggi; a seguire, invece, troverete quelle personali.
Buona lettura, e se non avete ancora visto questi film… che cazzo state aspettando?

10. martin eden – pietro marcello

9. atlantique – Mati Diop

8. i morti non muoiono – jim jarmusch

7. la mafia non è più quella di una volta – franco maresco

6. dolor y gloria – pedro almodóvar

5. midsommar – ari aster

4. joker – todd phillips

3. c’era una volta a… hollywood – quentin tarantino

2. a marriage story – Noah Baumbach

1. parasite – Bong Joon-ho

FILIPPO MARCONI

  1. Parasite – Bong Joon-ho
    Il vero e unico capolavoro dell’anno: Parasite di Bong Joon-ho sarà ricordato come il film del 2019, talmente vicino alla perfezione cinematografica da fare già scuola. Perché tutto in Parasite funziona esattamente come dovrebbe funzionare: dalla sceneggiatura alla recitazione, dalla fotografia alla regia, dal montaggio alla scenografia, ogni elemento è fondamentale. Tutto si muove come un’enorme orchestra in cui gli strumenti danno vita allo spettacolo più bello del mondo, ovvero l’arte di raccontare storie, storie in cui ognuno di noi si può rispecchiare a prescindere dal colore della pelle. E Parasite riesce nell’impresa: trovare la chiave per una storia universale che parla di una famiglia, sì, ma anche dell’umanità stessa. 
  2. C’era una volta… a Hollywood – Quentin Tarantino
    Rivalutato con il tempo, Tarantino si merita il secondo posto nella classifica per aver girato uno dei film più fuori di testa dell’anno… ma non nel solito senso tarantiniano. Al contrario: perché è chiaro che non si può giudicare se non si considera la carriera del regista, ed è proprio nel contesto che C’era una volta… a Hollywood trova la sua legittimazione e artisticità. Perché Tarantino si diverte ancora al suo nono film come se fosse al primo, ma senza dimenticarsi mai di restituire al cinema tutto quello che il cinema gli ha dato, dimostrando al tempo stesso di essere cresciuto e di saper ragionare con il cinema in modo diverso.
  3. A Marriage Story – Noah Baumbach
    Netflix sale sul podio con A Marriage Story, inaspettato dramma romantico che evade dai soliti schemi produttivi dell’OTT. Adam Driver e Scarlett Johansson tirano le redini di un film emotivamente spiazzante, che stupisce per la sua intensità e che rende giustizia e omaggio alla tradizione storica del cinema di stampo teatrale. 
  4. Joker – Todd Phillips
    Uno dei film che è passato nel minor tempo possibile da “film più amato dell’anno” a “film più odiato dell’anno”, a causa del continuo chiacchierarne spostando troppo l’attenzione dal film al contesto. Eppure Joker presenta ancor oggi una delle interpretazioni e regie migliori di quest’anno, in grado di dare una spinta non indifferente al fenomeno cinecomics
  5. Midsommar – Ari Aster
    Il miglior horror del 2019, insieme a uno dei registi rivelazione degli ultimi anni. Ispirato a The Wicker Man, Midsommar ci trascina nel folklore svedese, e lo fa con una regia di tutto rispetto, illuminando perfino quegli angoli bui che spesso negli horror si preferisce lasciare bui.
  6. Us – Jordan Peele
    Un altro dei registi che ha risollevato il genere dall’oblio negli ultimi anni. Grande, provocatorio e sfacciatamente pretenzioso, Us utilizza l’horror come escamotage per toccare le ferite ancora aperte dell’America,  spezzando la tensione com’è solito fare Peele ma alzando ulteriormente l’asticella rispetto a Get Out.
  7. Dolor Y Gloria – Pedro Almodóvar
    Nel 2019 almeno tre registi hanno lasciato il proprio testamento cinematografico. Tra questi, c’è sicuramente Almodóvar, che con Dolor Y Gloria confeziona il suo film più intimo, in cui far confluire anni e anni di carriera, in un’ode immenso al cinema e all’amore. 
  8. I morti non muoiono – Jim Jarmush
    Quando riesci a omaggiare uno dei più grandi maestri dell’horror facendo allo stesso tempo una parodia con un cast eccezionale in cui l’unica differenza tra i personaggi e gli zombie è che i primi parlano. Jim Jarmush torna alla ribalta con uno dei più grandi film di sempre che fanno della citazione un genere.  
  9. La mafia non è più quella di una volta – Franco Maresco
    Unico titolo italiano in lista. Maresco è tornato più in forma che mai, con un documentario a cavallo tra realtà e finzione in cui si interroga sull’omertà e sull’eredità quasi nostalgica che ha lasciato la mafia in Sicilia. Tra scenari grotteschi e cantanti neo-melodici, una splendida Letizia Battaglia ci accompagna tra le strade di Palermo.
  10. Hail Satan? – Penny Lane
    Un documentario incredibilmente interessante (qui la recensione completa per il sito di Shiva Produzioni) sul Satanic Temple, un movimento rivoluzionario che si ispira alla figura di Satana per sovvertire qualsiasi ordine di potere religioso, politico, sessuale, culturale, ecc… 

BENEDETTA VICANOLO

  1. Parasite – Bong Joon-ho
    Dopo aver visto il film nessuno è riuscito più a equipararlo, perché Parasite dovrebbe essere uno di quei risultati di Google quando si cerca “film che ti cambiano la vita”. Bellissimo, intenso e senza indugi il migliore di questa stagione. Parasite è una chicca del nostro tempo e ‎Bong Joon-ho si fa cicerone di uno sguardo attento, intelligente, ironico, critico e fa lo sgambetto a facili moralismi e altrettanto facili compassioni. Poetico e severo, Parasite è un connubio perfetto di un attento studio di sceneggiatura, regia, montaggio, fotografia e colonna sonora. Bong Joon-ho pone un punto oltre il quale lascia la speranza per un futuro migliore, per i suoi personaggi e anche per noi, a cui non resta altro che aspettare il prossimo film.
  2. A Marriage Story – Noah Baumbach
    Il mio personale Leone d’Oro del festival del cinema di Venezia. La sceneggiatura è scandita come veri e propri atti teatrali con lunghissime scene in cui i protagonisti ci riempiono la testa con parole, parole e parole, i movimenti di macchina sono fermi e decisi, ma anche molto fluidi e riescono a dare l’impressione che siamo noi stessi a guidare lo sguardo. Il film racconta la fine di una storia d’amore senza sdolcinature. I protagonisti sono segnati dall’incapacità di comunicare tra loro e il regista fornisce un quadro estremamente intimo che restituisce a tutti i personaggi motivazioni e dignità. Baumbach ci insegna che a volte l’amore non è abbastanza, che non può essere l’unica motivazione a tenere insieme due persone che, pur continuando ad amarsi, devono prendere direzioni diverse.
  3. Midsommar – Ari Aster
    Midsommar si merita un posto su questo podio, ma sono sicura che nel tempo il regista saprà regalarci altre grandi soddisfazioni. Il film ribalta il genere a cui appartiene e ridefinisce l’horror dentro coordinate tutte sue. Aster permea con la sua firma tutte le sfaccettature del suo lavoro e ci racconta la morte e la rinascita, l’Io, il Noi e il Voi fino a confondere totalmente i sottili confini che possono delinearli. È una piccola (neanche troppo) opera d’arte che, uscita al cinema, incappa in questo scomodo e immeritevole detto: “dare le perle ai porci”. Caro Ari, vorrei dirti che capiranno, non oggi né domani, ma capiranno, e pagheranno care le risate in sala, sintomo solo di un’ignobile ignoranza.
  4. Rare Beasts – Billie Piper
    Non so quando e se Rare Beasts uscirà in Italia, ma so con certezza che se riuscisse ad arrivare a un pubblico molto vasto porterebbe con sé una tempesta di polemiche. Il film racconta una storia femminista di una donna che femminista lo è, ma non nel modo in cui una femminista la vorrebbe. Billie Piper delinea perfettamente le nevrosi di una donna comune, dilaniata dalle pressioni di un mondo spaccato a metà, che vede o il grigio o il nero, che non vede sfumature e pretende delle posizioni. Mandy (interpretata da Billie stessa) è severa ed estremamente critica con se stessa e con il mondo, al punto tale da confondere le colpe e le responsabilità e nella corsa alla loro chiarificazione si dimentica di seguire l’unica cosa che conta: la bussola della sua felicità.
  5. Joker – Todd Phillips
    Uscita dalla prima proiezione non mi aveva scompigliato i capelli né fatto male allo stomaco. Illesa sono entrata in sala e illesa ne sono uscita. Il film rimane un prodotto ben confezionato con una prestazione attoriale fuori da ogni umana concezione di bravura: Joaquin Phoenix buca lo schermo e conduce un macabro, inquietante e dolce valzer verso i lati più oscuri e solitari dell’esistenza di un individuo schiacciato da una metropoli senza umanità. Uno dei migliori prodotti dell’anno? Sì, basta non cadere in semplicistiche esaltazioni e fanatismi (tipici di un qualsiasi spettatore di Checco Zalone) né in facili snobismi (stupidi e inconsistenti). State tutte molto calme.
  6. I morti non muoiono – Jim Jarmusch
    Jim Jarmusch, uno dei miei registi preferiti, è riuscito a districarsi in uno dei generi che odio di più: ovviamente mi ha conquistata. Il film racconta un’apocalisse zombie in cui a far paura sono i vivi. Devo ammettere che il cast ha aggiunto sicuramente una marcia in più, ma il regista delinea magistralmente una storia dalla battuta facile nella quale però da ridere c’è ben poco: si tratta di un’ironia che lascia trapelare una disfatta morale, individuale e collettiva. I morti non muoiono è una prepotente e feroce critica sociale. Jarmusch non lascia scampo a nessuno, tutti a prescindere dalle motivazioni siamo giudicati colpevoli, vittime di noi stessi e dei vizi a cui ci siamo voluti piegare.
  7. Il sindaco del rione Sanità – Mario Martone
    Il sindaco di Martone dibatte (nel senso letterale del termine) per tenere saldi i fragili, anzi, fragilissimi fili delle relazioni interpersonali. Antonio Barracano si fa autore super partes di racconti che non lo riguardano, al quale viene chiesto di mettere un punto. Con grande abilità Martone ribalta il concetto di giustizia, ridefinendo i labili confini del giusto e dello sbagliato. Il film tiene incollati allo schermo con le sue battute incalzanti che ci raccontano l’Italia da un altro punto di vista. Antonio (interpretato dal bravissimo Francesco Di Leva) ci spiega dei principi giuridicamente sbagliati e socialmente inaccettabili, ma allo stesso tempo ci informa riguardo l’importanza della loro esistenza al fine di evitare l’avvento di tragedie più grandi. Noi, figli del nostro tempo, spero non capiremo né accetteremo mai la morale di Antonio, anche se d’altra parte ci ricorda che i grandi uomini a volte fanno scelte sbagliate e coraggiose e lavorano al fine di rendere una famiglia, una strada, un quartiere, una città, uno Stato, il mondo un posto migliore per tutti.
  8. Psichosia – Marie Grahtø Sørensen
    Marie Grahtø Sørensen (sceneggiatrice e regista del film) racconta il suicidio e utilizza un leitmotiv già visto e già sentito, ma fa arrivare dritto allo stomaco il fortissimo messaggio. Sono tante le motivazioni per cui Psichosia merita questa classifica, come la velata (neanche tanto) critica alla morale cattolica, ma il film colpisce soprattutto perché, più che una storia di suicidio, riesce a raccontare un riscatto dalla vita e quindi anche dalla morte. Sørensen esorcizza la morte sconfiggendola con la morte stessa e regala a tutti quelli che dalla morte sono stati vinti una giusta redenzione. La regista è attenta ai particolari, ai dettagli e disegna un mondo sempre più asfissiante e claustrofobico. Il valore aggiunto del film sta nel rivelare e mostrare molta più luce e speranza di quanto stereotipi e pregiudizi legati all’argomento potrebbero oscurare.
  9. Atlantique – Mati Diop
    Il mare impetuoso domina lo schermo, si fa speranza e dissoluzione della stessa. È lo sfondo di una storia d’amore, ma sarebbe troppo semplicistico definire in questo modo Atlantique. L’opera di Mati Diop accarezza il cuore, in bilico tra onirismo e critica politica. Di quel mare risalta la dicotomia tra vita e morte, speranza e minaccia. Di quei morti in mare, di cui siamo responsabili, vediamo l’apprensione, la mancanza e anche l’amore verso chi non tornerà più. Diop lascia liberi i sentimenti di esprimersi, finalmente protagonisti, a prescindere dai discorsoni politici, della più grande tragedia del nostro tempo.
  10. Light of my life – Casey Affleck
    Ho sicuramente visto film più belli rispetto a “Light of my life”, fatti meglio e con un messaggio molto chiaro rispetto al film di Casey Affleck. Io ho provato a vederne altri, a scrivere qualcosa su “Corpus Christi” o “Un giorno di pioggia a New York” oppure “Il traditore”, che sono film molto più validi di questo. Eppure in modo assolutamente irrazionale mi ritrovo a scrivere del mondo post-pandemia immaginato da Affleck, nel quale le poche donne sopravvissute vivono in bunker isolate dal resto degli uomini. Il protagonista intraprende un viaggio verso un posto che sua figlia potrà chiamare casa. “Safe place” si sente dire spesso nel film e la sicurezza, quella ragazzina agli inizi dell’età adolescenziali, dovrà faticarla, soprattutto perché quello che si ritrova ad affrontare è un mondo in cui essere donne e libere significa essere prede facili di un branco di uomini soli e abbandonati a loro stessi, trasformati in null’altro che bestie. Affleck riesce a rappresentare un quadro personale, introspettivo e difficile del delicato rapporto tra un padre e una figlia. Anche se alcune cose fanno storcere il naso (soprattutto ricollegate al curriculum non proprio lindo di Casey), il film mi ha completamente travolta ed emozionata per la delicatezza con cui ha trattato questa “avventura d’amore”.

AURORA ABRUZZESE

  1. Parasite – Bong Joon-ho
    Parasite di Bong Joon–ho è la punta di diamante dei film usciti quest’anno. Perfetto ed efficace sotto tutti i punti di vista. Un dramma familiare portato alle estreme conseguenze dove la povertà e il desiderio di rivalsa diventano il motore per una storia accattivante, pungente e intelligente. Un film scritto e diretto in maniera eccellente. Una perla della cinematografia sud coreana e mondiale.
  2. Toy Story 4 – Josh Cooley
    Il delicato epilogo della saga di Toy Story chiude in bellezza una colonna portante degli universi narrativi della Disney Pixar. Il lungometraggio, infatti, è in grado, grazie agli indimenticabili personaggi e all’atmosfera calda e familiare, di riportare lo spettatore indietro nel tempo, sorprendendolo, allo stesso tempo, con nuovi personaggi, spunti sinceramente divertenti, una raffinata riflessione sulla paura umana dell’oblio e (perché no!) anche alcune note tipicamente femministe.
  3. Il Primo Re – Matteo Rovere
    Per rappresentare il mito di fondazione di Roma c’è bisogno di una buona dose di ambizione. Ed è proprio l’ambizione a guidare il regista Matteo Rovere, nella scelta di riprendere esclusivamente in esterna e di una sceneggiatura in proto–latino per far sì che il suo racconto sulle origini dell’Urbe sia feroce, brutale, sincero. In una sola parola: epico.
  4. Corpus Christi – Jan Komasa
    Un ex carcerato fugge dalla prigione in cui è tenuto e si rifugia in una vecchia parrocchia di campagna. Qui, per uno strano caso del destino, si ritrova a ricoprire il ruolo del parroco e a spacciarsi per esso. Un dramma duro e violento ma allo stesso tempo dolce e raffinato che porta in scena, con successo,  il conflitto fra verità e finzione, giusto e sbagliato.
  5. Joker di Todd Phillips
    Il vincitore del Leone d’Oro alla 76esima Mostra del cinema di Venezia non ha bisogno di troppe presentazioni. Il Joker di Phillips è letteralmente estrapolato dalla saga di Batman ed è presentato come un reietto, un outsider di una società violenta e sanguinaria che incorpora quella stessa violenza e quella stessa sete di sangue. Ovviamente, onore al merito a Joaquin Phoenix che, con questa performance attoriale, si è guadagnato, insieme a Jack Nicholson e Heath Ledger, un posto nella Santissima Trinità.
  6. La mafia non è più quella di una volta – Franco Maresco
    Con l’aiuto della fotografa Letizia Battaglia, Franco Maresco si cimenta in un’inchiesta di denuncia all’omertà palermitana e alla strumentalizzazione mediatica della memoria di Falcone e Borsellino. Il documentario è coraggioso, cinico, pungente e provocatorio: nessuno si salva per Maresco. Forse, nemmeno Mattarella.
  7. A Marriage Story di Noah Baumbach
    Nel suo nuovo film, Noah Baumbach decide di rappresentare la fine di un matrimonio. Oltre all’incredibile bravura di Adam Driver e Scarlett Johansson (indubbiamente due jolly della Hollywood contemporanea) e ad una regia essenziale ed efficace, l’aspetto più entusiasmante del film è la precisione geometrica della sceneggiatura: il film ondeggia come un’altalena fra lui e lei per poi lasciare, quando il vento termina di soffiare, lo spettatore al centro, lasciandogli godere un senso di pace.
  8. The King – David Michôd
    Nel mettere in scena l’Enrico V di Shakespeare, il regista David Michôd propone un taglio innovativo e, allo stesso tempo, potente, senza trascurare tutti i conflitti tragici dell’opera originale. La scelta del volto sbarbato quasi bambino di Timothy Chalamet per interpretare il re d’Inghilterra risulta particolarmente efficace nel rappresentare il passaggio da una vita giovane e deresponsabilizzata ad una esattamente speculare.
  9. C’era una volta… a Hollywood – Quentin Tarantino
    Non è semplice parlare del 9^ film di Tarantino, soprattutto quando si hanno a disposizione poche righe. Questo perché Once upon a time…in Hollywood non è solo una storia ma parla anche di Storia. E non si limita a parlare di Storia in generale ma si offre come un omaggio alla Storia del Cinema. Con una sceneggiatura accattivante (in cui non mancano citazioni alle opere precedenti del regista), il film trasporta lo spettatore nella Hollywood dei grandi e dei piccoli, vista con uno sguardo ammaliato e contemplativo. C’è solo un problema: nel subire il fascino del citazionismo, il film rischia, lungo lo svolgimento, di diventare una pellicola per soli cinefili, perdendo quel respiro universale e catartico che esplode nel finale.
  10. Martin Eden – Pietro Marcello
    Tratto dal romanzo di Jack London, Martin Eden di Pietro Marcello è un inno alla sete di sapere, alla resilienza ai limiti e al rovesciamento dei ruoli sociali. Una storia letteralmente senza tempo e fuori dal tempo ma che, allo stesso modo, è scandita dal suo trascorrere. La stessa sorte tocca anche al protagonista, che dall’entusiasmo giovanile ricade nel pessimismo cinico della maturità. Anche qui, una menzione speciale per il Baudelaire del cinema italiano, Luca Marinelli, che si aggiudica (con grande rammarico di Phoenix) la Coppa Volpi per la Miglior interpretazione maschile al Festival del cinema di Venezia.

GIACOMO TRAMONTANA

  1. PARIMERITO
    Parasite – Bong Joon-ho
    Perché come molto cinema sudcoreano riesce a percularti per la prima ora del film con una cosa che sembra… un dramma? Una commedia? Ma poi (semi-spoiler) ha un plot-twist clamoroso e ti tiene incollato alla poltrona fino alla fine.
    C’era una volta… a Hollywood – Quentin Tarantino
    Perché indaga in profondità su cosa è e cosa può essere lo strumento cinematografico nel suo complesso. Se fosse l’ultimo film di Tarantino sarebbe un bellissimo lascito.
  2. Dolor y Gloria – Pedro Almodóvar
    Perché mi mancava un Almodóvar così. No, non è come per Woody Allen, di cui ogni anno viene annunciato un grande ritorno. Almodóvar sembra avere ancora una grande lucidità e sembra ancora in grado di raccontare storie poetiche con incursioni da telenovela.  
  3. Blanco en Blanco – Theo Court
    Un film di Theo Court, regista che ho scoperto quest’anno a Venezia. È un film che spinge molto sulla potenza dell’immagine cinematografica, quindi sulla fotografia e sulla luce. Il maggior pregio è proprio che il film non rimane ancorato a una mera ricerca estetica, ma riesce a indagare alcuni aspetti dell’animo umano raccontando la storia di un genocidio.
  4. A Marriage Story – Noah Baumbach
    Perché racconta una storia in cui molti si possono rivedere, ma senza mai scadere nel banale; la sceneggiatura, infatti, fa da padrona. Grazie anche a un tipo di montaggio coinvolgente che ci fa immergere in un tipo di realtà teatrale, il film risulta avere una grande carica emotiva. Ho pianto tre volte (non so che ho scritto, il succo è che mi è piaciuto più del previsto).
  5. La mafia non è più quella di una volta – Franco Maresco
    Perché fino alla fine non ho capito se si trattasse di un film di finzione, un documentario o un mockumentary. Poi, quando ho realizzato che quasi tutto ciò che accadeva era vero, ho realizzato in che paese di MERDA (dove si mettono gli asterischi?) viviamo.
  6. Babyteeth – Shannon Murphy
    Perché è il primo film bello che ho visto a Venezia dopo una valanga di roba nonsense. È un bel teen-drama con impianto teatrale. Ho riso, ho quasi pianto (ma stavo in sala, mai riuscito veramente a piangere in sala).
  7. Atlantique – Mati Diop
    Perché è qualcosa di veramente fresco e innovativo. Un cinema che parla un’altra lingua. Non so cosa mi abbia colpito in particolare, ma c’è qualcosa tra le immagini ripetute dell’oceano e le parole affidate alla protagonista che mi hanno trasmesso una grande carica poetica.
  8. Midsommar – Ari Aster
    Perché è un horror come non ne vedevo da tempo. L’esordio del regista non mi aveva entusiasmato (Hereditary), ma qui mi sono dovuto ricredere. Sì, il film è pieno di cliché dei film horror (ma quale film horror non ne ha?), eppure la piega allucinata che prende e che porta avanti con dedizione fino alla fine ti fa uscire dalla sala con un senso di straniamento che non provavo da anni.
  9. Ema – Pablo Larraín
    Perché, nonostante non mi abbia convinto a pieno, ritengo che sia un film molto audace. Ed è audace proprio per le scelte registiche che fa: la patina ricorrente da videoclip e un inizio mozzafiato lo rendono un “dramma godibile”. Queste stesse scelte sono ciò che lo rende comunque molto criticabile; ma apprezzerò sempre di più un visibile sforzo artistico che una cosa che segue standard predefiniti.
  10. Joker – Todd Phillips
    Perché mi era piaciuto moltissimo. Quando l’ho visto a Venezia ne ero rimasto entusiasta. Avevo trovato dei riferimenti alla letteratura dell’800 e molti altri film che mi avevano estasiato. Poi l’hype che si è generato intorno al film ha cominciato a farmi riflettere e dopo una serie di discussioni con i miei amici sono giunto alla conclusione che è un bellissimo prodotto. Sì, è un bellissimo Prodotto, bello infiocchettato, senza sbavature. Come può non piacerti? Anche questa è arte, ma non è l’arte “coraggiosa” che mi rimane nel cuore.

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