I 10 film peggiori del 2019

Ecco l’ultima classifica prima di passare ai “10 film migliori dell’anno” scelti per voi dalla redazione del blog: un piccolo riassunto di quelli che sono stati i casi cinematografici più pietosi dell’anno, per un motivo o un altro.
Perché ricordate, gente: il trash è bello, ma solo se genuino

10. Il CARDELLINO – John Crowley

Il Cardellino, tratto dal best-seller di Donna Tartt che ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2014, è in questa classifica non perché sia un film tremendamente brutto, ma perché risulta uno schifo per tutto il potenziale che aveva e per quello che “poteva essere ma non è stato”. Perché il film diretto da John Crowley e in parte prodotto da Amazon Prime Studios è pulito, diretto bene, recitato alla grande… ma finisce per essere solo un opaco esercizio stilistico senza cuore, che non racconta niente dopo due ore e mezzo se non una morale banale e stantia. Non è difficile capire i motivi per cui è stato uno dei peggiori incassi dell’anno.

9. MAPPLETHORPE – Ondi Timoner

Visto l’anno scorso al Gender Bender Festival di Bologna, Mapplethorpe, di Ondi Timoner, è stato distribuito solo quest’anno nelle sale americane, e giustamente non si è salvato dalle grinfie dei critici. Dopo averlo stroncato sul sito di Shiva Produzioni (qui per leggere la recensione completa), rimane poco altro da dire, se non che questo film compare nella classifica come il precedente, ovvero per le “aspettative mancate”, soprattutto dal momento che un attore a tutto tondo come Matt Smith viene ingaggiato nella parte di Robert Mapplethorpe, suggerendo un ritratto intimo e artistico ma diventando niente di più che la trasposizione cinematografica di una rivista di gossip.

8. it 2 – Andrés Muschietti

Per quanto, tutto sommato, possa dire che il primo capitolo mi fosse piaciuto, uscito dalla sala dopo la visione di It II volevo subito i soldi indietro. Perché nonostante il compartimento tecnico regga il confronto con il precedente, non si può dire lo stesso per quanto riguarda la sceneggiatura, scritta da un branco di scimmie sotto lexotan che demolisce scena dopo scena tutto l’impegno del cast. Perché un conto è vedere e sentire battute ridicole che fuoriescono dalle bocche di un gruppo di ragazzini; un altro e vedere e sentire le stesse battute da un gruppo di adulti. Il risultato?  Trash che straborda da tutte le parti, rovinando anche le scene potenzialmente interessanti.

7. tutto il mio folle amore – gabriele salvatores

Visto quest’anno al Festival del Cinema di Venezia, sono uscito dalla sala dopo circa un’ora per il vomito che mi stava salendo. Che Salvatores non sia certo uno dei migliori registi italiani lo avevamo già capito da quell’aborto mancato de Il Ragazzo Invisibile, eppure pensavo che da un libro non sarebbe stato così difficile ricavare un film decente. Invece Tutto Il Mio Folle Amore è tutto tranne che un film decente: imbarazzante, ridondante, stupido. Non si salva niente, se non, forse, la regia, che deve riparare laddove sceneggiatura e recitazione non arrivano. Ma rimane comunque un disastro. 

6. escape room – Adam Robitel

Uno degli horror più imbarazzanti dell’anno, che prova miseramente a ricalcare lo stile di Saw – L’Enigmista e Final Destination ma che fallisce miseramente come un buco nell’acqua e non lascia niente intorno a sé a parte disagio. Poche scene si salvano (nella prospettiva di una visione goliardica il sabato sera tra amici), ma, arrivati alla fine, tutti gli sforzi fatti per salvarlo dalla categoria “film di merda che non rivedrei neanche per farmi una risata” risultano vani, grazie a uno dei finali più ridicoli dell’anno.

5. captain marvel – Anna Boden e Ryan Fleck

Quando nemmeno guardare un film della Marvel con l’aiuto di sostanze stupefacenti porta a divertirsi, allora vuol dire che c’è un problema. E in Captain Marvel ce ne sono tanti, di problemi, a partire dalla sceneggiatura: un concentrato di vuoto cosmico a cui con fatica si riesce a stare dietro. I momenti comici sono farciti con battute adolescenziali, e quelli d’azione riescono a essere quasi più patetici dei dialoghi. Insomma, non si salva niente, soprattutto se consideriamo il tentativo pietoso di fare a tutti i costi un film femminista che di femminista ha solo il genere della protagonista

4. x-men: dark phoenix – Simon Kinberg

Nessuno pensava che un nuovo film sugli X-Men sarebbe potuto essere peggio di X-Men: Apocalypse, eppure Dark Phoenix riesce a stupire davvero per la sua bruttezza, servendosi da solo sul piatto dei film peggiori dell’anno. Dopo un primo trailer ghiotto e l’annuncio di un cast stellare, il gioco – apparentemente – era fatto. Perché ce ne vuole, per scrivere un film così idiota; e ce ne vuole anche per fare un film sugli X-Men più noioso di una partita di calcio. Eppure Dark Phoenix è questo e anche di più.

3. paradise hills – Alice Waddington

La mia coinquilina era talmente incazzata dopo aver visto questo film che è andata subito sull’app di IMDB e ha abbassato il voto a tutti i film. Perché la rabbia e l’indignazione sono talmente grandi, alla fine del film, che una bestemmia non basta. Come non basta allestire una scenografia a cavallo tra il gotico e il new-wave-post-kawaii-future condendo le scene con effetti grafici che farebbero bagnare solo un fan di Sofia Coppola, per fare un film. Perché la sceneggiatura dove la lasciamo, mannaggia alla miseria? EH? E soprattutto dove lasciamo gli altri ottocento film usciti negli ultimi anni con la stessa trama e lo stesso finale? In cantina, immagino. Insieme a tutti gli altri che la regista ha snobbato perché palesemente ignara di tutto quello che è uscito al cinema da quando la gente ha capito che il treno dei fratelli Lumière non li avrebbe investiti. Fa incazzare, sì, perché che la regista abbia del potenziale si intuisce, ma io vorrei davvero chiederle se ha  vissuto tutta la sua vita in una grotta, e soprattutto perché ha dovuto chiamare come protagonista una delle attrici più insopportabili del cinema e della televisione (Emma Roberts) che a stento ormai risulta credibile anche quando fa l’unico ruolo che le riesce bene (quello della sassy bitch).

2. velvet buzzsaw – Dan Gilroy

Bestemmie d’argento per il film peggiore dell’anno prodotto da Netflix, che ci ha regalato a febbraio questo capolavoro del nonsense, del trash, del vuoto più assoluto, in grado di mettere d’accordo anche chi di solito non la pensa uguale su niente. Perché sono poche le parole che si possono sprecare per un film del genere, carico di aspettative dal momento in cui Netflix ingaggia addirittura Jake Gyllenhaal e prova a mettere su una storia sul mondo dell’arte che però non va da nessuna parte, non parla di niente, non fa paura quando vuole mettere paura e non fa ridere quando vuole far ridere. Nessuno ha capito il senso di questo film né di quello che voleva comunicare il regista. Un caso veramente pietoso, da dimenticare, da lobotomia istantanea o da sostituire immediatamente con un cinepanettone, dove rutti e scorregge acquistano più logica di sproloqui sull’arte e sulla vita. 

1. chiara ferragni: unposted – elisa amoruso

Medaglia d’oro per Chiara Ferragni e Elisa Amoruso, che insieme danno vita alla pellicola più atroce e abominevole dell’anno. Ma chiariamoci: il film non è girato o montato male. Anzi, è talmente ben confezionato e intriso di una patina naïf che le ragioni per cui Chiara Ferragni – Unposted vince la classifica sono da ricercare non solo nel film, ma intorno al film, poiché, tanto per cominciare, non riesce neanche a mantenere le premesse del titolo, dal momento che mostra esattamente tutto quello che Chiara Ferragni mostra da sempre sui social. Per questo il film di Elisa Amoruso è al pari di una storia Instagram, solo che al posto di quindici secondi dura un’ora e mezza: perché oltre all’encomio gratuito dall’inizio alla fine, oltre ai discorsi inutili e sterili imbastiti intorno alla figura di Chiara, oltre al chiaro stampo femminista con cui è stato fatto che però crolla inesorabilmente dopo la prima scena, oltre all’antipatia connaturata della protagonista che pensa di riuscire a mettere su una maschera ogni volta credendosi più furba e intelligente di tutti, oltre alla solita retorica di una banalità disarmante del “se ce l’ho fatta io, ce la potete fare anche voi” che esplode come una piñata durante un compleanno messicano nel momento in cui tutti capiamo, grazie al film stesso, che se Chiara Ferragni “ce l’ha fatta” è stato proprio perché non era una noi di noi ma perché ha avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto, al momento giusto e con le persone giuste… oltre a tutta questa roba, oltre all’ipocrisia e alla frivolezza, oltre alla faccia tosta della regista che ha provato tutto il tempo durante il Q&A a giustificare il film tracciando un filo conduttore inesistente con i suoi precedenti lavori, ecco, oltre a tutto questo, si salva poco, davvero poco. Perché per chi la conosce, questo film è tempo sprecato. Mentre chi non la conosce alla fine del film si ritroverà con le idee ancora più confuse. E a quelli che invece pensano che Ferragni vada ammirata e stimata al di là della prospettiva di una giovane ragazza che è diventata l’imprenditrice digitale italiana per antonomasia grazie a un’idea fortuita, allora consiglio questo film. A loro, e a chi pensa a se stess* come alla “Chiara che vorrei”; a chi si commuove quando la vede piangere davanti alle telecamere; a chi pensa che abbia davvero qualcosa di profondo da dire; ma soprattutto a chi mi legge e ancora non mi crede quando dico che le parole che si sentono per tutto il film sono fiato sprecato usato solo per gonfiare l’ego narcisista e infinito di Chiara, la super-donna, colei che ha fondato il Nuovo Impero Romano d’Occidente saturo di fashion-blogger che ordinano cibo solo per fotografarlo e influencer che pretendono di pagare con i followers… Un impero a cui, francamente, mi riservo dall’augurare un futuro roseo, sperando al contrario che arrivi presto qualche Nerone a mettere fine a tutto questo dilagare di contenuti senza contenuto e senza dignità. 
Perché la verità è che essere stupidi non è mai stato tanto intelligente come oggi. 

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