L’estetizzazione della patologia: ‘Braid’ – recensione

Braid in inglese vuol dire “treccia” e il film rappresenta tre amiche, tre legami o tre streghe come tre ciocche che la compongono. Braid incrocia, o meglio evoca, o meglio si ispira deliberatamente alle ambientazioni che abbiamo visto in Funny Games di Michael Haneke o Ghostland di Pascal Laugier . Niente di nuovo, insomma, un film già visto. Braid però per fortuna ha carisma e la Peirone ne fa un prodotto ipnotico bello, scorrevole e senza intoppi.

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Opera prima della regista Mitzi Peirone e presentato al Tribeca Film Festival di New York, Braid è un film finanziato attraverso crowdfunding con criptovaluta. Mitzi si trasferisce da Torino agli Stati Uniti quando ha 19 anni, lavora come modella e fa le prime esperienze in ambito cinematografico. Attraverserà alcuni momenti che la segneranno particolarmente e da questi inizierà a scrivere la sceneggiatura di Braid. Un po’ lo si intuisce e la Peirone ci dimostra di non aver paura di mostrarsi con le sue debolezze e fragilità.

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Il film racconta la storia due ragazze, Tilda (Sarah Hay) e Petula (Imogen Waterhouse) che, costrette a fuggire dalla polizia, perdono il quantitativo di droga che serviva loro per ridare i soldi al minaccioso (ma fallace) spacciatore Coco. Per compensare il guadagno ormai perso decidono di derubare la loro amica d’infanzia Daphne (Madeline Brewer). L’impresa sembra veramente semplice e banale, perché le due criminali fanno leva sull’evidente disturbo psicologico dell’amica e iniziano un gioco buffo e infantile di ruoli e imitazioni. Tuttavia, le verità in Braid non si palesano così facilmente. Appena entrano in casa Tilda e Petula devono sottostare ad alcune regole, le stesse che scandiscono il film in tre capitoli: everyone must play (tutti devono giocare), no outsider allowed (non sono ammessi estranei) e nobody leaves (nessuno può andarsene).

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Andare avanti nella trama sarebbe spoilerare il film e tenderebbe a snaturarlo. Braid si caratterizza (anche) per gli ultimi colpi di scena, per quella consapevolezza che si interpone tra la poesia e la presa per il culo. Le immagini sono bellissime e di forte impatto, ma soprattutto giocano con lo spettatore: lo usano, lo sbattono e lo fanno impazzire. È come se la Peirone ci dicesse che per apprezzare il film noi stessi dobbiamo stare alle regole del gioco e ci trascina, attraverso la sua struttura ipnotica, fino a una deriva da cui non si tornare più indietro. Come un ragno che fila una ragnatela, quando da spettatore si prende consapevolezza di stare in trappola è ormai troppo tardi, perché il film ha giocato le sue carte. L’ossessione è ciò che caratterizza lo schema di questo gioco: per l’inquadratura perfetta, per l’utilizzo del grandangolo, per i colori pop, per i movimenti di macchina e per la regia talmente veloce da togliere il fiato. L’ossessione, i disturbi psichici, le illusioni, il tempo e le maschere sono tutti ingredienti che condiscono il film, ma ciò che in realtà risalta è la loro estetizzazione. È un’esteta, la Peirone, ma chi non lo è? Oggi Instagram è il capitale principale e criterio del nuovo ordinamento sociale. Il film fa da specchio a una società, o meglio, una generazione con un vuoto incolmabile. Le immagini e i movimenti di macchina tanto bruschi riflettono la paura, il terrore, oserei dire, di un mondo che abbiamo imparato a riconoscere come brutto, asfissiante, senza tempo e in cui l’unica via di fuga è la droga. Un mondo in cui la vita si consuma seguendo determinati standard di riferimento, e chi non rientra in questi schemi è inevitabilmente destinato a impazzire, come nel caso della donna che non può avere figli. Nella casa di Daphne, invece, nel gioco di Daphne, anzi, tutto è possibile. I ruoli non sono quelli stabiliti dal mondo fuori, ma è il mondo dentro a stabilire tutto ciò che puoi essere. Una donna diventa un uomo che si taglia la barba e una ragazza che non può avere figli diventa madre. Il film racconta una storia per poi perdersi nella deriva onirica nel finale, lasciandoci di fatto con un vasto complesso di idee da mettere in ordine. Braid gode di un cast eccezionale non per popolarità, ma per bravura, perché se la sceneggiatura si poneva fin dall’inizio come una minaccia, la scelta di brave attrici era necessaria.

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Quando ho finito di vedere il film ho pensato subito: è come se Il giardino delle vergini suicide fosse stato diretto da Refn o Lanthimos o Casanova o Lynch o Cronenberg (il primo Cronenberg) o Von Trier. La regista non si preoccupa di dimostrare con spavalderia tutto un repertorio di artisti che l’hanno ispirata e si pone davanti l’obiettivo di realizzare una sfida che molti suoi colleghi più grandi e più affermati probabilmente non avrebbero intrapreso. Braid è un film contorto che ruota su se stesso come un serpente che si morde la coda, non senza imprecisioni né difetti. Ma è la prima opera di una regista che a soli ventisei anni è riuscita a colpire il vuoto incolmabile di una generazione esteta. Mitzi Peirone racconta un pezzo della società che conosce che vive e non ha paura di svelarne le debolezze. Oggi i ragazzi come me sono preda di una deriva umana, temporale e artistica che ci rende automi, servi di una legge che non abbiamo scritto, di cui non c’è traccia ma che ci è stata imposta. Ogni giorno tutti compiamo gli stessi gesti, utilizziamo le stesse cose, ci vediamo allo stesso modo. Sappiamo distinguere ciò che è bello da ciò che brutto anche se non sappiamo se quello che consideriamo bello ci piace veramente e non abbiamo neanche un briciolo del tempo o dell’autocontrollo necessario per riflettere su cosa stiamo dando il giudizio. Un giudizio che oggi ha la consistenza e il tempo, ma non il valore, di un tap. Nel mondo fuori dalle nostre case la realtà però è diversa da quella che vediamo dentro le nostre case e dentro il nostro cellulare, o la televisione o il computer. In questo contesto siamo vittime sacrificali (purtroppo o per fortuna) e possiamo decidere se vivere offuscati da una superficie bella e vuota o affrontare problemi più grandi, più profondi, più paurosi.  Qualunque sia la nostra posizione, Braid ci insegna che solo i legami costituiscono la salvezza dell’anima: eterni, indissolubili, radicati nella terra. Mitzi Peirone, come altri prima di lei, sfrutta con coraggio una trama difficile e porta all’estremo il formalismo in un connubio associativo e allegorico che mette insieme moda, patologia e simbolizzazione.

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