‘I Morti Non Muoiono’… il sogno americano sì (sì?) – recensione

Probabilmente ne avrete avuto già notizia nei mesi scorsi: Jim Jarmusch, trentacinque anni dopo aver vinto la Camera d’Or come miglior opera prima del Festival di Cannes con il suo film d’esordio, Più Strano del Paradiso, ha aperto la 72esima edizione del concorso francese con la sua nuova fatica, un’odissea assurda e che, almeno per la prima ora, ho trovato geniale in molti punti. Calante sul finale, ma de gustibus.
I Morti non Muoiono: un film che altro non è che una satirica cronaca di un’apocalisse zombi, che a sua volta contiene una parabola politica sui mali del mondo attuale. Jarmusch è un cineasta incredibilmente cinefilo e dunque non perde occasione di rendere omaggio alle grandi figure dell’universo zombie: ci sono le Pontiac (l’auto guidata da Selena Gomez – nella parte di un “hipster urbano”), che funzionano come riferimento diretto a La Terra dei Morti Viventi, il classico di George A. Romero; ci sono le mani degli zombi che emergono violentemente dall’interno delle loro tombe, alla maniera della trilogia di Infernal Possession di Sam Raimi. Tante citazioni per gli appassionati del genere.
Il duro compito qual è, dunque? Riuscire a fare un film pieno di citazioni, ma è un lavoro al 100% Jarmusch: il ritmo lento, i tempi morti tra i dialoghi (SUBLIMI), i silenzi tra una scossa e l’altra della trama e un umorismo dettato anche dall’inespressività e dall’apatia che caratterizza i personaggi dei suoi mondi.
Ho riso tanto.

Come spesso ha fatto nella sua filmografia, i suoi personaggi sono ben definiti da tratti tipologici e riconoscibili: i poliziotti in uniforme interpretati da Bill Murray e Adam Driver fungono da potenziale coppia protagonista di un buddy movie; Tom Waits è un eremita con una vocazione come profeta; Iggy Pop è uno zombie dipendente dal caffè; Tilda Swinton ottiene, come al solito, il premio per il personaggio più eccentrico nelle vesti di una becchina con accento scozzese e grandi abilità da samurai.
Chiaramente un film corale che non tutti possono apprezzare, ma che bisognerebbe analizzare alla luce dell’importanza che il regista dà alla coerenza estetica e ideologica di tutto film: al di là delle numerosi citazioni, dei dialoghi “banali” e dell’utilizzo geniale della colonna sonora, riesce a farne un film molto più politico di quanto sembri. E quale tema politico si potrebbe affrontare se non quello dell’America trumpiana? A partire proprio dal personaggio interpretato da Steve Buscemi – sempre un piacere veder recitare – che indossa un berretto rosso con lo slogan esilarante e terrificante “Keep America White Again”; mentre l’apocalisse zombi che racconta il film ha la sua origine nelle estrazioni di gas e petrolio (fracking) fatte nei poli terrestri.

Tuttavia, il ritratto di Jarmusch di un’America profonda – un incrocio tra Twin Peaks di David Lynch e Fargo dei fratelli Coen – è privo di un tratto affettuoso o fascinoso. Ma non so spiegarvi il motivo; ho apprezzato ogni dettaglio di ambienti esterni, ma, sopratutto, interni: la ferramenta, il bar, la stazione di polizia e per finire la stazione di servizio in cui ci lavora il nerd cittadino un po’ sporchino, ma tanto intelligente. Interni che a ben vedere sono concepiti e realizzati come espressione dello stato d’animo degli individui che li abitano.
Mentre gli zombi di Homecoming di Joe Dante tornarono in vita per votare contro il Partito Repubblicano, ne I Morti non Muoiono gli zombi, ossessivi-compulsivi per natura, vagano come vacche perse inseguendo obiettivi materialistici: alcool, caffè, giocattoli, strumenti, antidepressivi, wi-fi. È chiaro che, per Jarmusch, siamo tutti zombi, anche quando siamo vivi.

Sono tutti protagonisti ai confini della comunità d’appartenenza, ai margini della società americana contemporanea. Come zombie vagano davvero senza un particolare percorso, alienati inconsapevolmente da una vita sempre uguale.
A parer mio, la distruzione fine ed elegante del mito del sogno americano.
“Oggi gli Stati Uniti sono simili in ogni parte. Puoi spostarti di migliaia di chilometri e ritrovare la stessa geografia. Il paesaggio non definisce più dove sei”, deve aver detto il regista.
Potremmo ampliare il discorso anche ai personaggi, no? Siamo tutti uguali? Le nostre azioni e le nostre ossessioni non ci definiscono più?
Forse siamo tutti vacche perse. O meglio, non-morti. O forse solo io sento un forte fascino per quei paesini americani dove la noia scandisce il tempo e dove non mi dispiacerebbe affatto viverci per un pochino di tempo.
VI stringo la mano,
Davide

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