Proteggersi dal male, proteggersi dal bene: ‘Febbre’, di Jonathan Bazzi – #PRIDEWEEK

Ho conosciuto Jonathan Bazzi su Facebook, per caso, dopo essermi imbattuto in un post che aveva scritto in occasione dell’8 marzo e che avevo subito ricondiviso su tutti i social. Difficile non ricondividere quello che scrive Jonathan: la sua è una voce semplice ma concisa, flebile ma decisa, dolce ma tagliente. Così si è guadagnato una nomea di tutto rispetto, soprattutto sui social, dove Jonathan gode di un seguito non indifferente. Si tratta di uno di quei casi in cui Internet è riuscito a dare visibilità a persone che difficilmente avrebbero trovato posto nei media tradizionali come la televisione, vuoi per i temi trattati, vuoi per la verità senza filtri, vuoi per la mancanza di quella spettacolarità becera consumistica di cui si riveste chiunque oggi vada a dire la sua in un talk-show televisivo.
Jonathan ha bisogno dei suoi tempi per comunicare. È un ragazzo che medita, riflette, prima di dire o scrivere il primo guizzo di pensiero che gli viene in mente, a costo di allungare un po’ i tempi. Com’è giusto che sia. Come dovremmo imparare a fare tutti, dal primo all’ultimo, voci cacofoniche assordanti di un gregge che bela dall’alba al tramonto. 

Quando ho saputo che avrebbe pubblicato un libro, lo seguivo già da un po’. Non stavo più nella pelle: fremevo al pensiero di buttarmi a capofitto nella mente di una persona come lui, con uno stile di scrittura che, da autore a autore, non nascondo di invidiare un po’.
Per questo non ho esitato ad andare alla Libreria IGOR il 24 maggio, dove Jonathan ha potuto presentare la sua prima creatura, Febbre, in un incontro tanto agognato quanto interessante, moderato da un’intraprendente e dinamica Eugenia Fattori. 
Qualche tempo dopo ho iniziato a leggere il libro.
E non mi sono più fermato. 

Febbre è un libro uscito quest’anno, edito da Fandango Libri, già in ristampa qualche settimana dopo e dedicato ai bambini invisibili. Il risvolto di copertina dedicato alla trama recita:

Jonathan ha 31 anni nel 2016, un giorno qualsiasi di gennaio gli viene la febbre e non va più via, una febbretta, costante, spossante, che lo ghiaccia quando esce, lo fa sudare di notte quasi nelle vene avesse acqua invece che sangue. Aspetta un mese, due, cerca di capire, fa analisi, ha pronta grazie alla rete un’infinità di autodiagnosi, pensa di avere una malattia incurabile, mortale, pensa di essere all’ultimo stadio. La sua paranoia continua fino al giorno in cui non arriva il test dell’HIV e la realtà si rivela: Jonathan è sieropositivo, non sta morendo, quasi è sollevato. A partire dal d-day che ha cambiato la sua vita con una diagnosi definitiva, l’autore ci accompagna indietro nel tempo, all’origine della sua storia, nella periferia in cui è cresciuto, Rozzano – o Rozzangeles –, il Bronx del Sud (di Milano), la terra di origine dei rapper, di Fedez e di Mahmood, il paese dei tossici, degli operai, delle famiglie venute dal Sud per lavori da poveri, dei tamarri, dei delinquenti, della gente seguita dagli assistenti sociali, dove le case sono alveari e gli affitti sono bassi, dove si parla un pidgin di milanese, siciliano e napoletano. Dai cui confini nessuno esce mai, nessuno studia, al massimo si fanno figli, si spaccia, si fa qualche furto e nel peggiore dei casi si muore. Figlio di genitori ragazzini che presto si separano, allevato da due coppie di nonni, cerca la sua personale via di salvezza e di riscatto, dalla predestinazione della periferia, dalla balbuzie, da tutte le cose sbagliate che incarna (colto, emotivo, omosessuale, ironico) e che lo rendono diverso.

Sì, si parla di HIV. Si parla di omosessualità. Si parla di provincia, di famiglia, di crescita, di sesso, di amore. Si parla di emozioni, relazioni, intrecci, sentimenti, dubbi, domande, ansia, paure, paranoie, risposte, incubi, sogni. Si parla di questo e anche di altro. Si parla di yoga, ospedali, astrologia, app, balbuzie, medicine, medici, amici, fidanzati. Si parla di affetto, si parla di odio. Si parla di errori, sconfitte, conquiste, battaglie. Si parla anche di guerra.
Si parla di morte. E inevitabilmente si parla di vita. È così che mi piace pensare il romanzo di Jonathan Bazzi: un’ellissi. Ellissi perché lo stile dell’autore diventa quasi emblema della figura retorica; ellissi perché il libro è un continuo salto nel passato, ma che non diventa mai salto nel vuoto, anzi: Jonathan, grazie sicuramente anche a un lavoro di editing fatto con i fiocchi, sembra cosciente dall’inizio alla fine dei momenti da cui pescare. Non va mai alla cieca: ogni capitolo è un tuffo mirato a un particolare della sua vita in cui ha capito qualcosa. Che lo ha formato. Nel bene, nel male.
Il libro si alterna così tra passato e presente. Infanzia e vita adulta, adolescenza e vita adulta, giovinezza e vita adulta, finché il tempo non si piega su se stesso e diventa un unico specchio con cui guardare (anche) se stessi. I titoli dei capitoli sono frasi. Non ci sono numeri. Solo parole. I dialoghi si mescolano alle descrizioni, tutto diventa ricordi, tutto diventa racconto. 
Febbre è un flusso di coscienza che attraversa lo spazio e il tempo, catapultandoci parallelamente nella mente di un bambino, che poi diventa grande, e di un adulto, che a tratti sembra quasi tornare bambino, spaventandosi, spaventandoci, scoprendo cose. Un flusso di coscienza che attraversa varie personalità, varie persone, vari ruoli sociali e vestiti indossati dal protagonista, che pagina dopo pagina si spoglia, si mette a nudo, per liberarsi una volta per tutte da quei pezzi di stoffa che gli stavano troppo stretti e sfoggiare finalmente un abito cangiante fatto da esperienze che lo hanno cambiato, inevitabilmente.
Perché nessuno torna uguale a prima, da un viaggio. E Jonathan, scrivendo Febbre, compie un viaggio degno di qualsiasi eroe mitologico dell’antica Grecia. Il suo è un viaggio nei propri Inferi, quelli che fanno più paura, quelli custoditi dagli scheletri nell’armadio, cercando di arrivare (ci arriva) a quella consapevolezza, quella maturità, quella saggezza tipiche di chi ha toccato con la punta del piede il Paradiso. 
Perché solo chi ha conosciuto le impurità della vita e le purità della morte può accedervi.

Febbre è un libro che ti risucchia, ti travolge, come un’onda, non ti lascia respirare, non ti lascia tornare a galla finché non arrivi ai ringraziamenti, e puoi tirare un sospiro di sollievo. Con Febbre mi sono sentito parte di qualcosa, parte di un pezzo della vita di una persona di cui prima, a parte nome, cognome e una manciata di informazioni, non sapevo niente, mentre ora conosco i suoi ricordi, conosco la sua famiglia, conosco i suoi segreti, gli sbagli, le soddisfazioni. Sono momenti di vita personale, intimi, che l’autore ha deciso di condividere con il mondo per una ragione, per un bene superiore, mettendosi totalmente a nudo per lasciare che ognuno di noi potesse prendere un pezzo di lui per farne tesoro, per farne esperienza, ma anche per prendere lui stesso un pezzo di tutti noi. Per rivestirsi. Per rigenerarsi. Per rinascere. 
Non è facile scrivere un libro come Febbre. E io lo so bene. Non è facile rivangare nel proprio passato e affrontare demoni che si pensava fossero sepolti; non è facile perché, per quanto catartico, il processo di scrittura può essere altrettanto doloroso, nel mentre. E Jonathan è stato coraggioso. Altruista. 
Non è vero, penserà lui.
Non ho fatto niente, dirà lui.
Ma tutti noi sappiamo quanto questo libro è il regalo più bello che avesse potuto fare a noi: al nostro popolo, ai nostri scaffali, alle nostre librerie, alle nostre case, ai nostri amici, al nostro Paese, retrogrado, viziato, curioso felino che si lecca i baffi e attende impaziente il suo padrone. 
Ne abbiamo bisogno, Jonathan. 
Ora più che mai. 

Se vuoi, lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...