‘Philadelphia’: perché a volte è ancora il 1993 – #PRIDEWEEK

L’anno era il 1993. Tom Hanks e Denzel Washington erano pronti a far vedere al mondo le loro interpretazioni – assolutamente magnifiche – in una di quelle che fu una delle prime grandi produzioni, perlomeno cinematografiche, che trattava in maniera esplicita il tema dell’AIDS.
Immergiamoci per un momento in quell’anno, provando a dimenticare antropologicamente (e con molta difficoltà) tutto quello che abbiamo imparato negli ultimi 30 anni. Facciamo finta dunque che le prossime righe io le abbia scritte durante quell’anno – non ero ancora nato, eh.
Il protagonista di questa storia è Andrew Beckett, interpretato da Hanks: un giovane avvocato di successo che vive e lavora a Philadelphia, in uno degli studi legali più prestigiosi della città, e bastano pochi dettagli della scenografia per capirlo. Beckett è al culmine della sua carriera, quando riceve un compenso per i suoi anni di impegno e lavoro nello studio legale. Ma il giovane convive con due segreti che per forza di cose saranno presto scoperto: è omosessuale e soffre di AIDS, una delle malattie più terribili diagnosticate durante il corso degli anni ’80 e che era frequentemente, se non del tutto, associata all’omosessualità, motivo per cui inizialmente venne coniata la sigla GRID (Gay-related immune deficiency).

Andrew viene sabotato dai suoi stessi colleghi di studio che, dopo aver scoperto gusto sessuale e malattia del collega, lo fanno sembrare un professionista negligente e lo congedano senza dare più spiegazioni per una prestazione di lavoro non più all’altezza, quando effettivamente era l’esatto opposto. Il giovane avvocato, e il pubblico con lui, capisce immediatamente la verità: si tratta di un caso di discriminazione a causa del suo orientamento sessuale e dei tipici pregiudizi che la sua malattia comporta. Insomma, erano passati solo pochi anni da quando questa malattia era stata diagnosticata, molto poco si conosceva, e quando c’è ignoranza – non nell’accezione negativa del termine, ma in nel senso letterale – la paura avanza più forte della razionalità.
Ecco dunque che Beckett intraprende una vera e propria lotta legale, non solo per il riconoscimento dei propri diritti, ma anche in difesa del suo onore e prestigio professionale. Chiede a una decina di avvocati di rappresentarlo, ma riceve solo commenti negativi sulla forte ripercussione che la malattia ha avuto in quegli anni. Quando arriva nell’ufficio di Joe Miller tutto cambia: inizialmente è molto riluttante – e, per chi di voi non ha visto il film, vi assicuro che l’incontro in studio tra i due avvocati rimane una delle scene più indimenticabili che avrete modo di vedere – ma poi accetta il caso, sfidando i pregiudizi sociali e sopratutto i pregiudizi personali nei confronti dei gay e dell’AIDS. La seconda parte del film è dedicata al processo, alla storia privata di Andrew, che nell’economia e nella visione totale della pellicola si tratta di un caso particolare per poter raccontare tante storie, e tanti casi analoghi.

Durante il processo, entrambi gli avvocati cercano di dimostrare che il licenziamento di Andrew era ingiustificato e motivato esclusivamente da pregiudizi e discriminazioni non solo per la malattia, ma anche per la sua omosessualità. Dimostrando una grande esperienza professionale, Miller inizia a formare una forte difesa attorno a tutti coloro che hanno assistito al talento e alla dedizione professionale di Beckett, che non esitano a dichiarare a loro favore. Il caso inizia a essere seguito dalla stampa e da centinaia di gruppi in difesa e contro le minoranze sessuali in tutta Philadelphia. D’altra parte, la difesa presentata dallo studio cerca di screditare non solo l’immagine professionale dell’avvocato, ma, usando argomentazioni discriminatorie aberranti, non esita a interrogarlo per il suo “stile di vita trascurato e promiscuo”.
Ovviamente mi fermo qua. Perché non voglio rovinare nulla per chi non ha ancora visto questo film così potente. E mi piacerebbe soffermarmi un momento su un componente del film che lo rende immemorabile.
La musica, che sostiene tutte le scene principali. La colonna sonora è stata composta da Howard Shore, alla quale si affiancano i brani Streets of Philadelphia all’inizio e Philadelphia alla fine, i cui autori Bruce Springsteen e Neil Young ottennero rispettivamente il premio Oscar alla migliore canzone e una nomination per il medesimo riconoscimento. E a ragion veduta, insomma.
Il personaggio che Tom Hanks interpreta in questo film è visto come uno dei simboli della lotta e del coraggio degli anni ’90 e dovremmo sempre ricordarlo come tale. Anche perché i tempi avversi per le minoranze e per gli omosessuali non sono ancora finiti. Tantissimo lavoro è stato fatto, e tanto ce ne sarà da fare. E giustamente, il cinema deve fare la sua parte. E se il grande pubblico ha bisogno di grandi nomi e grandi produzioni per conoscere ciò che ancora non sa, o perlomeno farsi qualche domanda alla fine della visione, ecco che lo scopo è stato raggiunto.
Perché a volte è ancora il 1993. 

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