I sognatori: sentirsi falliti tutta la vita

Questo pezzo lo scrissi su Facebook qualche anno fa, ricordandomi di un altro articolo che avevo scritto per il mio vecchio blog. 
 
Circa un anno fa, sul mio caro vecchio blog ormai andato, scrissi un articolo dal titolo “I sognatori: sentirsi falliti a vent’anni”, ispiratomi da un commento che lessi sotto un video di Youtube e che, tradotto, recitava più o meno così:
“Anche se sono un ragazzo, questa canzone descrive quanto sono patetico. Ogni anno mi riprometto che farò qualcosa di grande nella mia vita e invece sguazzo nell’auto-commiserazione e nell’amarezza senza mai fare niente. Ho vent’anni e non ho ancora la patente. Dovrei trovare un lavoro e andare all’università. Sono in uno stato di inerzia. Tutto mi sembra noioso e senza senso.”
Oggi, dopo essere ricaduto nello stesso mood che mi spinse a scrivere quell’articolo, sono finito di nuovo sotto al video di Youtube, scoprendo con sorpresa che l’autore di quel commento che mi aveva colpito così tanto aveva aggiunto un’altra parte.
“[…] da quando ho postato questo commento, ho ottenuto un lavoro da Walmart e mi sono iscritto all’università. Ho fatto considerevoli progressi. […] Una cosa che mi aiuta personalmente è ricordare a me stesso ogni giorno che la vita è essenzialmente senza senso e tutto quello che facciamo sarà dimenticato. Suona davvero triste, ma in realtà è molto liberatorio. Mi ha aiutato ad agire più deliberatamente e a non avere così paura della follia. Inoltre direi di non trattenere alcuna idea di lasciare un segno nel mondo, perché tutto ciò non fa altro che accrescere la consapevolezza della pura caducità della vita, causando ancora più ansia.”
Ed è stato così che mi sono ritrovato, ancora una volta, a riflettere sulle parole di uno sconosciuto; uno sconosciuto che mi rappresenta così bene, uno sconosciuto che sembra aver vissuto un’esistenza parallela alla mia, vivendo le mie stesse sensazioni e ponendosi le mie stesse domande.
Eccoci qui: i sognatori.
Eterni falliti destinati a capitolare di fronte alle difficoltà della vita.
Oppure no.
Vittime.
Vittime di un complotto mondiale senza pari che ci ha voluto inermi e allo sbaraglio.
Qual è la verità? Da cosa deriva, da cosa nasce questa corrente che da anni, forse perfino da quando siamo nati, ci trascina impetuosamente lungo un percorso irto di ostacoli che fingiamo di non vedere? Siamo sbattuti ripetutamente a destra e a sinistra, ma restiamo quieti. Non c’è caos, dentro di noi. Non c’è tempesta: solo fuori si intravedono fulmini in lontananza.
È l’eterna lotta dei sognatori. Quelle persone che sono rimaste indietro nella vita, che vivono ogni giorno come se ne avessero altri mille, che sono talmente sovrastate dal peso delle responsabilità che anziché sostenere quel peso sgusciano via, si nascondono.
Io non penso che esistano queste persone. Penso piuttosto che, arrivati a un indeterminato punto della propria vita, ogni uomo si trovi davanti a una scelta: può scegliere se continuare a sognare, o aprire gli occhi.
In ogni caso, non può che fare la scelta sbagliata.
Non esistono vincitori e vinti.
O, perlomeno, non ancora.
Nella grande guerra della vita, le sorti saranno tirate solo allo scoccare dell’ultima mezzanotte, quando si guarderà indietro e si ripenserà all’amore più grande che ci ha conquistato; ai tesori che abbiamo lasciato a quest’umanità di merda; alle piccole orme che ci hanno seguito; alle più intense battaglie che abbiamo combattuto; a quanto siamo cambiati, a quante parti di noi stessi abbiamo detto addio e a quante ne abbiamo ritrovate.
Solo allora potremo dirci sconfitti. Solo allora, davanti al giudizio dell’unico dio che conta: noi stessi.
Non adesso.
Non a vent’anni.
Non adesso che abbiamo appena iniziato a vivere; che ci siamo tuffati e, grazie all’abilità e alle conoscenze apprese, abbiamo capito come restare a galla.
Adesso siamo solo sognatori.
Tutti.
Ci sono i sonnambuli, che, nonostante dormano (alcuni sono proprio in letargo), si alzano, camminano, fanno cose, vanno avanti. Ma dormono. Dormono da tutta la vita, perché non si sono mai svegliati. Anche loro sono sognatori, solo che non se ne rendono conto.
E poi ci sono quelli che sognano e basta. Quelli che potrebbero svegliarsi quando vogliono, ma che sono talmente confortati dal calore dell’inerzia che hanno difficoltà anche ad accendere la luce. Che sognano da troppo tempo; ma che, almeno, sono coscienti di farlo.
Perché loro hanno una cosa che gli altri non avranno mai: la consapevolezza.
Ma può bastare?
No.
Purtroppo non basta la consapevolezza. Quella è solo un gadget dotato ai più fortunati.
Per uscire dal sogno, bisogna realizzare quello che si evince dal commento: cioè che la vita non ha senso, che non siamo nessuno, non siamo speciali, non stiamo vivendo in un film, non siamo nessuno, non siamo un cazzo, siamo zero, zero spaccato, anzi, pure meno.
Non dobbiamo pretendere di lasciare un segno in questo mondo, perché qualsiasi impronta di qualsiasi grandezza non sarà mai abbastanza per evitare di restare sepolta sotto gli strati infiniti della sabbia del tempo.
Non dobbiamo aspirare a cambiare il mondo: l’eroe deve salvare se stesso.
Se stesso e nessun altro.
Perché solo così il cambiamento, la soddisfazione, il proprio sogno saranno raggiunti e solo allora potremo chiudere di nuovo gli occhi; questa volta, per sempre. E li chiuderemo con serenità, con pace, dopo esserci lasciati andare a una vita senza rimpianti e senza rimorsi.
Se dobbiamo rassegnarci all’eterna insoddisfazione? Sì.
Perché non siamo uomini.
E non siamo nemmeno animali.
Siamo idee. Sogni. Progetti. Aspirazioni. Cambiamenti. Amori. Pianti. Battaglie. Urla. Sentimenti. Emozioni. Siamo questo, siamo questo e molto altro, e come possiamo aprire gli occhi e smettere di sognare se abbiamo la pretesa di volare a occhi chiusi?
Siamo nati sognatori e tali resteremo.
Possiamo soltanto permetterci di aprire di tanto in tanto gli occhi, vedere dove siamo arrivati, vedere chi abbiamo intorno, vedere chi ci tiene la mano, vedere quali pensieri, domande, responsabilità affollano la nostra testa, vedere quanto ci manca ancora da percorrere, vedere come si sono consumate le nostre scarpe, se dobbiamo prenderne un altro paio, vedere quanta strada abbiamo fatto, vedere se ne è valsa la pena, se ne è valsa la pena vivere.
E solo allora, solo quando si è presa coscienza di tutto questo, richiudere gli occhi.
Chiudere gli occhi e ricominciare a sognare.

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