Che ho fatto io per meritare questo (senza punto interrogativo) – recensione

Gentili, avendovi già consigliato di vedere uno dei migliori film di Almodòvar (almeno a mio modesto parere – qui per leggere la recensione), vorrei proporvene un altro, più sordido e veritiero di Donne sull’orlo di una crisi di nervi
Che ho fatto io per meritare questo? è la quarta pellicola del regista spagnolo, da molti considerato il suo vero capolavoro neorealista. Visto in prospettiva con i suoi film precedenti, si tratta di un lavoro pienamente coerente con l’evoluzione del buon Pedro (infatti mi piace connettere questo film con Donne sull’orlo di una crisi di nervi e Volver – di cui ho intenzione di scrivere molto presto, in modo da chiudere questa sorta di trilogia tematica).
Partiamo dalla trama che, come spesso accade nelle sue narrazioni, prevede molte sotto-trame, rendendomi difficile sintetizzarne il succo: il perno della storia comunque è la casalinga Gloria (interpretata dalla sempre magnifica Carmen Maura), che vive in un contesto sociale eccezionalmente descritto dal regista: il proletariato della periferia di Madrid, in cui c’è un odore fortissimo di consumismo. È una vita difficile, fatta di sopravvivenze sociale, oltre che una lotta giornaliera per soddisfare bisogni e necessità. Gloria vive con con il marito, rozzo e ignorante, la suocera e i due figli maschi, uno drogato e spacciatore, l’altro dalla sessualità confusa che al posto di giocare a raccogliere castagne si accosta a uomini maturi (parliamo di un bambino, eh, non un sedicenne vaccinato). Alle loro vicende si uniscono quelle di due vicine: una prostituta ingenua e una madre acida che odia la figlia, una bambina dai poteri telecinetici.
Accade spesso che un regista abbia la sua musa. Per Almodòvar, almeno per gli anni ’80, non poteva non privilegiare Carmen Maura. Vi confesso un mio pensiero: credo sia uno di quei pochi casi in cui l’attore o l’attrice ha avuto la capacità di aiutare il regista molto di più di quanto il regista abbia aiutato lui/lei a emergere.
Gloria è il centro di tutto e il suo centro è la casa, specialmente la cucina, dove passa la maggior parte del tempo. Qui lava, cucina, fa colazione, parla e pecca. La cucina è il centro nevralgico di un mondo che non si estende oltre il corridoio e le terribili minuscole stanze dove va la sua vita. Si tratta di un personaggio unico nella filmografia del regista, non perché non ci siano altre casalinghe nel suo cinema, ma perché è la sublimazione di un malessere accumulato, una costante frustrazione. Nessuno è più triste di lei, nonostante la miseria costante descritta. Antonio, suo marito, è un tassista (non il primo né l’ultimo tassista che si incontrerà negli script del regista) disgraziato, ma non peggiore della maggior parte della gente che sopravvive da un singolo ricordo, un momento di grandezza o piacere: il suo passato in Germania, quando si trovava al servizio di Frau Müller, il fantasma di un ricordo che si frappone tra lui e Gloria e che lo riscatta in qualche misura dalla sua attuale e miserabile vita.

La nonna che vorrebbe tornare nella sua città è una delle figure più devastanti del cinema di Almodóvar. La scena in cui aiuta il nipote Toni a fare i compiti, tenendo una cerimonia di confusione con scrittori romantici e realistici, è uno dei più esemplari momenti di semplicità. E chi ha già avuto modo di vedere il film capirà senz’altro. La sua figura viene descritta poeticamente e fisicamente nel parco come un albero secco solitario tra l’autostrada e gli edifici mostruosi nel quartiere. Toni vive per la nonna, sono inseparabili, pianificano la giornata insieme, incontrano la lucertola e finalmente tornano in città. Miguel, il figlio più giovane, d’altra parte, è più indipendente. Miguel è come un’apparizione nel film che funziona solo per giustificare Gloria: giustifica la prima volta che li vedi insieme in cucina, nella loro stanchezza e nella totale mancanza di amore materno. Una mancanza che a sua volta giustifica l’incarico dato al dentista di suo figlio – ma qua mi fermo o potrei dirvi troppo e farvi perdere quel brivido che nel 2019 sarebbe difficile non provare.

Tuttavia, l’importanza di Cosa ho fatto per meritare questo? non deriva esclusivamente dai suoi personaggi, né dalla storia, piena di gag e di momenti sublimi. L’importanza del film deriva anche dalla sua messa in scena e, ancora una volta, dalla sua pianificazione, insolita, nuova e personale. Bloccati in così poco spazio, Almodóvar e Ángel Luis Fernández sono costretti a sfruttare la telecamera con movimenti verticali e con treppiede, poiché non c’è modo di utilizzare altre possibilità. Ciò condiziona l’atmosfera claustrofobica del film, che va su e giù per l’orizzonte seguendo i momenti di tensione, tranquillità, violenza o rilassamento. A questo bisogna aggiungere la luce grigia degli esterni e degli interni giallastri, e tutto questo va aggiunto alla musica originale di Bernardo Bonezzi, probabilmente uno dei migliori spartiti del cinema spagnolo degli anni ottanta.
Almodóvar con Che cosa ho fatto per meritarmi questo? affina la sua immagine e la sua argomentazione. Ad ogni modo, se i personaggi paralleli o satelliti della figura principale sono più controllati che in altre occasioni, a un certo punto scappano ancora involontariamente dalle loro mani.
Solo per chi ha già visto il film: a quanto pare gira voce che ci fosse stata un’enorme tentazione di finire il film sull’aereo di Carmen che piange mentre lascia l’autobus. Ma Almodóvar non cede alla tentazione. Non vuole lasciare la sua eroina in una terribile desolazione: la accompagna nella solitudine del suo appartamento e gli concede una pausa, la possibilità di partire nell’ultimo abbraccio con il figlio che chiude il film. Questo abbraccio melodrammatico è un punto e un altro. Non solo Gloria e Miguel possono iniziare una nuova vita, probabilmente terribile come la precedente ma diversa, ma anche Almodóvar sigilla una parte della sua vita e del suo cinema con questo abbraccio.
Con questo abbraccio, Almodóvar si riconcilia con tutto ciò che era in sospeso, e così facendo può affrontare nuove avventure più sofisticate e complesse.
Vi stringo la mano,
Davide.

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