Perché non avevamo bisogno di ‘Avengers: Endgame’

Prima di iniziare ed essere messa alla gogna voglio precisare che non sono una fan degli Avengers, men che meno della Marvel. Non perché non trovi affascinanti gli eroi che rappresenta, ma perché mi hanno sempre divertita di più quelli della DC. Io di fumetti pop sicuramente non capirò niente e probabilmente i supereroi della DC saranno considerati degli schizzetti senza valore né spessore, ma il fatto è che non hanno mai preteso di essere nient’altro. Ciò che davvero mi infastidisce della Marvel, degli Avengers e di Avengers: Endgame, nella fattispecie, è questo alone perturbante ed estenuante del politically correct: troppo buoni, troppo bravi, senza macchia e senza paura. Quello che veramente riesce a farmi percepire un eroe come eroe sono le sue debolezze e la sua capacità di superarle. Ma non sarei sincera fino in fondo se non confessassi che Avengers: Infinity War mi aveva sorpresa, e adesso vi spiego perché secondo me la storia sarebbe stata perfetta se fosse finita lì (ovviamente parlo di un mondo utopistico in cui la Disney non è una macchina macina-soldi).

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Infinity War mi aveva veramente scossa nel profondo, ma oltre la sorpresa per il fatto che un film della Marvel mi fosse effettivamente piaciuto, questo evento imprevedibile era strettamente collegato al cattivo della storia.
Thanos è stato il cattivo dei cattivi, e spesso cerco di considerare l’antagonista delle storie come il protagonista di un’altra storia non raccontata, in cui ovviamente i veri cattivi sono quelli che noi consideriamo “eroi”. Cerco di dare una possibilità a tutti, insomma, con tante difficoltà, a volte. Ed è in questo modo quasi malsano e incosciente che Thanos è diventato il mio eroe preferito della Marvel.
A metà tra un antieroe e Cersei Lannister (mio metro di paragone personale nella misurazione della cattiveria popolare), Thanos agisce per se stesso, ma non solo. Agisce come un filosofo dell’era moderna, un filosofo di un mondo capitalistico caratterizzato dalle produzioni di massa in cui a dettare le leggi non sono i bisogni effettivi dei consumatori, ma l’esigenza di recuperare i capitali investiti. Un mondo in cui le persone valgono sempre meno, in cui anche la vita ha il valore della merce. Thanos, in Infinity War, raccoglie le gemme dell’infinito con lo scopo di riequilibrare la vita nell’universo al prezzo però di sterminare metà della popolazione. Quelli rimasti si sarebbero dovuti destare da quel torpore in cui per troppo tempo sono stati cullati e capire il vero senso non della vita, ma della sopravvivenza singola e comunitaria. Insomma, un vero e proprio Manifesto, solo con i super-poteri e le battaglie intergalattiche.
Quello che mi ha sorpresa di più e che ha creato effettivamente questo scompenso emotivo in sala è che Thanos vince davvero e a perdere sono i “buoni”. Se volessimo vedere Infinity War da una prospettiva ancora più lontana potremmo dire che racconta, come un sacco di altre storie, la vecchia disputa tra bene e male, se non che alla fine a vincere è proprio il male, e da spettatori non si capisce più da che parte schierarsi. La scena di Thanos appoggiato su una rupe mezzo acciaccato che guarda commosso l’orizzonte dove volano i gabbiani mentre tutti intorno a lui piangono la morte dei propri cari, milioni e milioni di cari, mi ha stretto profondamente il cuore. Ha realizzato un bene (secondo lui) più grande, quello che riguarda la specie intera e non i singoli individui.
Il punto è che questo personaggio non si è mai comportato come un buono (non ha mai avuto la spocchia di farlo) né veicola messaggi positivi, ma in qualche modo assurdo, straziante e colpevole ha agito per il bene di tutti. La schiera di barbagianni che invece si è ritrovato a combattere si sono rivelati alla fine privi di ogni autodifesa.
Ero arrabbiata per questo. Che razza di supereroi sono, se hanno paura? Se non sconfiggono il cattivo? Invece, a mente fredda, ho capito che mi sono piaciuti ancora di più proprio perché non sono riusciti a sconfiggere Thanos. Ed ecco perché speravo che in Endgame i pochi rimasti facessero scorta di coraggio e disillusione per affrontare il cattivo dei cattivi con quella banalissima quanto essenziale abilità di riflettere sui propri errori e ripartire più forti di prima, in onore di chi è caduto in battaglia. Dopo un breve momento in cui fanno fuori Thanos, incazzati ed esauriti al livello di Daenerys Targaryen nell’ultima stagione di Game of Thrones, cadono tutti in depressione.
I supereroi. Thorn, che sarebbe un dio, è spiaggiato come un cetaceo in Cina ed è schiacciato dal senso di colpa. Vedova Nera non si capisce cosa cerca di fare in tutto il lasso temporale prima dell’arrivo di Antman, a cui alla fine non andranno né premi né riconoscimenti (anche se senza di lui nessuno avrebbe trovato una soluzione). Hulk diventa un idolo delle folle e si rifugia nelle sue fragilità. Sarei riuscita ad apprezzare tutte queste situazioni, se poi avessi visto un vero e proprio rilancio (che di fatto non c’è stato). Endgame ci mostra dei personaggi che cercano di rialzarsi senza mai farcela davvero, per paura o per assuefazione poco importa. Sono stati mangiati dalla macchina dello sconforto e invece di fare della rabbia una reazione si sono accomodati alla deriva delle proprie anime, e per una serie infinita di variabili totalmente casuali e qualche tacca di batteria residuale riescono a riportare indietro gli scomparsi e a vincere (ovviamente).

Tutto ciò non sarebbe stato veramente un problema, se non fosse stato condito e annacquato da quella perenne condizione politicamente corretta del fare tutto nel modo giusto, del veicolare messaggi giusti anche se fallati. Penso che i messaggi che emergono da Avengers (in particolare quelli di Endgame, che per me sono stati i più forzati) siano ovviamente giusti e impossibili da contrastare. Ed è altrettanto giusto che un film di massa veicoli – appunto alla massa – la maggior quantità di insegnamenti positivi possibile.
Tuttavia, ci sono modi e modi di rappresentazione, e anche se si tratta di un blockbuster non posso esimermi dal considerare la trasposizione della lotta femminile una baracconata (che va secondo me a ricadere nel sessismo). Mi riferisco in particolare alla scena in cui tutte le icone femminili (di cui non ricordo assolutamente i nomi) spuntano fuori dal nulla tutte insieme nello stesso punto, con una musica dai toni altisonanti per garantire il pathos della scena. Sarebbe state un momento molto forte, se non fosse stato totalmente decontestualizzato. Questo è solo un esempio, forse il più palese all’interno del film, dell’intenzione di veicolare argomenti importanti e difficili per ottenere consensi. Ribadisco che farsi carico di messaggi tanto forti è giusto e sacrosanto, ma deve essere fatto con intelligenza e senso critico al fine di non ricadere nella parte sbagliata della medaglia; che, voglio sottolineare, sarebbe comunque giusta.
D’altra parte, un’altra scena che molti hanno trovato forzata è stata quella in cui Capitan America passa il testimone a Sam Wilson, ma per me non risulta decontestualizzato, non è falsata, perché si fa perfetta e giusta metafora di un cambiamento epocale nella società americana che è stato troppo a lungo rimandato. L’icona di Capitan America rimandava infatti a uno stampo americano ormai e finalmente superato che, viste le continue lotte intestine, non può ancora reggere e rappresentare dei valori che non appartengono più al nostro tempo.
Alla fine del circo qualcosina sotto sotto mi è piaciuta, ma solo perché sono un’inguaribile romantica e questi blockbuster esercitano un potere anche su di me. Tutta questa riflessione serve ad arrivare a un unico punto problematico: insieme a tutte le manifestazioni sociali assolutamente corrette, non sarebbe giusto riflettere anche su quello che Thanos nel modo più sbagliato della cosa voleva dirci?
Ogni società, dall’illuminismo a oggi, è stata caratterizzata da innumerevoli trasformazioni che hanno investito ogni aspetto e sfaccettatura della vita pubblica e privata. Mentre le pressioni individualistiche e le ondate di populismo hanno finito in un modo o nell’altro per confondere e distruggere ciò che sarebbe giusto e ciò che sarebbe sbagliato, noi siamo rimasti preda degli eventi, assuefatti dai beni più effimeri dai caratteri quasi trascendentali.
In un mondo assuefatto e senza speranza forse abbiamo bisogno di vedere solamente una spaccatura nel muro per renderci conto della miserabile condizione a cui ci siamo destinati, e forse ci sono delle carte ancora tutte da giocare; si tratta solo di saperne leggere il valore. Occorre iniziare a vedere i legami ma anche le differenze e le fragilità come una ricchezza e lavorare insieme per il benessere di tutti. senza perdere di vista le diversità, anzi, con qualche sforzo in più sono convintissima possano diventare delle potenti armi di battaglia.

Nel frattempo, a prescindere, spero di vedere sempre più film di qualità che parlino di cose giuste nel mondo giusto, perché il cinema è un potente strumento che nella storia ci ha dimostrato che è in grado effettivamente di rovesciare, indirizzare e veicolare messaggi importantissimi, e tutto purtroppo è deciso e stabilito dal potere arbitrario dell’uomo.
Il cinema tocca delle corde profonde all’interno della mente umana e gioca con le nostre coscienze su livelli che ancora non sappiamo neanche definire. Le emozioni sono importanti e riescono a cambiare e ribaltare le situazioni. Ogni singolo avvenimento, se raccontato nel modo giusto, può dire sempre qualcosa in più senza esplicitarlo, ma parlando a qualcosa che è dentro di noi senza averne la consapevolezza.
Sarà spudorato e infantile amore per il cinema, sarà la formazione umanistica, sarà quello che volete, ma per me il cinema deve essere un atto di amore, perché deve essere utilizzato nel modo più giusto al fine di lavorare su qualcosa di profondo. Soprattutto, film come quelli della Marvel, della DC o della Disney (che arrivano a una vasta quantità di pubblico, oltre che a discostarsi ontologicamente dalla condizione autarchica a cui l’arte stessa sembra destinarsi nell’era del populismo), dovrebbero incidere nelle coscienze o, come direbbe un vecchio cineasta, “dare un pugno”, al fine di creare quel legame invisibile ma intenso che poi alla fine inconsapevolmente riesce a cambiare determinati aspetti della vita.
Vorrei un giorno ritrovarmi in sala a luci spente, ancora emozionata dalla magia del cinema mainstream e al posto di dire “ti amo centomila” magari riuscire a dire “ti amo tremila”.

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