Sul coming out e la Giornata Mondiale Contro l’Omofobia

Ho iniziato a fare coming out come bisessuale nell’estate del 2011. Avevo tredici anni, ero appena uscita dalle medie e avevo passato i tre anni precedenti dolorosamente consapevole della mia crescente diversità rispetto al resto dei miei coetanei. In seconda e in terza media subivo atti di bullismo perché avevo i capelli corti, non mi truccavo e mi vestivo maschile. Mi dicevano lesbica, maschio, frocio.
È divertente perché non si sbagliavano poi di tanto.
Fare coming out e rendermi conto che ai miei amici tendenzialmente non gliene fregava niente del mio orientamento sessuale è stata una delle prime esperienze di libertà che ho avuto. Poter dire quella cosa che mi pesava tanto e rendermi conto che pesava solo a me.
Allora ho iniziato a dirlo, a dirlo a tutti, a dirlo sempre. E per un po’ è stato bellissimo. Avrei messo dei cartelli, per la sensazione che mi dava l’annunciarlo al prossimo.
Le persone a cui non stava bene c’erano sempre: giusto qualche giorno fa dei colleghi hanno preso un po’ in giro scherzosamente me e una mia amica perché ci stavamo tenendo per mano, e ci siamo ricordate di quando lo facevano in maniera molto meno scherzosa i nostri compagni di classe al ginnasio. Quando dicevano a lei e ad altre mie amiche: “Ma sei pazza che la abbracci, ma non lo sai che quella è bisessuale?”
Quello come bisessuale è stato il mio primo coming out. Ce ne sono stati molti altri: come pansessuale, come poliamorosa (che peraltro non mi considero più), come genderfluid, come kinky. Ormai i miei amici non si stupiscono più di nulla.
Ma mi sono resa conto crescendo che vivo il coming out in modo diverso.
Non è più un annuncio ufficiale, non è più un dirlo sempre, dirlo a tutti.
Oggi vivo il coming out in maniera più discreta, se vogliamo. Le cose su cui sento necessario fare coming out sono talmente intrinseche nella mia identità che mi sembrerebbe un po’ svilirle se dovessi mettere i cartelli a riguardo. Sono cose ovvie, sono parte di me tanto quanto la mia altezza o il colore dei miei capelli. Il modo in cui lo dico alle persone è casuale, nei discorsi, non c’è più il senso del “doverlo dire”.
La mia speranza per questa giornata contro l’omofobia (e la transfobia e la bifobia e dai ogni tipo di -fobia che siamo nel 2019 e sarebbe anche ora di smetterla di pensare che esistono solo gli uomini gay) è che tutti a un certo punto possano arrivare a vivere il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere così: come una cosa assolutamente ovvia e assolutamente bellissima che fa semplicemente parte di sé.

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