Armenia Panfolklorica: l’artista del folklore – intervista

Armenia è il nome della mia famiglia. Il nome che al nascere non ho scelto; che mi ha dato la mia prima casa e i più importanti affetti della mia vita. Nome che si è rivelato omen del mio destino artistico.

Così descrive le origini del suo nome d’arte Armenia Panfolklorica, artista e performer siciliana trapiantata a Bologna (e poi a Milano) che ho avuto la fortuna – e l’onore – di conoscere e intervistare. Continua:

[…] Sono nata in una terra dove motivi, icone, colori e forme traspirano dal paesaggio e dalle facce della gente. La spinta di rappresentare tutto questo mi ha portato all’esercizio del disegno e alla pittura fin da bambina.
Dopo i miei studi all’Istituto d’Arte a Noto e al Liceo artistico a Modica, nel 2005 ho deciso di lasciare la Sicilia per Bologna, dove ho proseguito i miei studi in pittura all’Accademia di Belle Arti. Il distacco dalla mia terra mi ha immerso in un mondo fatto di ritmi e linguaggi diversi da quelli a cui ero abituata, che se da un lato rispondevano alla mia esigenza di dinamismo, dall’altro cominciavano ad attivare quelle che sarebbero state le cifre estetiche e tematiche del mio personale universo artistico.

Quando ho conosciuto Armenia la prima volta, ricordo di aver pensato: “questa è una tosta”. Mi è bastato parlarci cinque minuti per capire che sì, è una tosta, ma è anche molto di più.
Loquace e intraprendente, Armenia è una ragazza che lascia il segno, una di quelle che riempie la stanza con la sua personalità, tanto spiccata e prorompente quanto profonda e sensibile. La sua arte è un concentrato di folklore, sincretismo e voglia di rompere tutti gli schemi, che Armenia porta sempre con sé ovunque vada. 
Conoscerla, parlarci e intervistarla è stata una vera e propria esperienza che mi ha aperto la mente, grazie alla sua vastissima cultura (che spazia ampiamente) ma anche al suo dono di sapersi raccontare con una consapevolezza quasi disarmante, sintomo di una forza e una maturità non indifferenti.
Non vedevo l’ora di inaugurare di nuovo la rubrica e questa è stata l’occasione perfetta: ecco la mia intervista (realizzata con l’indispensabile aiuto di Arianna Bettarelli, autrice del blog) ad Armenia Panfolklorica. 

Ciao, Armenia. Iniziamo con le formalità: come ti presenteresti a qualcuno che non ti conosce?
Sono un’artista che lavora con il folklore: il mio lavoro consiste nel cercare di rintracciare dei comuni denominatori tra le antropologie della mia terra (e delle varie regioni d’Italia) e quelle di alcuni paesi geograficamente lontani. Per esempio, nell’apparato iconografico della bara di Visitu Visitusu, Armenia Bara!, una delle mie prime performance, la testa del demone dipinto sul coperchio del feretro mixa l’iconografia del Gorgoneion, conservato al Museo Paolo Orsi a Siracusa, con quelle di Rangda, la regina dei demoni dell’isola di Bali. Il matrimonio tra le due iconografie non è dettato dal caso, ma si basa su alcuni caratteri che hanno in comune legati alla loro rappresentazione, in questo caso: occhi strabuzzanti e composti da diversi cerchi concentrici e lunga lingua in fuori. Questo tipo di ricerca mi ha condotta a interessarmi a ogni forma d’arte, da quella riconosciuta come ufficiale, a quella che viene considerata di “serie b”. Non mi pongo limiti e non mi piace fare del classismo come spesso avviene, ad esempio, nella contrapposizione tra arte e artigianato. Lo stesso vale per i media di cui mi avvalgo: un giorno uso la pittura, l’altro il video. L’unica costante della mia arte è che non mi piace essere seriale, cioè ripetermi.

Perché ti senti così legata al folklore?
Giovanissima, appena approdata a Bologna, non avevo idea di questa mia passione per il folklore e l’antropologia, forse perché non avevo mai vissuto fisicamente in un posto diverso da casa mia. Una volta trasferitami, lontana dai ritmi a cui ero abituata, ho cominciato a provare una certa insofferenza, un senso di profonda mancanza dei riferimenti ambientali e culturali che caratterizzano il mio universo originale. Giù da me le tradizioni sono importantissime e influenzano significativamente la vita di tutti i giorni (sono le festività e i loro riti a scandire la vita e le stagioni). A Bologna non mi riusciva di fare lo stesso e, cominciando a percepire l’assenza del suono insistente delle campane, dei botti che annunciano l’uscita del santo dalla chiesa, delle voci dei venditori ambulanti e dei frastuoni dei mercati di strada, ha cominciato a farsi strada in me la voglia di recuperare tutte quelle cose che in Sicilia davo per scontate e di cui non mi importava fino al giorno della mia partenza. Prima di tutto ciò, dipingevo come un espressionista tedesco arrivato in ritardo. Per fortuna, ai tempi, il mio caro professore di pittura mi fece notare quanto i miei dipinti fossero attempati e distanti da me e con una certa crudeltà benigna mi spronò a sperimentare. Chiusa in casa cominciai forsennatamente a meditare alla ricerca di una nuova me stessa che non tardò ad apparire, grazie soprattutto alle letture nelle quali mi ero imbattuta riguardanti passati mitici, teatri dalle oscure radici, culti misterici e dionisiaci, feste pagane e cattoliche che conoscevo benissimo ma sulle quali non avevo mai meditato criticamente. In quel momento scattò qualcosa dentro di me: io dovevo rifare quei riti, condurli da me, visto che non potevo raggiungerli; e di più: dovevo esistere attraverso di essi, esserne la prima interprete. Sentivo il mio volto staccarsi come una maschera e trasmigrare sulla tela. La performance della bara ha consacrato in qualche modo il passaggio ufficiale a questo nuovo modo di approcciarmi all’arte.

Com’è nata questa tua passione?
Chiamala illuminazione o vocazione, ma a 12 anni ero già consapevole di voler fare l’artista e che volevo farlo a tutti i costi.

Qual è stato il percorso che hai seguito per la tua formazione artistica?
Subito dopo le scuole medie mi sono iscritta all’ Istituto d’Arte di Noto (che era molto diverso da quelle che sono le scuole d’arte oggi); dopo due anni, a causa di alcuni problemi personali, ho preferito cambiare scuola e perciò mi sono trasferita al Liceo Artistico di Modica, con indirizzo in pittura. Una volta finita la scuola, sono partita subito per Bologna alla volta dell’Accademia di Belle Arti, che è stata teatro delle mie mille sperimentazioni negli ambiti più disparati: disegno, pittura, incisione, grafica, fotografia e video. Finita l’Accademia, mi sono buttata a capofitto nel mondo dell’arte contemporanea, sia come artista che come spettatrice.

Quanto serve impegnarsi nello studio per chi vuole fare l’artista?
Serve, ma non quanto uno crede. La verità è che ti puoi impegnare a studiare e a fare delle opere sensazionali per tutta la vita, ma non significa necessariamente che sfonderai. Studiare in sé non vale nulla (a meno che non si voglia fare l’assistente o l’insegnante d’arte), infatti conosco artisti bravissimi che hanno avuto risultati scarsissimi in Accademia (senza considerare tutti quelli pieni di talento che non si sono mai iscritti). Esistono anche artisti che studiano e si laureano e alla fine comunque non sanno niente di arte contemporanea; il sapere, qui, in questo ambito, non serve a fare i primi della classe, ma a conoscere chi prima di te ha piantato la bandierina sulla Luna, scoprendo pionieristicamente l’arte e le sue variazioni. Ad ogni modo, sempre meglio studiare per conto proprio e costruirsi la propria storia dell’arte, magari inserendoci tutti quegli artisti ingiustamente bistrattati.

Però la cultura può essere un’arma a doppio taglio anche per questo: ci sono persone che copiano non perché non sanno, ma perché sanno. 
Verissimo. Cultura non significa sempre sensibilità. Oggi, nell’epoca dell’individualismo più becero, mi è capitato di confrontarmi con artisti che basano la propria opera esclusivamente sull’espressione di se stessi. A parer mio l’ego non può bastare o, in ogni caso, non ci si distingue artisticamente soltanto grazie a se stessi. A questo punto, l’interiorità di chiunque potrebbe essere potenzialmente importante per il mondo dell’arte: la mia, la tua, quella di mia nonna o quella del tuo vicino di casa. Chi se ne frega della tua personalità! Il punto è fare arte e non perdersi in mille inutili riflessi narcisistici. Arte è sacrificio e ricerca. È un movimento che costantemente va da dentro verso fuori e da fuori torna verso dentro… Un lavoro sulla percezione e sul linguaggio, insomma. Poi trovo molto divertente il fatto che in molti mi definiscano un’artista egocentrica solo perché “sto davanti alle mie opere”, ovvero appaio sempre nei miei lavori. Mah! Avrei qualcosa da ridire.

L’Outsider Art la consideri arte oppure no?
Certo. Secondo me gli artisti outsider possono essere dei rivali di tutto rispetto. Se sei un outsider e hai una sensibilità innata, sei invincibile, soprattutto se sei uno di quelli completamente ai margini della società e non contempli cose come il mercato, le mode, i must be e tutte le cavolate che ne conseguono. Quando non te ne frega nulla, sai andare dritto al punto, sei conciso, essenziale, come lo è stato Antonio Ligabue. In realtà penso che, al giorno d’oggi, questa possa considerarsi l’arte più sincera tra tutte, perché è il mero frutto dell’arte per l’arte: è vera, spassionata, incredibilmente autentica, non ha altro fine se non quello di esistere.

Quale consiglio daresti a chi vuole diventare un’artista?
Dipende. Per quello che ne so adesso, potrei dare due risposte, una poco romantica e l’altra super romantica. Prima opzione: se punti alle alte sfere devi sganciare denaro, perché parte tutto dalla pubblicità; tu paghi una somma e vieni pubblicizzato. In altri circuiti, ancora peggio! Si tratta di vero e proprio garantismo, quindi se non hai i giusti agganci stai sicuro che non arriverai mai. La meritrocazia, quando si parla di questa fetta di mondo, va a farsi benedire. Seconda opzione: come recita l’adagio, bisogna imparare a conoscere il proprio nemico. È importante avere un certo grado di consapevolezza per difendere al meglio la propria autenticità e i propri sogni. Per le persone, al giorno d’oggi, l’artista è chi si fa strada nel mondo dell’arte partecipando ai giochi del mercato con un’astuzia certosina. Per me l’artista rimane, invece, il bastian contrario, colui che è scomodo perché si oppone sempre e comunque alla temperie del suo tempo; colui che ha lo scopo preciso di sviscerare quel “quid” ancora incognito o innominato; lo scemo del villaggio che a Carnevale veniva ridicolizzato e malmenato. Poi c’è sempre il fattore fortuna che potrebbe mandare all’aria entrambe le mie risposte.

Qual è il tuo rapporto con i social?
Uso solo Instagram, cosa che ho deciso di fare a Novembre, sollecitata dai collaboratori di un museo con cui ho lavorato. Ammiro molto gli artisti che riescono a barcamenarsi tra vita quotidiana ed esperienze artistiche, divulgando se stessi in modo “uniforme” e “conforme” ai social, ma io proprio non ci riesco. Ogni tanto mi lascio andare con storie scherzose o fuori dal contesto artistico, ma per il resto preferisco sfruttare i social al fine di divulgare esclusivamente le mie opere. Mi sono sentita un po’ sconfitta entrando in Instagram, non perché ne voglia negare la funzionalità, ma perché considero i social gli acerrimi nemici dell’arte: sono stati questi a dare il colpo mortale che ha tagliato la testa al corpo dell’arte, dando vita a qualcosa di straordinariamente e mostruosamente liquido e diffuso, lasciando, come risultato, un vasto appiattimento nel modo di fruire l’arte, e nell’immaginario essa connesso. Io stessa mi accorgo che i tempi della mia attenzione visiva sono cambiati da quando fruisco l’arte come utente social.

In che modo le tue performance e il videomaking confluiscono?
Quando ho cominciato a interessarmi alle “performance filmiche” riproponendone il linguaggio, non ho riscontrato particolari difficoltà, poiché è stato come il proseguimento di una sorta di performance rituale, ma con altri mezzi, che tuttavia, sebbene di natura differente, non contrastano né snaturano il concepimento e lo sviluppo del gesto artistico, anzi, lo esaltano rendendolo doppiamente rituale.

Qual è la reazione che più auspichi di suscitare con le performance?
Naturalmente dipende dalla performance: dolcezza, terrore, shock, eccitazione, contemplazione, spavento, ansia. Le reazioni alle mie performance non sono mai prevedibili, in quanto il pubblico – senza cui la performance, pur potendo aver luogo, non compirebbe a pieno la propria funzione – reagisce in modo molto diverso, a seconda della sensibilità, personalità e disposizione momentanea di ciascuno di loro: una persona coglie il senso della performance e “si arrende” alla sua logica facendosi trascinare; un’altra sperimenta terrore che non riesce a contenere e manifesta spavento, arrivando addirittura a compromettere il normale svolgimento dell’azione artistica. Ma io non desisto e torturo gli astanti più problematici! Ad ogni modo, tra le mie performance forse preferisco quelle più legate concettualmente ai riti più oscuri e al contempo giocosi, dove il gioco, al principio bello, non dura poco e sconfina nel terrore/panico.

So che sei anche un’amante del cinema; come viene rappresentata l’arte nei film secondo te? 
Partiamo dalle cose più banali. I film biopic sugli artisti non mi piacciono perché tendono a romanzarne stupidamente le esistenze (spesso drammaticamente dolorose in modo indicibile). Derek Jarman (che è uno dei miei registi preferiti) è forse l’unico che, con Caravaggio, è riuscito a fare un film su di un artista senza strafare. Inoltre ha genialmente creato un escamotage narrativo in cui vita del regista e del grande artista confluiscono in un corpo unico (con tanto di problemi legati all’omosessualità dei due). Comunque, in linea di massima, preferisco un cinema che parla di arte per immagini e non attraverso le parole. Un cinema più “estetizzante” che “narrativo”, come quello di Peter Greenaway o, soprattutto, di Sergej Paradzanov.

Cosa ne pensi del luogo comune che vede la “vera arte” derivare solo e soltanto dal dolore e dalla sofferenza?
Per quello che mi riguarda, qualsiasi artista può esprimersi come meglio crede. Ma questa domanda è rivolta a me e non rispondo che di me stessa e del mio gusto: c’è stato un tempo in cui l’arte è stata dolore, sangue, evirazione e mutilazione; era la fine degli anni ’60, e coloro che si servivano del loro corpo come tavolozza avevano tutte le motivazioni poetiche e politiche per farlo. E i risultati erano altrettanto efficaci: una commistione di provocazione ed estremismo che riusciva ancora a shockare sia le masse che gli intenditori e a restituire il corpo e la sua identità ferita all’artista. Di questi tempi, tanti significanti che l’arte utilizzava per essere pericolosamente offensiva sono stati oramai più che sdoganati. Basti pensare ai foulard coi teschietti, il culto dell’estetica alla Tim Burton, il ritorno della moda del vampiresco e le mille serie televisive sugli zombie. Insomma, se vogliamo essere artisti sanguinolenti, tutto è concesso meno che usare il sangue e le sue rappresentazioni più letterali. Ad ogni modo, ci sono artisti contemporanei che sentono autenticamente la necessità di parlare di sofferenza attraverso il sangue, la carne, etc… ma non mi piace pensare a un artista in balia di se stesso (come ho già detto), per me bisogna sempre porsi razionalmente in modo critico (e attivo) di fronte a un linguaggio e alla sua storia. Ciò non di meno, capita spesso che l’artista o la sua produzione vengano associati a uno stato di sofferenza; questo accade perché la spiccata sensibilità è una costante della personalità di molti artisti. L’arte ti porta a guardare nei più nascosti recessi dell’interiorità, dove è più frequente trovare frammenti e parti smembrate, e un sé integro e incorrotto.

In questo contesto globale di caos artistico, dove si colloca la tua ricerca del folklore?
La definirei “archeologica”, nel senso che riguarda uno studio di cose diventate antiche o remote perché appartenenti a un passato fatto di differenze, “regionalità” scordate e piccole realtà lontane anni luce dalla nostra, globalizzata. Forse l’alta densità dei miei lavori ne complicherà la fruizione, ma è mia intenzione costruire l’opera giocando coi registri (in senso dantesco), proponendo elementi sia esoterici che essoterici. Il fine ultimo è quello di celebrare una grande identità fatta di quelle cose che ci rendono ciclicamente uguali nel passato e nel presente, senza però disciogliere un certo gusto ricercato nel liquame global dell’estetica neopop.

Perché stai andando via da Bologna?
Ora come ora sento la necessità di qualcosa di nuovo. Ho cominciato a sentirmi fin troppo comoda e coccolata a Bologna. Ho bisogno di qualcuno che mi dica che sto sbagliando, che mi critichi, che mi giudichi, che mi proponga nuove esperienze artistiche, e per farlo sento che devo cambiare traumaticamente realtà, sperando di imbattermi in nuovi linguaggi, nuovi artisti, di mettermi in discussione e spostare l’asse della mia attuale visione artistica. L’artista che si sente completo in realtà è già bello che finito. Il trucco per fare bene gli artisti è rimanere eternamente acerbi e confrontarsi con quello che non sai fare alimentando la tua creatività con la paura di fallire.

Domanda rito di chiusura: se avessi davanti a te un bicchiere che potessi riempire con qualsiasi cosa, materiale e non, per berla e acquisirla, cosa sarebbe?
Mi piacerebbe avere una sostanza che mi cambi la visione dell’arte – e di conseguenza della vita – nel senso che mi piacerebbe poter tornare di nuovo all’innocenza di quando il gioco non era così duro e io non ero ancora troppo consapevole. Attualmente provo una sorta di preoccupazione costante legata alla voglia di produrre sempre e bene! Vorrei una sorta di ambrosia della super-coscienza per stare un po’ più calma, ecco! Perché sono troppo agitata e poco paziente. Inoltre, mi piacerebbe bere da un calice che contiene la conoscenza di tutti i miei artisti preferiti, rubando un po’ di William Blake, un po’ di Bosch, un po’ di Matthew Barney, di Wildt, di Ciurlionis.

[…] Sono stata duende della farina che guasta il pane o lo fa riuscire bene, e disturbante carnevale-nazareno, lanciato sopra un inerme pubblico; sono stata danzante pupo-paladino e ombra del teatro balinese, e preziosa sposa caucasica e dissezionata Venere di cera, e fine ashug armeno e derviscio turner esposto alla tortura della ruota come un santo; e sono stata esposta alla mia stessa veglia funebre, corpo vivo, pianto, presente eppure assente alla propria stessa morte; e sirena sotto- vetro sono stata, e figura di morte e di bellezza, in forma di Narciso e Acabadora; e sono stata arpa umana, con corde innestate nel mio corpo, strumento vivente che da sé si suona; e sono stata mani che trapassano pareti, a dispensare ai passanti la santa comunione.
Molte altre cose sono stata e sarò, tutte accolte e maceranti sotto il mio nome familiare, che accoglie il modo di immaginare da me appreso dai miei, nella mia terra, e accorda mondi a cavallo tra oriente – vicino e più lontano – e occidente, senza limiti, per me, nell’attraversare universi estetici e narrativi, come un novello Dioniso, il dio barbaro venuto proprio dall’oriente.

Armenia Panfolklorica

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2 pensieri riguardo “Armenia Panfolklorica: l’artista del folklore – intervista

  1. Complimenti per l’intervista fatta a questa meravigliosa Artista. Ho molto apprezzato le domande e ancor di più le risposte. Spero di poter assistere il prima possibile ad una delle sue performance.

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