‘American Animals’: l’inevitabile baratro della crescita – recensione

American Animals inizia dalla fine, con un bellissimo montaggio che alterna primissimi piani, movimenti di macchina, immagini di animali e interviste ai reali personaggi coinvolti nella storia. Dopo la comparsa del titolo (piccola e rossa su sfondo nero), Bart Layton, regista e sceneggiatore, fa un passo indietro di diciotto mesi che ci aiuterà a capire cosa è successo e chi sono quei ragazzi.
Layton firma nel 2012 il film The Imposter, sperimentando già dal principio uno stile chiaro, semplice ma molto efficace. Nei suoi film, soprattutto in American Animals, il regista utilizza l’ambiente per dare e spargere sul sentiero di Hansel e Gretel tanti indizi che possono svelarci il sottotesto. In entrambe le sue opere vengono raccontate delle storie vere con i protagonisti reali che hanno vissuto sulla propria pelle quelle vicende, ma il regista inglese non si lascia impressionare o impietosire e guarda alla realtà che sta per raccontare con occhio critico e inflessibile.
La storia racconta di un gruppo di ragazzi che per un motivo o per un altro decidono di organizzare una rapina e dare una svolta alla loro vita che non rispetta le aspettative. Spencer e Warren sono due personaggi agli antipodi, ma osservano il mondo dalla stessa prospettiva. Un mondo che li rifiuta e che non li vede ma che loro riescono a vedere benissimo. Mentre fumano erba dentro la macchina di Warren guardano fuori dal parabrezza dei ragazzi, loro coetanei, che giocano e si divertono facendo cose che a Spencer e Warren non divertono per niente. Loro aspettano qualcosa che renderà la loro vita speciale. Ma cosa?
Durante una visita guidata dal personaggio di Ann Dowd, la meravigliosa Patti Levin di The Leftovers, Spencer entra in un reparto dell’università della Transylvania molto speciale in cui si può accedere solo su prenotazione, perché accoglie alcune delle più rare edizioni negli Stati Uniti. A colpire particolarmente il ragazzo è la prima edizione di Uccelli d’America, di John James Audubon, ma quello che sembra interessargli davvero è il suo valore economico: 12 milioni di dollari.

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Nessuno sa nella realtà come sia iniziata la rapita (poiché i veri Spencer e Warren danno versioni diverse); ma nonostante i dubbi, il desiderio di sapere “cosa accadrebbe se” è troppo forte per non ascoltarlo. Come solo due principianti possono fare, i protagonisti progettano il piano per la rapina, costruendo le proprie certezze sugli stereotipi dei film mentre mangiano schifezze e fumano erba. Nell’intervista, il vero Warren dice che  “nessuno ti insegna come rubare opere d’arte” ma, un passo alla volta, Warren e Spencer iniziano a capire come funziona il gioco e studiano tutto nei minimi dettagli: le piantine dell’edificio, gli orari di entrata e uscita dei dipendenti, i percorsi da fare, come rivendere l’opera. I protagonisti decidono di coinvolgere altre persone nell’impresa: così conosciamo altri due personaggi che si uniranno alla banda dei truffatori, ed esattamente come per Spencer e Warren, conosceremo anche la loro versione reale.
Erick Borsuk (Jared Abrahamson) è uno studente di Economia che vuole entrare nell’FBI e decide di unirsi alla rapina per un senso di asocialità; come se accettare di far parte di quel gruppo potesse ricollegarlo a quei legami umani che dopo il liceo aveva perso. Charles “Chas” Thomas Allen II (Blake Jenner) è descritto come un giovane imprenditore, ma da subito capiamo che ha solamente avuto la fortuna di nascere nella famiglia giusta e che i soldi del padre hanno semplicemente permesso a un ragazzo di media intelligenza di essere definito un imprenditore di successo. Perché allora prenderlo in squadra? Una domanda silente a cui risponde il vero Warren: “Penso che le qualità che Chas poteva portarci erano i soldi”.
Ognuno sa molto bene qual è il loro ruolo all’interno dello stupido gioco del diventare grandi della rapina. Ma non tutto va secondo i piani, per quanto le cose si possano programmare niente di immaginabile è paragonabile al farlo per davvero e fare una rapina non risulta semplice come sembrava all’inizio. Spencer dubiterà di sé e dell’obiettivo soprattutto a causa del prezzo da pagare. La cinepresa ci mostra Reinhard, che presenta un ambiente più accogliente e molto diverso da quello che abbiamo visto in casa di Warren e probabilmente sarà proprio questo amore, questo affetto e questo calore incondizionato a farlo capitolare definitivamente, costringendolo a scappare via dalla cena. Egli si dirigerà a casa di Warren e cercherà di tirarsi fuori da tutta quella faccenda. Spencer scappa di nuovo, corre via da tutto e da se stesso, soprattutto. Cambiano gli scenari, i colori e l’ambiente, ma lui non cambia e continua a correre, a scappare. A un certo punto si ferma in mezzo alla strada e per la prima volta l’inquadratura è frontale. Dietro di lui i lampioni illuminano la strada di rosso e di azzurro, come di rosso e azzurro erano colorati Warren e Spencer mentre progettavano la rapina. Sembra quindi che Spencer sia fuggito da tutto questo: dalla rapina, da Warren, dalla sua famiglia, da quella città, da quell’America a cui piace colorarsi di stereotipi travestiti da sogni. Ma improvvisamente le cose cambiano proprio nel modo in cui Spencer sperava: essere raggiunto da qualcosa che renda la propria vita unica e diversa. Egli vede quel qualcosa in un fenicottero che dal nulla gli attraversa la strada; ed è lo stesso fenicottero raffigurato in una delle opere di Audubond.

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American Animals è un heist movie che gioca con le inquadrature, con gli spostamenti improvvisi di macchina, con il montaggio (vero protagonista e narratore del film). Menzione speciale per una scena in particolare in cui, partendo da una miniatura e un lavoro di montaggio, il regista ci proietta in un bellissimo piano sequenza non molto lungo ma di grande effetto proprio per il risultato della combinazione tra il montaggio e la regia. Il tutto viene raccontato attraverso il voice over del personaggio di Evan Peters.
Il film accompagna, rigetta e poi riprende lo spettatore in questa sorta di narrazione documentaristica, che richiama altri esempi di film come I, Tonya che si aggiudicò qualche nomination agli oscar 2018. Al contrario di come accade nel film di Craig Gillespie, in American Animals il confine tra realtà e finzione è molto labile, viene continuamente attraversato, distrutto e ricostruito. I personaggi reali diventano personaggi di finzione e quelli di finzione sembrano tanto reali quanto quelli veri.
Il film si fa parodia di una generazione sempre pronta al cambiamento, ma che non vuole cambiare o semplicemente non può farlo. Warren dice a Spencer: “Non voglio che un giorno ti svegli chiedendoti chi potresti essere stato”, anche se questo volesse dire compiere un’azione sbagliata. Da quando nasciamo ci dicono che siamo speciali e che siamo adatti a fare qualsiasi cosa ci piaccia fare. Nessuno di noi, o quasi, nasce come se fosse un predestinato o un genio e inevitabilmente la realtà bussa alla tua porta. Arriva quel punto della tua vita in cui devi venire a patti con quella piccola ragazzina che amava il tulle e le spade di Star Wars e devi confessarle che probabilmente non diventerà mai un’astronauta e che non esiste nessuna battaglia intergalattica (e che, dopo i cinque anni, se indossi ancora il tulle sei solo stramba). C’è un varco invisibile da attraversare e si crea una frattura all’interno della propria mente tra quello che tu vorresti essere e che tutti ti dicevano che potevi essere e la dura realtà. Nasciamo speciali per poi crescere e acquisire la consapevolezza che facciamo parte di un enorme gregge. Tutto il mondo ti farà capire a piccoli passi che sei solo una briciola tra tantissime altre. Io ho avuto uno scompenso esistenziale quando la serie Cosmos mi ha sbattuto in faccia la durissima realtà delle cose; ma American Animals tocca delle corde “altre”, quelle che vivono dentro qualche zona impolverata del tuo cervello dove si accumulano i pensieri brutti, i pensieri che rimandiamo. All’inizio del film compare la premessa che ci informa che si tratta di una storia vera, ma alla fine a me non importava se quei fatti fossero realmente accaduti, perché io so come ci sente ad affrontare in questo periodo storico la graduale consapevolezza che sei solo parte del nulla.
Ma io sono cinica e faccio della misantropia il mio unico vero credo, quindi non seguite il mio esempio e non guardate questo capolavoro.
In uno sprazzo di moralità voglio sottolineare un cosa: siamo parte di un gregge e non abbiamo deciso di nascere e non l’hanno deciso neanche i nostri genitori. Siamo qui e basta per un’assurda quanto divertentissima casualità dell’universo. Ora io non so quale possa essere il senso della mia vita ma posso intuire quale sia il senso del gregge a cui appartengo: siamo sulla stessa barca e io non posso accettare che ci siano ancora, a distanza di 5 miliardi di anni dalla nascita del pianeta Terra, persone discriminate e persone che approfittano della paura per un proprio tornaconto.
Chi approfitta degli altri per risaltare rispetto al gregge non è speciale; è solo un coglione.

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