Il fascino di Starbucks

Oslo, Norvegia, agosto 2017. Mi sveglio alle sette di mattina nell’Airbnb di Tagrid, una ragazza palestinese di ventisei anni. È incredibilmente una bella giornata di sole, per cui esco in fretta senza neanche fare colazione, sperando che duri ma sicura che entro l’ora di pranzo avrà già ricominciato a piovere. Prendo il tram che mi porta in centro e appena scesa la prima cosa che faccio è entrare in una coffee house e ordinare una mocha con doppio espresso. Esco con il mio bicchiere di carta caldo tra le mani e trotterello felice verso il porto nell’aria fredda e frizzante dell’estate norvegese.

University of York, Inghilterra, un paio di mesi dopo. Sono a un Festival of Writing, è l’ultimo giorno di lezioni e la sera prima, alla cena di gala, ho bevuto decisamente troppo vino insieme a una persona goth di nome Jools, che non avevo mai visto prima (probabilmente una strega).
Insomma, l’ultima mattina di lezioni io sono distrutta. Sono tre giorni che bevo ininterrottamente: a colazione, durante i coffee break, nella mia stanza (in cui i beni di prima necessità sono phon, shampoo e bollitore, perché niente è più british che arrivare in camera alle sei del pomeriggio e far scaldare l’acqua per il tè mentre ci si cambia per la cena).
Ma l’ultimo giorno per non addormentarmi durante la conferenza finale ho proprio bisogno di caffè; ed ecco che la mocha torna in mio soccorso, dalle macchinette dell’Università. Soddisfatta, assaporo il mio bibitone caldo seduta in mezzo a molte signore inglesi di mezza età.

In Italia siamo ossessionati con la cultura del cibo. Moriamo davanti alla pizza, se non mangiamo pasta per qualche giorno ci sentiamo male. Le cose più italiane che ho fatto all’estero sono state portare della pasta fredda a un picnic poliamoroso a Parigi, mangiare della frittata di pasta in treno andando da Oslo a Bergen e arrivare ospite in un’associazione a Copenhagen con la macchinetta per il caffè in valigia.
Il sapore del cibo italiano è sapore di casa, è assolutamente intrinseco nel nostro modo di vivere, nel nostro sangue, nel nostro ghenos. Per questo, quando si parla di Starbucks e posti del genere, gli italiani tendono a gridare allo scandalo e alla Rovina e Distruzione del Vero Caffè. Ma quello che secondo me non capiscono è che l’espresso e il caffè “americano” (inteso qui come modalità di bere caffè, con il bicchiere di carta eccetera, non come bevanda) sono due cose completamente diverse, ognuna con il suo carattere e il suo fascino, e non ha assolutamente senso accomunarli più di tanto: il caffè nel bicchiere di carta non saprà di casa e di famiglia ma ha un fascino diverso. Ha il fascino di una passeggiata nel porto di Oslo, dell’andare a lezione in doposbornia, dei treni inglesi su cui i pendolari hanno tutti del caffè tra le mani e un giornale davanti. È un fascino che forse non ci appartiene ma che senz’altro può essere utile e, perché no, che si può anche imparare ad amare.

Scrivo tutto questo alle cinque del pomeriggio in centro a Roma, con un cappucino aromatizzato al cioccolato in un enorme bicchiere di carta tra le mani, mentre aspetto l’autobus per tornare a casa dall’università e i miei concittadini mi guardano con quel particolare disgusto riservato ai turisti poco rispettosi delle Nostre Tradizioni.

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