LOSTINSERIES#1 – Six Feet Under

Come primo articolo per la rubrica LostInSeries, ho pensato a una delle serie-tv migliori di sempre che andrebbe assolutamente ricordata: Six Feet Under, andata in onda sulla gloriosa HBO dal 2001 al 2005. Il creatore, Alan Ball, conosciuto anche per American Beauty e True Blood, è riuscito a plasmare un prodotto seriale che ha alzato l’asticella, provocando il pubblico con temi decisamente forti e difficili da mandare giù (come la morte, il fil rouge della serie). Il titolo rimanda subito alla profondità delle sepolture americane e ci immerge in una realtà talmente vicina alla nostra da rendere questo tv-show simile a un vero e proprio viaggio, un viaggio che tutti noi intraprendiamo sin dalla nascita: quello della vita.
Il pilot inizia con la morte di Nathaniel Fisher (Richard Jenkins), il fondatore dell’impresa di pompe funebri Fisher & Sons, padre di Nate (Peter Krause), David (Michael C. Hall) e Claire (Lauren Ambrose). Dopo questo tragico incidente, Nate ritorna a casa dalla sua famiglia e scopre di aver ereditato l’impresa; decide così di ristabilirsi a casa, da Ruth Fisher (Frances Conroy), sua madre. Da questo momento inizia la storia: ogni episodio si apre con la morte di un personaggio provvisorio la cui salma sarà gestita dall’impresa di famiglia. Durante la preparazione, vedremo i protagonisti interagire con quello che sembrerebbe in apparenza lo spirito del defunto; in realtà quello che avviene è una conversazione molto più intima, molto più profonda, un vero soliloquio con le emozioni più nascoste dei personaggi. L’aspetto psicologico di questi “colloqui col defunto” è curato nei minimi dettagli: i protagonisti dialogano con le loro paure più recondite e alla fine impareranno a piccoli passi a conoscersi meglio, crescendo, episodio dopo episodio.
La serie è stata premiata con 9 Emmy e 3 Golden Globe. Tra le tematiche ricorrenti troviamo l’omosessualità, che nella storia della serialità non era mai stata approfondita così bene, ma solo accennata.
Il Time l’ha inserita tra le 100 migliori serie televisive di tutti i tempi: un capolavoro che ha bisogno di essere celebrato così come la serie stessa celebra la vita.
Perché è questo che fa: Six Feet Under è un inno alla morte (e quindi alla vita), spesso rappresentata anche in modo violento e crudele, ma comunque fedele alla realtà.

Il season finale è uno dei più belli di sempre, un pugno allo stomaco che lascia un vuoto immenso. Le note di Breathe Me di SIA esaltano la carica emotiva del finale, soprattutto nella parte: “I have lost myself again/Lost myself and I am nowhere to be found”.
Alan Ball concluse lo show con la quinta stagione affermando:

Quando hai realizzato più di 60 episodi e hai raccontato più di 60 ore di storia è ora di chiudere. Ogni show ha una data di scadenza, ma gli autori spesso la ignorano per motivi economici.

La fine dei Fisher è la fine del ciclo della vita. Si nasce, si vive e si muore; non c’è mai stata serie più vera.
Se non avete mai visto questa perla, è ora di iniziare.

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