Cose che non faccio (più)

Questo testo è stato scritto in un momento di rabbia. È personale, intimo, incazzato. È un testo che rigurgita umori e ingiustizie, quelle che io e tante altre persone come me siamo costrette a subire ogni giorno. Ricordiamoci che gli uomini che compiono le violenze sono uomini normali, gli stessi che poi si affrettano a fare gli auguri alle amiche, alle mogli, alle sorelle, il giorno della Festa della Donna.
Regalateci meno mimose e lasciateci vivere, invece.

Non giro (più) sui mezzi dopo le dieci di sera, se posso evitarlo.
E se proprio non posso evitarlo, non giro (più) sui mezzi dopo le dieci di sera senza cuffie nelle orecchie, perché ho imparato che scoraggiano gli uomini che potrebbero rivolgermi la parola.
E non faccio (più) la strada dalla fermata dell’autobus a casa di notte senza le chiavi strette nel pugno e senza guardarmi le spalle.
Non esco (più) con abiti corti o scollati la sera senza avere qualcosa con cui coprirmi, se devo tornare con i mezzi.
Non prendo (più) ascensori in luoghi pubblici se non ci sono delle donne dentro.
Non parlo (più) con gli uomini che provano ad attaccare bottone con me in giro.
Non do (più) il mio numero di telefono a uomini che non conosco bene.
Non ci penso (più) due volte prima di bloccare su Facebook un uomo che mi sta dando fastidio.
Non incrocio (più) lo sguardo degli uomini sui mezzi, neanche di quelli carini. E di certo non gli sorrido (o meglio, non lo faccio più).
Non esco (più) con uomini conosciuti online.
Non bevo (più) tanto se poi devo tornare con i mezzi a casa.
Non esprimo (più) il mio affetto fisicamente agli uomini, tanto che al lavoro un cliente ha notato i modi diversi in cui mi pongo con gli amici e con le amiche e mi ha chiesto se fossi lesbica.

A sedici, diciassette anni, tutte queste cose le facevo con una certa disinvoltura, anche con una certa fierezza. Mi sentivo indipendente, forte, invincibile.
Un uomo mi ha dimostrato nel peggiore dei modi e una volta per tutte che invincibile non ero. Che non era coraggio sentirmi sicura di me e camminare nel mondo senza paura, ma incoscienza. Che degli uomini, sconosciuti o conosciuti, di giorno o di notte, da ubriachi o da sobri, degli uomini è tendenzialmente meglio non fidarsi.

Vorrei tanto poter riacquistare quella disinvoltura, raccogliere la mia armatura spezzata e la mia pace interiore.
Vorrei un mondo in cui posso fidarmi del fatto che se rientro a casa da sola alle undici di sera non rischio la vita.
Ma ogni volta che esce una nuova storia, un nuovo orrore, penso: avrei potuto essere (di nuovo) io.

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