‘The Big Shave’, ovvero “rasa il pratino” di Scorsese

Credo sia davvero importante conoscere il lavoro dei grandi nomi del cinema prima che diventino tali. Prendiamo per esempio Martin Scrosese e uno dei suoi cortometraggi, a parer mio il migliore.
Uomini barbuti e donne baffute: mettetevi comodi, preparate la vostra crema da rasatura e le vostre lamette usa e getta, toglietevi dalla mente Rasa il Pratino (citazione per veri colti) e godetevi The Big Shave, debuttato nel 1968 al Festival of Experimental Cinema in Belgio, dove vinse il Prix de l’Age d’Or.

Anno 1967. Mentre lavorava a quello che sarebbe diventato il suo primo lungometraggio, Who’s That Knocking at My Door, Scorsese diresse Peter Bernuth in un cortometraggio tanto bizzarro quanto macabro. L’attore si muove all’interno di un comunissimo bagno, accompagnato da una colonna sonora perforante: un brano jazz del 1939 di Bunny Berigan, I Can not Get Started. Le immagini diventano rapidamente inquietanti, mentre il regista trasforma un atto banale come quello della rasatura mattutina in una metafora straziante per trattare il tema della guerra del Vietnam.
5 minuti e 35 secondi prima dei famossimi 114 minuti di Taxi Driver, che anticipano già temi e stili che il regista affronterà, e affronta, durante il corso della sua carriera. A partire proprio dalla colonna sonora: l’atmosfera newyorkese è facilmente riconoscibile per il rimando a Sinatra. Il protagonista? Un giovane yuppi, ovviamente bianco, e le sue azioni. Entra in bagno, si sciacqua il viso, si spoglia, si cosparge di schiuma da barba e inizia a radersi. Senza più fermarsi. Immaginate fino a che punto arriva il movimento, non è difficile da prevedere: la gola. Momento che rivediamo in ben tre diverse angolature della macchina da presa, climax di tutto il corto. Ecco che si sottolinea l’importanza del colore, che da bianco predominante e fastidioso passa a un rosso altrettanto sgradevole, ma ipnotico.

Anche il montaggio, decisamente fulmineo, unito alla scelta di sequenze piuttosto splatter, introducono quelli che saranno veri marchi di fabbrica nella sua filmografia. Per di più, in apertura possiamo notare la presentazione degli elementi del pro-filmico che andranno a determinare il luogo e i modi dell’azione. Le interpretazioni del gesto potrebbero essere molteplici, dal suicidio fine a se stesso, alla descrizione dell’interruzione di una monotonia e così via. Ma a sentire il regista si tratta proprio di una critica alla guerra del Vietnam. Ci riesce? Poco importa, dal momento che quello che percepiamo oggi sono le immagini, che colpiscono chi guarda, spingendolo ad arrivare alla fine proprio per capire come finirà.
Concludo dicendo che mostrando di conoscere questa piccola perla sembrerete subito degli intellettuali appassionati di cinema; fa niente poi se di Scorsese si conoscono solamente i titoli più celebri.
Fidatevi.

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