‘Velvet Buzzsaw’: della morte, dell’arte, del niente – recensione

Mi perdoni il lettore se nelle prossime righe ci sarà un uso quasi eccessivo del condizionale. Ma è (dovrebbe) essere necessario.
Velvet Buzzsaw.
Se ci fosse ancora la produzione di film su cellulosa probabilmente avrei fatto firmare a chiunque una petizione per fermare Dan Gilroy. Ma (fortunatamente) è tutto digitale, facilmente dimenticabile e non mi posso nemmeno lamentare del costo del biglietto al cinema, dal momento che si trova su Netflix. Un film horror in cui le persone dovrebbero morire in modo raccapricciante: nulla che la saga di Final Destination non abbia già mostrato. La novità a questo giro sarebbe la cornice in cui queste morti avvengono: ambientato nel mondo dell’arte contemporanea e del suo mercato, la storia segue un gruppo di personaggi, che dovrebbero presentarsi allo spettatore come largamente ripugnanti. La causa di tale squallore? Il fatto che orbitino attorno a capolavori, artisti e idee, ma tutto ciò a cui loro interessa è il fatturato.
Josephina (Hawe Ashton), giovane arrivista, che lavora per la gallerista Rhodora Haze (Rene Russo), scopre il cadavere sulle scale del suo vicino di casa, Ventril Dease. La curiosona decide che è il caso di sbirciare nell’appartamento del morto, dopo che le è stato riferito che tutto ciò che contiene dovrà essere buttato via. Ecco che si trova dentro a un covo pieno di inquietanti opere d’arte, e qui vede la sua grande occasione. Dopo averne verificata la qualità dallo stimato critico d’arte Morf Vandewalt (Jake Gyllenhaal), in grado di glorificare o distruggere un artista con le sue recensioni, Rhodora e Josephina collaborano per trarre profitto dall’opera d’arte di Dease. Tuttavia, coloro che vendono o posseggono le opere d’arte di Dease iniziano a incontrare orribili fini, in quanto la sua vicinanza ad altre opere d’arte causa alcuni macabri risultati.
Che paura. Aiuto, ho davvero paura.

Vorrei dirvi una cosa, prima di consigliarvi di non vedere assolutamente questo film: per la prima volta in vita mia mi è capitato di vedere una storia piena di personaggi che rappresentano a pieno il peggio dei protagonisti del mondo dell’arte contemporanea.
Tornando alla trama, vi consiglio di tralasciare la dubbia estetica apprezzabile dei lavori dell’artista maledetto, i cui quadri portano morte. Sembrerebbe che il fine del regista non sia farci scoprire un mistero dietro a queste opere d’arte, ma si tratterebbe di personificare dei colori ad olio con il perfido mostro assetato di sangue. Nient’altro. Esempio, comprensibile da chi ha visto il film: dopo alcune analisi si scopra che sulle tele maledette si trova del sangue umano. Questo potrebbe essere l’espediente per dare il via alla trama, ma no. È utile dunque mostrarlo allo spettatore? No, anche perché va ad arricchire quella serie infinita di piccoli dettagli che potrebbero essere potenzialmente interessanti per passare in secondo piano nel giro di una paio di scene.
Ci si può spingere a sorvolare su un sacco di punti, difendendo il regista e il suo lavoro, ma non c’è davvero nulla. Nada de nada. Niente spiegazioni, nessuna possibile interpretazione, nessuna motivazione sufficientemente potente perché tali dettagli diventino piccoli capricci o virtuosismi d’immagine. A mio parere, testo e sottotesto del film avrebbero potuto essere meglio analizzati, sceneggiati e diretti, a cominciare proprio dal contesto in cui si muovono i protagonisti di questa storia corale. Cercare di descrivere il mondo dell’arte contemporanea va di pari passi con una sua analisi, proprio alla luce di quello che ci viene fatto vedere. Un mondo in cui l’arte è mercificata a tal punto che non si tratta più di un bene tramandabile, magari suggeritore di nuovi linguaggi per esprimere la creatività umana, ma di meri oggetti da vendere al miglior acquirente. Ecco, sappiate che nessuna galleria d’arte commerciale al mondo ha lo scopo di aumentare il bagaglio culturale dell’uomo gratuitamente.
E tanto meno i musei.

Seppur il trailer risulti interessantissimo, e di conseguenza le aspettative diventano alte, Velvet Buzzsaw pecca tuttavia nella sua ingordigia: vuole parlare e far vedere troppe cose, nulla analizzata fino in fondo, nulla come sarebbe potuto essere.
Potrebbe concentrarsi sulla critica di un certo modo di svilire l’arte o sul tradimento degli ideali, invece questo è troppo opaco. Proprio perché al tempo stesso il film cerca di essere un horror soprannaturale. È questa unione ad abbassare drasticamente la qualità del film. Per di più, il film è molto carente dal punto di vista stilistico: manca un filo conduttore, un’impronta stilistica tra le sequenze. Sembra fatto da dodici registi differenti che hanno lavorato a trame diverse.
Nemmeno Gyllenhaal, Rene Russo, Toni Collette, Tom Sturridge e John Malkovich riescono a far sì che questo film sia memorabile. Arrivare ai titoli di coda è difficile. Sopratutto se per la gran parte della visione ci si continua a domandare due cose: “perché” e “dunque?”.
Un’occasione persa, persissima. Specialmente per un cast del genere.

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