‘Maniac’: il labirinto dei relitti – recensione

Maniac è quella serie che persone paranoiche, persone affette da turbe mentali e persone estremamente critiche nei confronti di se stesse non dovrebbero mai vedere.

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La miniserie americana prodotta da Netflix non è un prodotto originale, ma è ripresa da una comedy norvegese in bianco e nero che racconta delle allucinazioni di un uomo rinchiuso in un reparto psichiatrico. La storia di Maniac, invece, firmata da Cary Fukunaga, non è in bianco e nero, non è ambientata in un reparto di psichiatria e non è neanche una comedy.
Maniac si distingue da tutte le altre serie-tv perché non ha solo un genere: muovendosi tra scenografie sempre diverse, registri stilistici sempre diversi e cambiando addirittura genere di episodio in episodio senza mai stabilirsi su uno in particolare, Fukunaga riesce a trascinare lo spettatore in un percorso lungo e tortuoso come solo i labirinti della mente possono essere. Un percorso che spaventa, in cui ci si può perdere, ma dove alla fine Fukunaga riesce comunque a trovare il filo di Arianna con una consapevolezza diversa, che nulla sembra aver mosso ma che tutto ha cambiato. Il regista ci accompagna in una vera e propria catarsi personale.

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Fukunaga è un regista e sceneggiatore che vive il nostro tempo. Lo sente, lo respira, ne ha paura. Ce lo aveva già detto con la prima e insuperabile stagione di True Detective e ce lo riconferma firmando l’ultimo lavoro di Netflix. È un regista da grande schermo con un’attenzione maniacale per i dettagli: l’occhio vuole la sua parte nei lavori di Fukunaga, e Maniac non è da meno. Egli lavora sulla scenografia, sui giochi di macchina, sulle illuminazioni; tutto è indirizzato a svelare la fragilità e la complessità della nostra mente. Non da meno, Fukunaga firma la sceneggiatura con Patrick Somerville, che aveva già scritto quel capolavoro di The Leftovers.
Maniac sembra ambientato in un futuro prossimo e distopico: è un futuro come lo immaginavano negli anni ’80, e infatti i riferimenti non sono pochi (Netflix ci sta abituando a questo continuo revival, da Strangers Things all’ultima puntata di Black Mirror). I due autori ci presentano un mondo alienato e alienante in cui la società capitalistica sembra aver mangiato l’ultima briciola di umanità rimasta. La tecnologia è spaventosa, di facile consumo, e si manifesta come un’applicazione per affittare gli amici o in forma di realtà virtuale per soddisfare i propri desideri sessuali. 

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In questo scenario si fanno spazio a morsi e gomitate i due protagonisti: Owen (Jonah Hill) e Annie (Emma Stone). Se nero su bianco questi due attori sembrano cozzare, sullo schermo esplodono e ci propongono due delle interpretazioni più riuscite della loro carriera fino a oggi. Le prime due puntate sono dedicate alla loro backstory e alle motivazioni che portano Owen e Annie a sottoporsi a un esperimento in laboratorio; è proprio qui, infatti, che i due si conoscono – e non senza attriti. Da subito capiamo che entrambi sono qualcosa che non può, non vuole e non riesce a uscire fuori; si tratta di due personaggi totalmente opposti ma accomunati da un’enorme fragilità di fondo, una fragilità che tutti conosciamo ma a cui non riusciamo a dare un nome perché ci fa paura, ci spaventa. La stessa paura che caratterizza tutti i figli di questa generazione sempre più alienante che si perde nella rete del proprio pensiero.
Owen è paranoico e crede di essere il prescelto che salverà il mondo (una missione che può portare a termine solo grazie all’aiuto di una compagna). Il personaggio di Jonah Hill è schiacciato dal peso della sua famiglia borghese che gli chiede di mentire per salvare il fratello dal carcere e dalle apparenze. Annie invece porta con sé una cicatrice profonda che cerca perennemente di mascherare con le sue dipendenze, specie quella dalla pasticca A, che le permette di rivivere gli ultimi momenti prima della morte della sorella.

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I protagonisti si ritrovano così in questo esperimento farmaceutico composto da tre fasi, durante le quali dovranno ingerire tre pillole diverse. Gli effetti di queste pillole saranno analizzati dal “mega-computer più sofisticato mai creato: la GRTA”, che identifica, traccia e confronta la programmazione del loro cervello. La pillola A corrisponde alla fase diagnostica, quando vengono portati in superficie i peggiori momenti della propria vita (e serve a dare un’impostazione per la decodifica della fase B e C). La pillola B riesce a identificare i meccanismi di autodifesa, i punti ciechi e i muri che ogni mente crea per nascondersi dalla consapevolezza di noi stessi. La pillola C, infine, si occupa del conflitto e dell’accettazione. L’esperimento promette una rinascita rielaborando un sistema più efficiente fatto su misura con circuiti neurali sani. In questo modo accompagneremo i protagonisti attraverso tutte e tre le fasi (insieme al dottor James K. Mantleray – Justin Theroux – e alla dottoressa Azumi Fujita – Sonoya Mizuno), fino a una presunta e temuta rinascita.

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Maniac è geniale perché permette di addentrarci in un dedalo misterioso attraverso la creazione di tanti mondi possibili quante sono le possibilità di immaginarseli. Con questa serie iniziamo un viaggio in cui tutto può essere inaspettato, in cui a cambiare è la durata stessa degli episodi. Fukunaga lancia una sfida a se stesso e, tenendo saldo l’obiettivo finale, affronta con coraggio un intero spettro di generi rimanendo fedele ai tecnicismi e alle caratteristiche che ogni genere richiede. Tra un episodio fantasy e un episodio noir conosceremo meglio i personaggi, addentrandoci nei meandri della loro mente.
Maniac è sicuramente un prodotto che vale e lava via le critiche che minimizzano le produzioni Netflix etichettandole come tutte uguali ed edulcorate; è una serie a cui non siamo abituati e che probabilmente non ci meritiamo, ma questa è un’altra storia. Tra il complesso di Edipo, l’inconscio e l’interpretazione dei sogni, i riferimenti alla psicoanalisi e a Freud si sprecano. Pur non simpatizzando per questa branca della psicologia e tollerando a malapena Freud e i suoi studi su Leonardo, ho trovato comunque Maniac molto soddisfacente, anche perché gli sceneggiatori riescono a coprire bene i buchi derivati dall’estremizzazione di questa materia.

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La serie porta con sé inevitabili riflessioni riguardo l’uomo e la società, le tecnologie, gli sviluppi di una disciplina giovane come la psicologia, la morte e la rinascita, l’analisi di coscienza. Personalmente, mi sono soffermata soprattutto sulla volontà di affrontare i problemi in one-shot: siamo veloci, viviamo veloci e moriamo altrettanto veloci. Ci stiamo indirizzando verso una società tesa a sopperire ai drammi senza mai volerli affrontare, senza mai voler arrivare al nocciolo del problema. Oggi la psicologia cognitivo comportamentale caratterizza il panorama statunitense e si basa sulla risoluzione dei fenomeni psicologici in modo concreto e a breve termine. In un mondo orientato sempre di più alla fruizione della cura così velocemente, da che parte vogliamo stare?
Maniac ci offre un orizzonte di riflessione molto ampio, in cui i deboli, i reietti, gli spaiati devono venire a patti con loro stessi. Owen e Annie sono solo i capostipiti di problemi molto più grandi che riguardano ognuno di noi: abbandonati a se stessi e ai loro problemi, troveranno la pace solo nelle connessioni umane, oppure sopperiranno al dolore. Ci ripetono continuamente che la vita è una corsa ad ostacoli, che basta superarli per riuscire a sopravvivere, e che non bisogna mai guardarsi indietro. Ma siamo davvero sicuri che questa sia la strada giusta? E se invece a un certo punto ci fermassimo e ci guardassimo intorno?
La verità è che abbiamo paura di guardare indietro perché a volte i problemi li superiamo senza affrontarli davvero, e quelli che non abbiamo affrontato si sono nascosti proprio in quei punti ciechi di cui parla Maniac: la radice di un ostacolo che un giorno ci ritroveremo davanti.

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