FELIX WHITE (non) È MORTO – cronologia fantasma dell’ultimo anno

È passato un anno dall’ultimo articolo pubblicato su questo blog. Lo so, è successo di nuovo: pensavo che la “pausa” sarebbe durata un paio di mesi, al massimo, e invece mi ritrovo a dover annunciare la mia rinascita dalle ceneri come ogni volta che, per una ragione o un’altra, “ho abbandonato” per qualche tempo il blog.
A mia discolpa, posso dire che il 2018 è stato un anno molto sudato: sono successe tantissime cose, perlopiù belle, e nonostante non mi piaccia mai parlare di me in questo blog, ho pensato che mi avrebbe fatto piacere racchiudere tutto quello che è successo nell’ultimo anno in un articolo; così, anche per inaugurare al meglio questa nuova stagione di articoli che spero possa funzionare meglio di tutte le altre.
Ma iniziamo dal principio.
Quando scrissi l’ultimo articolo ero semi-obeso, senza una laurea e con i piedi nella fossa di una relazione malata e morbosa. Adesso, a distanza di un anno, posso dire di aver raggiunto tre degli obiettivi che agognavo di più da anni.
È cominciato tutto quando mi sono lasciato, a fine aprile. Gli ultimi tre anni passati qui a Bologna sono stati, tutto sommato, una vera merda, a causa principalmente di una relazione che, anziché far stare bene entrambi, causava a me e al mio ex un continuo malessere, e nessuno dei due, nonostante ci avessimo provato più e più volte, sembrava riuscire ad allontanarsi. Poi, un giorno, dopo che ci eravamo lasciati per l’ennesima volta – ma nella pratica continuavamo a vederci – il mio ex mi disse di aver conosciuto un ragazzo con cui era diventato amico. Naturalmente non ci cascai e iniziai a sospettare sin da subito che non si vedevano solo come amici; avevo ragione. Oggi io sono felicemente single, mentre il mio ex è fidanzato con lo stesso ragazzo con cui aveva iniziato a frequentarsi quando stavamo ancora trovando una soluzione efficiente per chiudere la nostra storia una volta per tutte.
Non finì bene (oggi continuiamo a sentirci e a vederci, ogni tanto, ma questa è un’altra storia). In quel momento, comunque, non appena avevo capito che c’era qualcosa di più tra loro, decisi subito di approfittarne per staccarmi da lui, anche alla luce di scoperte non troppo piacevoli che feci grazie a terzi sul suo comportamento durante la relazione.
Ma non è questo il punto. Il punto è che dopo circa due anni e mezzo ero riuscito ad allontanarmi da una persona che non faceva altro che farmi stare male (e usando questo eufemismo non voglio colpevolizzare solo lui; anche se la quasi totalità delle ragioni per cui il nostro rapporto è fallito sin dai primi mesi dipende da lui, non c’era comunque nessuno che mi puntava una pistola alla tempia, per cui quello che mi rimane e con cui dovrò imparare a convivere è solo il groviglio di sensi di colpa nei confronti di me stesso). In ogni caso, quel ragazzo che il mio ex conobbe in quel periodo fu, per ovvie ragioni, un’altra pugnalata alle spalle; fece male, perché arrivò in profondità, fino al cuore, e io passai inevitabilmente un brutto periodo. Nonostante ciò, adesso, dopo tanti mesi (mesi che sembrano anni), non ci penserei un attimo ad abbracciare quel ragazzo per colpa del quale perdetti il mio ex, perché è anche e soprattutto grazie a lui se io sono riuscito a sbloccarmi e a ritrovare me stesso dopo tanto tempo.
La verità è che io e il mio ex ragazzo eravamo assuefatti al marcio della nostra relazione. Ormai il dolore e il malessere erano solo due costanti da considerare ogni volta che ci vedevamo; d’altronde, tuttavia, l’amore era l’unica cosa che ci teneva ancora uniti – talmente forte da attaccare due cuori spezzati come i nostri che faticavano a stare lontani. Serviva l’aiuto di qualcuno: avevamo bisogno di una persona che non fossimo noi, per aiutarci a capire cosa ci stessimo perdendo e per uscire dalle sabbie mobili in cui eravamo sepolti da tempo, ormai, senza possibilità di salvezza.
Da quel momento, fu una strada in salita. Ma non importa: il fatto che ci fosse una strada era già tanto, perché fino ad allora non avevo visto niente davanti a me; stavo talmente male che l’unica soluzione possibile che riuscivo a contemplare era andarmene, scappare lontano, ma non in un’altra città: in un’altra nazione. All’inizio dell’anno scorso volevo andarmene in Canada, dopo la laurea; poi a Torino, a continuare la magistrale; infine ho deciso di restare a Bologna, a studiare, perché una delle consapevolezze più difficili che sono riuscito a comprendere dopo quella rottura è stata che potevo ancora stare bene, a Bologna. Che il mio tempo non era ancora finito, in quella città.
Che, se volevo, potevo ancora essere felice.

Lasciarmi è stato il primo grande passo verso la riconquista di me stesso. Purtroppo in tutti questi anni mi ero totalmente lasciato andare: non mi guardavo più allo specchio, non avevo più uno stralcio di stima o sicurezza nei confronti di me stesso; non uscivo più, non mi divertivo più, avevo perso qualsiasi legame che tenesse uniti tutti i pezzi di me. Non ero altro che un relitto scomposto che andava avanti a fatica e per inerzia.
Ma dopo il brutto periodo all’inizio della rottura – e il primo affacciarsi di un’altra delle consapevolezze più belle che esista, quella, cioè, che se avessi imparato a volermi bene, non sarei stato mai del tutto solo – è andato subito meglio. Purtroppo non mi posso prendere il merito di avercela fatta da solo, perché se non fosse arrivata un’altra persona a sconvolgere l’equilibrio e a ricordarmi che potevo ancora stare bene, non so se adesso sarei qui a raccontare queste cose.
Tuttavia, posso comunque dire di avercela messa tutta, una volta che avevo iniziato a vedere la luce. Posso dire di aver cavalcato quell’onda che stavo aspettando da anni, senza indugiare. Posso dire di aver usato tutte le mie forze – ogni briciolo di energia – per sfruttare quella spinta che mi aveva dato il destino per uscire da quella situazione e riemergere dal fango in cui ero impantanato e trasformarlo in una bellissima pozzanghera in cui potermi specchiare senza paura.
Da quel momento, infatti, anche a fronte di tutti i chili che avevo preso da quando avevo smesso di lavorare, decisi di iscrivermi per la terza volta in palestra. Dopo due tentativi falliti, ero scoraggiato; ma uscire da quella relazione e respirare per la prima volta dopo tanto tempo l’aria dell’indipendenza e della solitudine mi permise di buttarmi a capofitto nell’esercizio fisico con la carica di mille leoni. Infatti probabilmente non consiglierei mai a nessuno di seguire il metodo grazie al quale sono riuscito a perdere venti chili nell’arco di quattro mesi, ma alla fine ne è valsa la pena.
Perché a settembre, già solo dopo tre mesi dalla rottura col mio ex, la gente, quando mi vedeva o sentiva al telefono, diceva, sorpresa: “sembri un’altra persona”.
E nessuno avrebbe potuto farmi complimento migliore, in quel momento.

La prima parte della mia storia finisce qui. Non voglio dilungarmi troppo, sia perché devo imparare a gestire la mia prolissità, sia perché se già non mi piace parlare di me, ancor di meno mi piace parlare così tanto di me.
Comunque, dopo la riconquista della mia emancipazione, sono riuscito a raggiungere un’altra tappa fondamentale del mio percorso: la laurea. È stato un anno molto sudato, dicevo, perché avevo deciso che entro ottobre mi sarei laureato a qualunque costo, così almeno avrei potuto iniziare la magistrale senza perdere un altro anno. E così è stato, alla fine: mi sono rimboccato le maniche, ho dato esami ogni mese, e quando non mi ammazzavo in palestra mi ammazzavo sulle pagine dei libri (scherzo, penso di non aver mai passato più di quattro ore al giorno a studiare, ma non perché sia un genio, perché that’s DAMS, bitch). Insomma, neanch’io pensavo che ce l’avrei mai fatta, ma mi sono dovuto ricredere: ho scritto una tesi di cui vado particolarmente fiero (che spero possiate leggere presto da qualche parte), ho superato la fatidica proclamazione in presenza dei genitori umbri venuti da giù con tanto di furgone stile immigrati messicani e mi sono iscritto alla magistrale, il CITEM, che sto imparando a conoscere e apprezzare.
L’altro grande traguardo, come dicevo, è stato riuscire finalmente – dopo anni che ci provavo – a dimagrire. Uno degli ultimi articoli che avevo pubblicato si intitola Lettera aperta al mio stomaco, e ogni volta che lo leggo fa male: fa male perché quel ragazzo semi-obeso che si odia e che vorrebbe impugnare le forbici per tagliare il grasso in eccesso non se n’è andato, e forse non se andrà mai.
Sono riuscito a dimagrire, sì, ma non ho ancora vinto la mia guerra contro il cibo. Per quello ci vorrà del tempo, molto più di qualche mese. Ma per adesso, almeno, posso dire di stare bene: riesco a guardarmi allo specchio senza trattenere il respiro, ho riacquisito fiducia in me stesso e auto-stima; insomma, ho ripreso a volermi bene. Sia nello spirito che nel fisico. Ma di questo forse parlerò meglio in un altro articolo.
Quello che mi premeva dire, adesso, è che nonostante abbia raggiunto tanti obiettivi – alcuni dei quali anche piuttosto importanti – non mi sento ancora realizzato. Perché quello che ho conquistato, quello che sono diventato, è solo l’inizio.
Per giorni mi sono detto che ero fiero di me stesso, perché dopo tutto quello che ho passato, dopo lo schifo da cui sono uscito, dopo tutto il male che sono riuscito a estirpare dal mio corpo e dalla mia mente, me lo meritavo, di dirlo. Me lo meritavo eccome, cazzo.
Ma adesso il tempo delle auto-celebrazioni è finito. Adesso bisogna rimettersi in pista e continuare a correre, senza fermarsi. È inutile dire che, anche se adesso sto bene, devo ancora fare i conti con i demoni del passato che si sono annidati come un nido di vespe nel mio bellissimo armadio fatto di scheletri, talmente pieno che a stento riesco a distinguerli; ma non importa. Prima o poi, con il tempo, imparerò a convivere con ognuno di essi, senza che essi possano più influenzarmi, o farmi male.

E adesso mi rivolgo a te: a te, sì, a te che stai leggendo queste parole. Se la tua vita non ti piace, se c’è qualcosa che ti fa stare male, se c’è qualcosa che vorresti cambiare, tieni duro: non è detto che le cose resteranno così per sempre. Io ero perso, totalmente perso, allo sbando, senza meta, senza il minimo spiraglio di luce: ma un giorno la ruota ha iniziato a girare anche per me, nonostante in quel periodo non avessi ancora capito la portata di tutto e, anzi, stavo ancora male. Una delle cose più belle della vita è la sua imprevedibilità: ci sono le stesse probabilità che una cosa che sta andando bene si guasti all’improvviso e che una cosa che sta andando male si aggiusti. Nessuno di noi può sapere cosa ci riserva il futuro. Io, all’inizio dell’anno scorso, mi davo per spacciato: non vedevo vie d’uscita, non vedevo cambiamenti in arrivo. Era tutto uguale a quello che era sempre stato: una merda. E invece tutto questo è successo, e sono fottutamente orgoglioso di dire di aver passato un anno meraviglioso e pieno di sorprese. C’è voluto del tempo, ho aspettato tanto, ma non per essere felice: per stare bene; e alla fine ci sono riuscito. E adesso sono qui, a urlare ai quattro venti di non perdere mai la speranza, perché il cambiamento potrebbe essere dietro l’angolo.
L’unica cosa che vi sprono a fare è cogliere al volo l’occasione, se vi dovesse bussare alla porta. Non fate finta di niente, non ignoratela, non vi nascondete: anche se vi potrebbe sembrare di vivere in mezzo a un mare in tempesta, su una zattera fatiscente e senza provviste, aspettate, perché l’onda giusta, quella che potrebbe travolgervi, farvi perdere il fiato e farvi credere che sia tutto finito catapultandovi invece mille miglia lontano da quella zattera e salvandovi la vita, potrebbe arrivare in qualunque momento.
E magari vi risveglierete in un’isola diversa da quella da cui eravate partiti. Magari potreste trovare una nuova casa. Ed essere felici.

Non mollate.
Tenete duro.
Combattete.
Ogni giorno.

Filippo

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