Caro stomaco,
scusa per tutta la merda che ti ho obbligato a digerire. Noi saremmo dovuti essere amici, migliori amici, invece io ti ho trattato come il mio peggior nemico. Ti ho dato cose che ti hanno fatto stare male, solo per appagare per un istante la mia gola. Anche se sapevo che era sbagliato, io l’ho fatto lo stesso. Perché non mi importava di vederti felice. Non volevo privarmi di qualcosa che mi piaceva, anche se questo significava farti del male. Sono stato egoista. E stupido. Gli amici non si comportano così. Ma io e te abbiamo sempre avuto un rapporto speciale: non siamo quel tipo di amici che si supportano l’un l’altro, se mai esistano. Siamo più quel tipo di amici che si odiano e si vogliono bene allo stesso tempo. Che non possono fare a meno l’uno dell’altro, ma allo stesso tempo se ne fregano e pensano solo al proprio interesse. Io e te abbiamo molte cose in comune; a partire dallo stesso corpo. Ma a volte non basta avere delle cose in comune per andare d’accordo. Non basta neanche condividere la stessa casa. Noi siamo come una di quelle famiglie dove non si parla: tutti vivono sotto lo stesso tetto, eppure è come se non si conoscessero. Si vogliono bene, ma non comunicano tra di loro, non si fanno domande, non si chiedono come stanno. Forse il mio sbaglio è stato questo: non chiederti mai come stavi. Perché anche se ti sentivo piangere, preferivo non ascoltarti e farmi i cazzi miei. Preferivo continuare a ingozzarmi di schifezze fino a farti esplodere, perché mi piaceva; perché in quel momento era l’unica cosa che mi faceva stare bene. Per questo ti chiedo scusa. Se ti avessi ascoltato, non sarei quello che sono ora. Non mi odierei, se ti avessi ascoltato. Non mi farebbe così schifo guardarmi allo specchio, e non penserei di prendere in mano un paio di forbici per tagliare via l’eccesso di grasso dal mio corpo. Perché ho commesso tanti errori, lo so, me ne rendo conto. E adesso mi mangio le mani; non c’è niente che io possa fare, se non chiederti scusa. E l’unico motivo per cui sto scrivendo questa lettera è proprio questo: chiederti scusa. Per ricominciare. Non è stata colpa mia, lo giuro: non era solo piacere, quello che provavo mentre ti facevo male: si trattava di cercare di colmare un vuoto che solo il cibo poteva fare. Sono successe cose brutte nella mia vita, cose che tu non sai e non puoi sapere. Ma credimi quando ti dico che non è stata colpa mia. Non ho voluto io questa situazione: non ho mai desirato lievitare come una torta e odiarmi per questo. Non ho mai desiderato stringere le mie cosce fino a penetrare la carne con le unghie perché mi fanno schifo. E non ho mai desiderato vivere all’ombra della mia stessa insicurezza perché mi sento brutto, grasso, e invece tutti quelli che vedo sono così magri. Perfino quelli che hanno più forme di me stanno bene con le loro forme. Ma non io. No. Io mi faccio schifo: non ci sono mezzi termini per dirlo. Mi faccio schifo e basta. Ogni volta che mi guardo allo specchio e vedo quel mostro deforme che mi fissa; ogni volta che mi siedo e sento i rotoli che si formano in ogni parte del corpo; ogni volta che faccio sesso e mi sento pesante, ingombrante, scomodo; ogni volta che mi devo spogliare e mi sento così a disagio, fuori posto, sbagliato. È brutto vivere in un corpo che non ti senti tuo, soprattutto dopo che le hai provate tutte. E cazzo, se le ho provate tutte. Ho scaricato applicazioni, ho pagato per una palestra dove non sono mai andato, ho comprato vestiti per andare a correre che non ho mai usato, ho digiunato, ho provato a vomitare, ho provato a parlarne con qualcuno, ho provato a fare la cosa più difficile del mondo, accettarmi, e comunque non è servito a un cazzo. Perché ogni cazzo di volta che ci provavo finiva allo stesso modo, con me che mi infilavo in bocca la prima cosa che mi capitasse, e poi ancora, e ancora, e ancora, e ancora, e ancora. Ho capito di soffrire di un disturbo, ma la situazione non è migliorata. Forse perché ho sempre provato a farcela da solo, sottostimando il problema e la sua natura; ma non mi va di spendere soldi e andare da qualcuno solo per sentirmi dire cose che già so. E lo so che è sbagliato, perché ci sono persone che studiano anni per dirti cose che sai già, perché lo fanno in un modo diverso, ma io sono troppo testardo per farmi aiutare da qualcuno. Anzi: per accettare che ho bisogno di aiuto. Nella mia vita ho sempre superato tutto da solo, e se da una parte questo ti aiuta a crescere, a conoscerti, a maturare le tue responsabilità, dall’altra ti insegna anche a fare a meno degli altri. E alla fine pensi di poter risolvere tutto da solo, ma non è così. A volte solo grazie all’aiuto di qualcuno che non sia te stesso puoi risolvere i tuoi problemi. E io sono qui, oltre a chiederti scusa, anche per chiederti aiuto. Sì, lo so che non esisti davvero, o meglio, che sei solo una parte autonoma di me stesso priva di coscienza, e so anche che chiedere aiuto a te equivale pur sempre a chiederlo a me stesso, ma io voglio provarci. Voglio provare a parlare a quella parte di me che ho sempre snobbato, cominciando con il chiedere scusa. Perché se c’è qualcuno a cui fatto male ingozzandomi di cibo sono solo io; nessun altro se non me stesso. In quei momenti, quando perdevo la ragione, la lucidità, e volevo solo riempirti per sentire qualcosa, non capivo che mi stavo facendo del male. O meglio, lo sapevo, ma era come se non me ne fregasse niente. Come se il dolore in quei momenti fosse stato talmente grande da coprirlo con valanghe e valanghe di cibo. Ma non deve essere così. È vero quello che dicono, che il corpo è il tuo tempio. Tu sei il dio di te stesso, e non puoi bestemmiarti da solo, perché non ha senso. Non ha nessun cazzo di senso farti del male, altrimenti fai prima a ucciderti. Ma se non lo fai e continui a combattere nonostante sai di essere scisso in due, di non volerti così bene, di tendere all’autodistruzione, allora è perché hai ancora un po’ di speranza. E quella speranza non può spegnersi, altrimenti è finita per sempre. Scusami se ti ho tediato, ma avevo proprio bisogno di sfogarmi. E tu sei l’unico che mi potesse davvero capirmi, perché tu hai assistito dal primo giorno che ho deciso di sabotarmi dall’interno. Tu sei quello a cui ho fatto più male; sei la vittima di me stesso. Proverò a essere una persona migliore, lo giuro. Lo farò per entrambi, ma soprattutto per me: scusami, ma sono pur sempre egoista.
Tu mi conosci.

Filippo

Scritto da Felix White

Sono uno scrittore che non punta alle stelle, ma ai buchi neri.

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