The Experiment, confronto tra i film: qual è il migliore?

Nel 2001 si affaccia nei cinema tedeschi il film d’esordio di Oliver Hirschbiegel: Das Experiment, basato sul libro Black Box di Mario Giordano, che a sua volta è basato sulla storia vera di un esperimento condotto nel 1971 dallo psicologo statunitense Philip Zimbardo.
Il film non passa inosservato, tanto che nel 2010 l’America si dà da fare per sfornare, grazie a Paul Scheuring, il remake dall’omonimo titolo, che vede la partecipazione di un ottimo cast capitanato da Forest Whitaker (premio Oscar 2007), Adrien Brody (premio Oscar 2003) e Cam Gigandet, che non ha mai vinto un Oscar ma resta comunque un bel vedere.
Entrambi i film sono ispirati alla stessa storia, ma si limitano a ricavarne il soggetto perché, forse per cercare di rendere più maturi i toni del film, cambiano alcuni elementi di contorno, tra cui l’età dei protagonisti e il contesto.
È la volta quindi di Effetto Lucifero (The Stanford Prison Experiment), film del 2015 diretto dall’americano Kyle Patrick Alvarez che anziché proporre un secondo remake tenta di ricostruire la vicenda attendendosi il più possibile ai fatti storici e servendosi di un giovane cast noto perlopiù alla generazione filmica e telefilmica dei teen drama.
Io non avevo mai visto nessuno dei tre film, e incuriosito dal tema li ho recuperati a distanza di poco tempo l’uno dall’altro. Non sapendo quale scegliere, infatti, ho deciso di vedermeli tutti, per avere un panorama completo e capire quale poter consigliare a un neofita che non vorrebbe vedere lo stesso film tre volte.
Così sono giunto a una conclusione.

Il primo film in ordine cronologico è stato apprezzato sia dal pubblico che dalla critica. Ma questo perché all’epoca non c’erano altre versioni con cui confrontarlo. Nella scaletta in cui li ho visti io, questo è stato l’ultimo: sono infatti partito dal più recente per andare poi a ritroso nel tempo e nelle origini.
Ho cercato di analizzarli uno per uno seguendo i soliti criteri con cui si analizza un film, soffermandomi però su certi aspetti quali cast, regia e sceneggiatura; bisogna ammettere che nessuno dei tre ha mancato le aspettative.
Il protagonista di Das Experiment dimostra di saper reggere benissimo il film, che punta molto – quasi tutto – sulla sua performance. Per quanto riguarda gli altri aspetti, confesso che dal punto di vista dell’azione espressiva e dinamica di un film tedesco dei primi anni 2000 mi aspettavo di più: di sicuro il doppiaggio raffazzonato ha contribuito a smorzare l’atmosfera del film, ma non può essere solo questo.
Rispetto agli altri film, Das Experiment si colloca senza dubbio al primo posto per quanto riguarda la violenza e l’impatto visivo, ma lo fa restando comunque nella comfort zone, senza provare a osare, insomma, ma mostrandosi solo per quello che è, con i suoi pregi (un’ottima fotografia e regia) e difetti (una sceneggiatura a volte piatta che lascia il tempo che trova).

L’esperimento di remake, invece, non trova conferma nel luogo comune dei remake americani. Seppur debole in alcuni punti rispetto all’originale, grazie a un cast compatto e dinamico The Experiment risulta un tentativo riuscito di riproporre un film europeo a un tipo di pubblico diverso, più incline alla storia d’amore (che compromette in modo bizzarro i toni del film) e alla risoluzione plateale degli atti. Il cardine di questo film va ritrovato ancora una volta nel cast, dove possiamo ammirare un Adrien Brody in forma smagliante e un Forest Whitaker che contribuisce in modo determinante al risultato. Al contrario del solito lavoro dei remake, qui il senso metafisico prevale quasi sull’azione, facendoci gustare una versione simile ma allo stesso alternativa del film di Hirschbiegel.
Tuttavia, se nel primo film ci siamo fatti ammaliare da un attore che non avevamo mai visto, resta il dubbio se, con un cast meno conosciuto, questo remake avesse funzionato lo stesso.

Ultimo ma non meno importante, l’unico film tra tutti che prova a rimanere fedele alla storia originale. The Stanford Prison Experiment è stato il primo che ho visto, e devo dire che, nonostante avesse dalla sua il vantaggio della sorpresa, non mi ha colpito in modo particolare. Forse avendo scelto la strada della realtà storica ha avuto meno possibilità di sperimentare; forse la scelta di un cast conosciuto (che rendesse il film fruibile a uno spettatore di età media) ma allo stesso tempo, a parte qualche eccezione (Ezra Miller tra tutti), che non fa faville, anzi, che addirittura in alcuni punti indebolisce il film, ha influenzato più del dovuto; forse l’eccessiva lunghezza caratterizzata da una presenza distinta di tempi morti ha giocato la sua parte. Ci sono dei momenti in cui effettivamente seguire il film non è stato facile, nonostante il tema e il cast.
Tuttavia, se vogliamo analizzarlo da un punto di vista meno pragmatico, non possiamo negare che l’introspezione e la profondità dei personaggi siano stati lavorati bene.
Una caratteristica da non sottovalutare.

Insomma, ogni film presenta punti deboli e punti di forza. Alcuni passaggi chiave della trama si ritrovano, altri si perdono. La forza del cast a volte finisce nelle mani dei detenuti, altre nelle mani dei carcerieri. L’unico filo conduttore a parte la trama sembra quasi essere un esplicito erotismo maschile che passa la palla ai vari protagonisti dei film, trovando l’apogeo nello sguardo profondo e nel naso aquilino di Adrien Brody. Difficile quindi provare a stilare una classifica.
Ma nella premessa avevo dichiarato che avrei trovato un vincitore, e così sia.

Se dovessi consigliare di vedere uno di questi tre film a qualcuno, proporrei l’ultimo, il più recente: The Stanford Prison Experiment. Questo perché, a mio avviso, gli altri due, nel tentativo di sviscerare un soggetto attraverso una forte critica verso il potere corrotto dal potere stesso, dimenticano di soffermarsi sull’altra parte della bilancia: la fragilità dell’essere umano. Spogliando (letteralmente) i personaggi e la storia di qualsiasi orpello narrativo e/o stilistico, l’ultimo film, nonostante tutti i suoi difetti, riesce a inquadrare bene la vicenda all’interno di un contesto verosimile e lascia sempre l’attenzione dello spettatore sulle vittime e sui carnefici, senza manomettere la veridicità dei fatti o distraendolo con inutili storie d’amore che o hanno poca funzionalità agli scopi della trama, o ne hanno troppa.
Il film di Alvarez si colloca pertanto nel giusto equilibrio tra un film con un messaggio e un film confezionato bene. O, almeno, prova a raccontare la storia per quello che è, senza provare a ingraziarsi lo spettatore medio che non vede l’ora di trovarsi di fronte qualche scazzottata, ma puntando più sul lato psicologico. Sulla sofferenza interiore, sulla psiche umana che molto spesso patisce più dolore del nostro fisico e ci rende schiavi, ancor prima che a farlo siano un paio di manette.

In ogni caso, non dovesse piacere, ricordatevi che c’è sempre un Adrien Brody mezzo nudo e incatenato che vi aspetta.

theexperiment

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