Nomen Omen: l’inizio della saga che sconvolgerà le regole del genere fantasy – recensione

NO SPOILER

Presentato all’ultima edizione del Lucca Comics & Games, Nomen Omen è un fumetto italiano urban fantasy edito da Panini e figlio di Marco Bucci e Jacopo Camagni (in arte Dronio). Il titolo è una locuzione latina che significa il nome è un presagio e deriva dalla credenza dei Romani che il destino di una persona fosse scritto nel suo nome.

La trama è semplice ma efficace: Becky è una giovane ragazza newyorkese acromata, cioè vede il mondo in bianco e nero. Alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, una creatura sovrannaturale le strappa il cuore, ma lei sopravvive come se niente fosse. Scoprirà presto di essere l’anello di congiunzione tra due mondi, e sarà l’inizio di un’avventura che la vedrà schierata contro le forze del male.

La storia viaggia su quelli che sono gli archetipi del fantasy (il protagonista ignaro del fato, il mentore, il rito di iniziazione), ma riesce a destreggiarsi tra i vari cliché del genere grazie alla capacità di unire il vecchio al nuovo: le leggende nordiche irlandesi si scontrano con i social network, le citazioni pop e le famiglie arcobaleno.
Non è facile prendere due mondi così lontani e dipingere una storia che pone le proprie basi sulla complementarietà degli opposti. Il fumetto è, difatti, perlopiù in bianco e nero (come vuole la tradizione italiana), riprendendo il punto di vista di Becky; tuttavia, ci sono parti colorate in cui il colore assume un significato preciso e diventa funzionale alla storia, ricalcando il modello classico del fumetto americano. I personaggi provengono dal mondo folkloristico, eppure sembrano usciti da Grindr e contano le visualizzazioni dei video su YouTube. Il sogno è un altro elemento chiave che gioca contro la realtà, scambiandosi continuamente ruolo e portandoci più volte a sbattere con le più arcaiche e primordiali domande insite nell’uomo.
Trascinare tematiche così profonde e attuali in una storia che affonda le sue radici in secoli e secoli di tradizioni orali e miti risulta naturale e tutto fuorché anacronistico. Il linguaggio funge da ponte tra i due mondi, quello del passato e del presente, adattandosi egregiamente ai personaggi e alle circostanze.

Insomma, Nomen Omen fonde una storia di formazione fantasy di vecchio stampo a elementi nuovi di stile e genere, trasformando l’opera in un shipshafter vivente dove ogni pagina è, oltre un tripudio visivo, una corsa mozzafiato. Il suo più grande pregio è quello di aver reso ancora più moderna (e in chiave dark) la più antica delle storie: la fiaba. Il primo capitolo della saga si pone come un’ouverture, un primo sguardo sulla protagonista (che, tra l’altro, dimostra subito di possedere carisma e spessore), un’introduzione alla magia e ai pericoli incombenti, ma ciò non compromette comunque la qualità dell’opera.

L’inizio della saga che sconvolgerà le regole del genere fantasy. 
Così è stato più volte battezzato questo gioiellino. Io per adesso posso solo confermare che il potenziale e le basi per permettersi una tale ambizione ci sono tutte.
Non ci resta che aspettare.

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