L’anno scorso ho trovato lavoro per la prima volta in una multinazionale di abbigliamento low-cost. Avevo un contratto a chiamata, e dopo solo tre mesi mi è stato offerto di diventare full-time per un anno. Un po’ indeciso a causa dell’università, ho accettato, diventando così un lavoratore a tutti gli effetti, uno di quelli che passa l’80% del proprio tempo a lavorare e il 20% a riposare. Tra alti e bassi, sono andato avanti fino all’ultimo giorno del mio contratto, il 31 ottobre. Loro erano già pronti a rinnovarmelo per un altro anno; io ero già pronto ad accettare. Lo davo quasi per scontato, ormai, che avrei continuato a lavorare: mantenersi da soli a ventitré anni è una bella sensazione, dopotutto. Ero convinto che avrei continuato per guadagnare quei soldi che in parte avrei speso e in parte risparmiato. Nella mia testa era chiaro: avrei accettato a occhi chiusi, poi, un giorno, se mi fossi stufato, me ne sarei andato e avrei ripreso in mano gli studi. Eppure la consapevolezza che se avessi accettato sarei rimasto incastrato nel sistema era troppo grande, a quanto pare: così, a pochi giorni dalla cessazione del contratto, ho deciso di non lavorare più.
Ancora è passato troppo poco tempo, ma so benissimo che quel giorno ho preso una delle decisioni più importanti della mia vita.

Se avessi accettato di continuare, probabilmente alla fine mi avrebbero proposto un contratto a tempo indeterminato. Io avrei accettato, perché nel 2017 sei un pazzo se non accetti l’indeterminato. Avrei continuato a vivere pagandomi tutto da solo; magari avrei finito per non riuscire più a risparmiare, però mi sarei potuto permettere qualche sfizio, ogni tanto, perché comunque lo stipendio è buono. Avrei senza dubbio mollato l’università, perché avrei finito per non crederci più; e poi mi sarei scocciato di pagare le tasse solo per portare quel macigno sulla schiena che anche se sei più o meno a posto con la coscienza perché lavori cinque giorni su sette ti fa sentire quegli ottanta/novanta chili in più.
Mi sarei trasferito in un monolocale, perché dopo un po’ la casa con i coinquilini comincia a stare stretta. Avrei concluso la mia vita da studente fuori sede e sarei diventato un lavoratore fuori sede, cioè un adulto. Avrei continuato a lavorare sognando le ferie solo per godermi un bel viaggio fuori dall’Italia, dove probabilmente avrei scialacquato lo stipendio di un mese. Sarei diventato grande presto, troppo presto, finché un giorno, consapevole di non avere più niente se non il lavoro e il tempo speso tramutato in oggetti e ricevute di bancomat, avrei accettato di crescere nell’azienda e farmi spostare di conseguenza nel primo buco di merda che avrebbero trovato.
Perché nella multinazionale funziona così: quando ti accorgi di aver passato gli ultimi cinque anni da commesso a fare sempre le stesse cose, quando ti accorgi che non ti è rimasto più niente da perdere, sei sulla soglia dei trenta e quindi è troppo tardi per provare, per rischiare, allora pensi che dopotutto non sarebbe così male crescere per cento euro in più in busta paga. Solo che se cresci, ti spostano. E la tua vita non sarà altro che accettare a testa bassa anno dopo anno le decisioni che gente più in alto prenderà per te. 
Perché per vivere bisogna lavorare.
Quindi va bene così.

Io ho detto no. Un giorno mi sono svegliato e ho avuto una specie di illuminazione: mi sono immaginato la mia vita se avessi accettato di lavorare per un altro anno; mi sono visto a trent’anni ancora a piegare le magliette, a litigare con le vecchie acide per il 3×2, a pulire la piscia di cane che qualche stronzo ha fatto finta di non vedere. Mi sono immaginato tutto questo e ho pensato che non ne valeva la pena. No: la mia vita vale più di un lavoro da commesso per una multinazionale di vestiti.
Certo, non è stato così difficile, dopotutto. Perché ho ventitré anni; perché sono ancora vittima dell’ingenua speranza adolescenziale che mi spinge a inseguire i miei sogni; perché ho l’università da finire; perché mi faceva così incazzare quel lavoro di merda. Però l’ho fatto: ho deciso di smettere di lamentarmi e (ri)prendere in mano la mia vita.
Anch’io ero uno di quelli che al lavoro si lamentava e non vedeva l’ora di finire di lavorare per lamentarsi ancora. Perché è questo che ti costringe a fare un lavoro che non ti merita: odiarlo, odiarlo al punto che odi te stesso, odiarlo al punto da farti rimpiangere il giorno che hai accettato di firmare il contratto.
Poi però arriva lo stipendio e tutto passa. La fatica, lo stress, la frustrazione, i problemi… tutto svanisce come per magia. Arrivano i soldi e arrivano i modi per dimenticare: arriva il cibo, arriva l’alcol, arriva la droga, arrivano le serate in discoteca. I primi giorni non ci pensi più, fino a quando, una volta pagato l’affitto, pagate le bollette, fatta la spesa e qualche regalo, i soldi cominciano a diminuire, e torna imperterrito il pensiero che devi andartene da quel posto il prima possibile. Però non sei ancora del tutto povero, quindi ti convinci a tenere duro, ad arrivare alla fine del mese, quando non ne puoi più di niente e di nessuno, quando non ne puoi più della gente ignorante e maleducata, quando non ne puoi più di sentirti svilito, annullato, stanco e mortificato per un lavoro dove devi fingere di essere stupido per tirare avanti.
Allora forse davvero è la volta buona che ti licenzi.
Ma poi arriva lo stipendio.

Capisco che sia di parte fare questo discorso per me che sono ancora così giovane, così ingenuo, così sognatore. Ma bisogna smetterla di lamentarsi e poi non fare mai un cazzo per cambiare le cose. Bisogna smetterla di essere così legati ai soldi; di avere paura di non sopravvivere, di non trovare nient’altro, di fallire.
C’è sempre qualcosa di meglio che ci aspetta.
Bisogna solo cercare.
Non è facile, lo so: ma in una realtà dove si può ottenere la disoccupazione anche se ci si licenzia da un indeterminato, dove si può viaggiare spendendo pochissimo e raggiungere in poche ore l’altro capo del mondo, o dove si può in qualsiasi momento, a qualsiasi età, riprendere in mano gli studi e laurearsi, le scuse non reggono più. Sono solo giustificazioni che ci diamo per sentirci a posto con la coscienza. Ci illudiamo che non possiamo trovare un altro lavoro, che, alla fine, forse fare gli schiavi per una multinazionale ce lo meritiamo; che siamo troppo vecchi, o troppo legati al nostro paese per cercare opportunità all’estero.
Ma sono tutte cazzate.
La verità è che ci fa comodo pensarla così. Perché in giro non c’è niente, perché comunque si guadagna bene, perché i colleghi sono brave persone, perché alla fine non è così male.
Invece sì.
Invece è male, anzi, terribile.

Non voglio sminuire il lavoro da commesso e concludere con la solita paternale a sfavore dei lavori considerati perlopiù di ripiego, ma è pur vero che non tutti meritiamo di piegare magliette o servire hamburger.
Ci sono persone senza sogni o ambizioni, senza passioni o interessi, che sono felici di fare i commessi. E va bene così: non c’è niente di male, non si tratta di accontentarsi, a volte, ma di sopravvivere. Perché ci sono persone che non aspirano ad altro.
Ma ci sono anche persone che invece hanno i cassetti pieni di sogni, che un tempo volevano fare qualcosa di grande e che sono state inghiottite da un sistema che le sfrutta. Persone che ogni mattina si svegliano e devono lottare contro le aspettative per il futuro che adesso vivono sotto il letto come un mostro, come una presenza inquietante che sta lì, in mezzo alla polvere, pronta a emergere all’improvviso e incombere minacciosa con i suoi sensi di colpa. Persone che hanno solo bisogno di credere di più in se stessi, solo bisogno di una piccola spinta, di qualcuno che gli ricordi com’era quando ancora gli piaceva sognare.
Io mi rivolgo a voi.
Non bisogna mai smettere di illudersi. Non è mai troppo tardi per mollare tutto e prendere il primo aereo last minute per ricominciare una nuova vita. Non è vero che fuggire non è mai una soluzione; a volte fuggire significa solo abbandonare quella vita che ci è rimasta stretta. D’altronde, fuggiamo sempre, continuamente, ogni giorno.
Bisogna solo imparare a farlo dalle cose giuste.

Scritto da Felix White

Sono uno scrittore che non punta alle stelle, ma ai buchi neri.

4 commenti

  1. Leggevo e scorreva la stima che ho sempre avuto nei tuoi confronti Fili..condivido in pieno il tuo pensiero,il tuo coraggio,la tua scelta..ti mando un abbraccio grandissimo.Desy

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