Ammettiamolo: nelle nostre teste riecheggia ancora Tik Tok, la mega hit prodotta da Dr.Luke per Kesha Serbert, in arte semplicemente Kesha. Da questo successo mondiale, il percorso artistico della cantante ha sempre dirottato verso un sound fortemente elettro-trash-pop stampa-soldi.
Sì, ho scritto dirottato. Nel 2014, dopo aver rilasciato i suoi tre album Animal, Cannibal e Warrior, Kesha ha accusato il producer Dr.Luke di stupro, violenza sessuale, manipolazione mentale e musicale, chiedendo alla Corte di Giustizia di annullare il contratto firmato con Sony che prevedeva la produzione di altri tre album con lui.
Se vi state chiedendo se la cantante americana abbia vinto la causa la risposta è nì, ma ciò non l’ha comunque fermata, anzi, dopo 4 anni si è rialzata e ha rilasciato il suo quarto album sotto un’altra casa discografica.

Kesha_Rainbow

Per capire Rainbow è necessario capire anche quello che Kesha ha passato negli ultimi tempi, poiché il mix di emozioni scoppia come una bomba fra i testi e le melodie di questo gioellino. In esso vi troviamo pezzoni rock, country e alcuni più soulful con i The Dap-Kings Horns, ma anche ballate più acustiche che danno spazio a chitarre nude.
Kesha è più matura, intima e sicura in questo record, ma se pensate che la vecchia lei sia scomparsa vi sbagliate: come afferma in Boots, lei è “just a rollin’ stoner on a roll“, significa che il suo approccio musicale ha subito una metamorfosi, ma lei è rimasta la stessa discotecara di sempre.

Il disco si apre con una ballata, Bastards, che non solo vuole distaccarsi dalle sonorità con cui ci ha sempre abituati la cantante, ma che funge anche da manifesto dell’album. Non credevo che Kesha potesse vendermi e sbattermi in faccia una canzone così carica di emozione: “don’t let the bastards get you down/ don’t let the assholes wear you out/ don’t let the mean girls take your crown” recita il ritornello, cantato in tono quasi affaticato ma allo stesso tempo consapevole e saggio.
La traccia si dissolve velocemente con la graffiante, rumorosa e punky Let ‘Em Talk, dove la sua voce autoritaria si sposa perfettamente con le chitarre e la batteria degli Eagles of Death Metal. Il risultato è un pezzo piuttosto rock pensato per una pop-diva, ma il ritornello melodico calza alla perfezione e riesce ad addolcire la base.
Woman stupisce con il ritmo jazz e i frizzanti sax dei Dap-Kings Horns. Il testo è costellato di cliché femministi, ma qui comunque traspare una Kesha che si diverte con la band al punto da lasciarsi scappare una risata nel bel mezzo della canzone.
La risonante Hymn, invece, è una di quelle canzoni che chiama in causa la generazione di giovani ribelli, con quel sapore di Lorde e un pizzico di capacità vocale in più.
E se fino adesso l’album è stato un climax di emozioni, Praying è lo spannung del disco. Le capacità vocali di Kesha che non vi aspettavate sono tutte racchiuse in questa power ballad che fa da lead single e che racchiude in sé la rabbia della battaglia legale contro Dr.Luke, e che, come ci dice in Learn to Let It Go e Rainbow, la canzone più flebile di tutto il progetto, sta finalmente imparando a dimenticare.

Da questa traccia in poi il mood dell’album cambia: Kesha parla di nuovi amori, vecchi amori, di Godzilla, un simpaticissimo pezzo acustico dove Kesha presenta la sua metà (metaforicamente chiamata come il mostro) alla madre che, spaventata, chiama la polizia. A mani basse, si tratta della traccia più intima del disco, anche se l’atmosfera sparisce all’istante con la nauseante Boogie Feet (anche il solo titolo è cringy), scandita da una martellante voce cheerleaderesca che fa da sfondo alle fragorose chitarre degli Eagles.
Adorabile il taglio fortemente country delle canzoni Hunt You Down e Old Flames, volgendo al termine con Spaceship che racconta di sentirsi alienati, convinti che un giorno verrà una navicella spaziale a portarci via.

Quest’album ha superato le mie aspettative: non immaginavo di ascoltare così tanti generi musicali di un’artista da cui, diciamocelo, ci si poteva aspettare di tutto tranne che testi carichi di passione e ritmi catchy ben prodotti. Anche ascoltando le canzoni peggiori, è veramente difficile non farsi ammaliare da questa versione aggiornata di Kesha, che rimane tipicamente discotecara ma allo stesso tempo si evolve verso una maturità musicale che spero di riconoscere nei suoi lavori futuri.

Voto: 7/10

Musica, videogiochi, cucina e glitter. Spoiler: youtuber

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