Qualche giorno fa mi ha scritto su Facebook un caro amico che mi segue da tempo. Mi ha scritto per una critica costruttiva sul mio libro, poi ne ha approfittato per confidarmi che gli mancano i miei vecchi articoli che scrivevo nell’altro blog, tra un’intervista e una recensione. Quelli contagiati dalla mia solita prolissità che mi dilettavo a scrivere di notte, che avevano l’aspetto di fulgidi soliloqui sul nulla, sulla vita, sulle esperienze, sulle minacce che ci ostacolano la strada.
Così mi sono messo a riflettere. È tanto che non scrivo quel genere di articoli. Per mandare avanti il blog sono costretto a pubblicare ogni tanto dei post sugli esordi musicali di artisti svedesi che sì, mi piacciono, ma che non sono mai stati pensati per far parte del corpus principale del blog. Quelli avrebbero dovuto costituire il contorno, dei tappa-buchi da scrivere tra un’elucubrazione e un’altra; invece sono finiti per essere gli unici argomenti che tratto nel blog.
Poi ho pensato al mio percorso di scrittura e ho constatato che la situazione non è migliore. Sì, ho pubblicato un libro su Amazon, ma è lo stesso libro che scrissi di getto a sedici anni. Non è niente di nuovo. Quello che ho fatto – e che sto tuttora facendo – è stato rileggere, correggere, modificare. Non ho più riempito il mio bagaglio di prosa: non mi ricordo quand’è stata l’ultima volta che ho scritto qualcosa.
Quindi mi sono chiesto: che cos’è successo? Cos’è cambiato da quando avevo una lista infinita che aggiornavo quotidianamente con tutte le idee da sviluppare per ipotetici romanzi o racconti? Dov’è finito quel ragazzino sognatore che passava i giorni a divorare i libri e le notti a riempire pagine bianche?

Nella mia vita ho sempre creduto che l’unica cosa a cui non avrei mai potuto rinunciare sarebbe stata la scrittura. Che anche dopo blocchi insuperabili, periodi di stress e periodi di svago, quella sarebbe stata l’unica stella luminosa che avrei trovato nel cielo più grigio fino alla morte.
Invece mi sto ricredendo. Di questo passo, a breve mi scorderò anche come decorare una frase con la giusta punteggiatura.
È il mio incubo.
Ma devo fare i conti con la realtà. Mi chiedo: perché sono arrivato a questo punto?
La risposta è più semplice di quanto sembri: perché sono cresciuto.
Sono diventato grande.
Ho pur sempre ventitré anni, eppure sono all’ultimo anno di università, faccio un lavoro full-time, ho un fidanzato e, nel tempo libero, oltre che riposare, coltivo un po’ di rapporti personali giusto per non ritrovarmi solo come un cane a sessant’anni.
Non è solo questione di tempo.
È questione di energie.
(A seguire un piccolo schema riassuntivo di una vita di merda che ho sempre desiderato inserire in un articolo.)
In una settimana di sono 168 ore. Considerando che, tra pause e pausine, per il lavoro se ne vanno almeno 48, ne rimangono 120. Un giovane adulto ha bisogno in media di otto ore al giorno per dormire, perciò se da 120 togliamo 56, che sono le ore di sonno in una settimana, rimangono 64 ore per vivere, cioè due giorni e mezzo della propria vita in cui si dovrebbe trovare il modo di coniugare colazione, pranzo, cena, studio, fidanzati, amici, famiglia, interessi, hobby, passioni, pulizie, riposo, cura di se stessi, passeggiate, esercizi, film, telefilm, libri, cultura, attualità e chi più ne ha più ne metta, anche se poi si finisce sempre per morire sul letto e passare le ore a fissare il soffitto.
Perché il lavoro stanca. Perché non rimangono briciole di energie – mentali e fisiche – per impegnarsi in qualcosa che non sia futile e fine a se stessa. Perché questa è la triste vita di un adulto: lavori, guadagni, spendi, muori.
Se fossi uno dei tanti uomini mediocri che si accontentano di tutto, a cui non frega niente di strappare quel cazzo di velo di Maya, probabilmente mi andrebbe bene così. Probabilmente non starei qui a lamentarmi di quanto sia triste crescere e diventare grande, perché non mi fregherebbe nulla del tempo perso, anzi, perché non mi fermerei neanche a riflettere.
Ma io sono migliore di così. Io ho una passione, la scrittura, mi reputo una persona creativa, in un certo senso artistica, perché scrivo, quindi produco arte (arte intesa come sollievo dell’anima). E proprio per questo non mi accontento.
Proprio per questo mi lamento, mi sfogo, mi dimeno.

Ho passato la vita ad andare controcorrente: quando gli altri mi dicevano che volevano tornare a essere piccoli per vivere senza problemi, io rispondevo che non mi è mai piaciuto essere piccolo, che ho sempre desiderato diventare grande, perché mi piaceva l’idea di essere indipendente e costruirmi la vita che volevo.
Adesso capisco che mi sbagliavo. Anch’io vorrei tornare a essere piccolo. Ma forse non per le stesse ragioni: vorrei tornare a essere piccolo per ritrovare me stesso.
Non sapevo che diventare grandi significasse questo. Non sapevo che lavorare significasse rinunciare a tutto quello che ami, perché in ogni caso non riuscirai più a farlo con lo stesso entusiasmo, la stessa carica, la stessa passione di una volta.
Così, da giovane in crisi esistenziale e in combutta con il mondo ma ancora con i propri ideali, sogni e ambizioni, mi sono ritrovato a sognare le ferie. I giorni liberi. A sognare, letteralmente, uno stralcio di tempo che mi permetta di coltivare, oltre che la mia stessa vita, i miei progetti, per poi conquistare la giornata di riposo tanto agognata e finire comunque a sguazzare nel nulla cosmico dato che non riesco a fare niente di utile e costruttivo.
Perché per scrivere bisogna avere energie. Non è come fare shopping o guardare un film: scrivere richiede uno sforzo mentale non indifferente, richiede concentrazione, oltre che tempo; richiede pazienza.
Ma tutto questo è impensabile se a ventitré anni suonati mi sento già marcio come un adulto qualsiasi.

Forse è solo colpa mia, mi dico. Forse sono io che non riesco a trovare il modo di coniugare università, amore, lavoro e scrittura. Forse ho finito le idee, forse non è questa la mia strada, forse devo ritrovare l’ispirazione. Ci sono mille ipotesi, mi do mille ragioni possibili nella mia testa. Ma non serve a niente cercare un capro espiatorio.
Bisogna solo cercare di uscire dal tunnel. Devo ripetermi: ho ventitré anni, sono ancora un ragazzino. Non sono un adulto. Anche se lavoro, non significa che la mia vita è già finita.
Gli anni passano per chi non vuole crescere. Io, che non ho mai avuto paura di diventare grande, anzi, io che quando avevo sedici anni avrei donato l’anima al diavolo per andarmene da quella fottuta casa, da quel fottuto paese, da quella fottuta realtà, non posso ritrovarmi di punto in bianco a vivere un incubo che non c’è mai stato.
Non pensavo che sarebbe stato così stancante, ma me ne devo fare una ragione. Forse si tratta solo di ridimensionare il mio microcosmo e trovare davvero il giusto equilibrio. Perché non posso piangermi addosso ogni giorno per aver perso l’entusiasmo: in verità, non ho perso niente. Sto scrivendo, qui, ora, come facevo a sedici anni, solo, con la mia musica preferita, e non esiste nient’altro, e non c’è niente di più bello.
Ho accettato di crescere quando ero ancora piccolo. Non posso fermarmi adesso. Non posso buttare via così anni e anni di traguardi: devo solo integrarli con il resto.
Non si può scegliere tra il diventare grandi in un istante e restare piccoli per sempre. Perché c’è quella via di mezzo, che sta proprio sul confine, sul confine tra la maturità e l’innocenza. C’è un modo, forse, per restare piccoli e al medesimo tempo continuare a crescere: si chiama credere in noi stessi.
Succede quando un nome, un’età, un sesso, un corpo, una mente non fanno di te ciò che sei. Succede quando, oltre a quello che fai, quello che dici e quello che pensi, ti accorgi anche di quello che senti, ti accorgi di essere qualcos’altro, qualcosa che va oltre tutto e tutti. Succede quando capisci di avere una fiamma dentro di te a cui devi solo dare il giusto ossigeno.
Diventare grandi non è solo tempo, esperienze, maturità, responsabilità, stanchezza, sogni infranti e aspettative mancate. Diventare grandi significare conoscere te stesso in ogni tua parte, aprire quei cassetti dimenticati da Dio custoditi nella parte più remota della tua mente, spalancare le ante di quell’armadio così pieno di scheletri da esplodere e abbracciarli tutti, dal primo all’ultimo. Significa ringiovanire, prima di invecchiare.
E così dovremmo far tutti: tornare a credere che il passato non sia solo un susseguirsi di orme lasciate nella sabbia dello spazio e del tempo, piuttosto un’ombra che ci segue, che ci accompagna ovunque, che è sempre con noi. Possiamo vederla quando vogliamo, possiamo, oltre che ricordare i bei vecchi tempi, riviverli.
Possiamo scegliere.
Questo significa diventare grandi.
È un dramma, lo so. Ma al contrario degli altri drammi, questo non lo supererai mai, perché non smetterai mai di crescere. Tu puoi solo accettare la vita per quello che è, poi iniziare a conoscerti.
E respirare.
Sì, respirare.
Perché solo così quella fiamma non si spegnerà mai.

Sono uno scrittore che non punta alle stelle, ma ai buchi neri.

2 Comment on “Crescere per uno scrittore: il dramma di diventare grandi

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