ATTENZIONE, SPOILER

Ve lo dico subito: se volete vedere Animali Fantastici per rivivere la magia di Harry Potter e tuffarvi di nuovo dopo cinque anni nell’unico mondo immaginario che è riuscito a deprimere una generazione intera per le lettere mai pervenute di Hogwarts, scordatevelo.
Se invece volete vedere una versione marvel magggica de Il Libro della Giungla, allora riempite pure le sale dei cinema e guardatevelo.
Ma cancellate tutte le aspettative. Altrimenti vi ritroverete come me, dopo una settimana, ancora a rimpiangere i doppiaggi di Harry Fotter, che almeno proponevano un remake divertente (e fedele all’originale).

Partiamo dalla trama: talmente piena di buchi che neanche mia nonna laureata in sartoria casalinga riuscirebbe a metterci una toppa. La prima ora di film scorre lenta come l’acqua del lavandino dopo la tosatura di un montone bergamasco; sembra di vedere un crossover tra Indiana Jones e Il mago di Oz, anzi, peggio, una puntata di Scooby Doo, anzi, ancora peggio, uno di quei videogiochi fantasy per Playstation 2 che ti masterizzava papà a caso su un dvd e sbagliava pure a scrivere il titolo.
Siparietti ridicoli – e a tratti imbarazzanti – si alternano durante questa rocambolesca caccia agli animali fantastici, fuggiti, guarda caso, grazie al più classico dei cliché (lo scambio della valigia), che a questo punto definirei alquanto fortuito, altrimenti il film sarebbe durato solo mezz’ora.

Sui personaggi, poi, aprirei un’enorme capitolo che per ragioni di tempo ridurrò drasticamente (cattiveria a parte). Partiamo dalla premessa che, se non fosse ancora chiaro, io ho amato Harry Potter, ho amato il mondo della Rowling e ogni personaggio che ha dipinto nel quadro, dal più criptico al più marginale; ma la nuova cricca di maghetti e NOMAG che la Rowling ha scelto per rappresentare questa saga, lasciatemelo dire, mi ha fatto rimpiangere le fanfiction. Perfino Newt, il protagonista, se non fosse che è interpretato da uno degli attori contemporanei più bravi in circolazione, sarebbe passato inosservato.
La Goldstein presenta chiaramente uno o più deficit mentali, talmente gravi da far sembrare tutti i personaggi interpretati da Zooey Deschanel dei geni della metafisica. Jacob, il NOMAG, è la versione di Ron grassa, vecchia e pensionata, con il senso d’umorismo rimasto a trent’anni prima e la straordinaria capacità di non stupirsi di fronte a niente, nonostante la sua vita prima dell’incontro di Newt ruotasse intorno al cibo. Roba che se avesse starnutito davanti a Voldemort gli avrebbe pure chiesto un fazzoletto. Mi sento di salvare solo Queenie (e Credence), – a tratti  – originale e – quasi – per nulla scontata, al contrario degli altri.
L’insieme dei personaggi secondari, invece, forma un ammasso di nomi e personalità non ben definibili che si perdono nel marasma dello zoo fantastico. Perfino i nemici (che non si capisce bene chi siano e da quali intenti siano mossi) passano facilmente in secondo piano. Ma bisogna ammettere che l’assenza di legame causa-effetto che lega gli intrighi di questo nuovo capitolo è un difetto molto più generale – e grande – di quello che sembra, in un film dove tutto sembra rimanere a un livello così superficiale, irrilevante, piatto.

Gli unici spunti maturi e interessanti (la storia di Credence e dell’orfanotrofio) vengono letteralmente soppiantati per far posto a una trama vuota, infantile, fine a se stessa, dove prevale un’ironia elementare e un banale senso d’avventura.
Perfino dal punto di vista puramente tecnico Animali Fantastici non ha niente di cui vantarsi. La fotografia è terribile, gli effetti speciali risultano già visti e il doppiaggio, men che meno, è fatto da alcune delle peggior voci che abbiamo in Italia.
L’unico motivo per cui consiglierei di vedere questo film sarebbe per accompagnare il nipote di otto anni al cinema. Solo quello. Perché con Animali Fantastici non rinasce la magia di Harry Potter (dopotutto ci sono più manierismi che incantesimi). Perché con Animali Fantastici non torni il bambino che sperava nella maledettissima lettera per poter fare subito le valigie e iniziare a pensare a tutte le cose da prendere, dalla bacchetta da Olivander al gufo, al gatto, al topo.

Il fatto è che se Animali Fantastici fosse nato da un’idea-madre e non si fosse imposto sin da subito come nuova saga spin-off con la quale poter ricominciare a credere nella magia, sarebbe stato meglio.
Ma il paragone va da sé.
Animali Fantastici è il figlio (illegittimo) di Harry Potter, e non possono non tornarmi alla mente tutte le cose, piccole e grandi, che in ognuno degli otto film mi hanno fatto emozionare, commuovere, riflettere, ridere, piangere. Non possono non tornarmi alla mente tutti i personaggi che, nel bene e nel male, hanno lasciato un segno, dentro e fuori di noi.
Animali Fantastici trova la sua ragione d’esistere solo e soltanto nel preludere a una nuova saga magica ambientata nel mondo magico che tutti noi già conosciamo, ma la ricetta questa volta è diversa. Sembra tutto un po’ finto, un po’ estraneo, un po’ forzato. Il lavoro d’ingegno per costruire una realtà solida e stabile sembra labile e accennato. Tutto sembra darsi continuamente per scontato, quasi come se il successo garantito per nepotismo cinefilo giustificasse un lavoro mediocre, una noncuranza nei dettagli, nel cercare di dipingere personaggi storici e credibili, di trovare un filo conduttore degno di un nome che ha appassionato piccoli e grandi e che sia forte, carico, denso di emotività, oltre che di azione.
Insomma, per me Animali Fantastici rimane una gita scolastica allo zoo di Peter Pan.
Ma senza panda.

giphy-2

Scritto da Felix White

Sono uno scrittore che non punta alle stelle, ma ai buchi neri.

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